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Nr pisma
Odbiorca
Znak (*)
Miejsce napisania
Data
191
Don Gioacchino Tomba
0
Roma
Il. 8.1866
A DON GIOACCHINO TOMBA

AMV, Cart. "Missione Africana"



Roma, 11 agosto 1866

Amatissimo mio Sup.re,
[1373]
Ier sera mi giunse la pregiatiss.ma sua 28 p.p., alla quale m'affretto a risponderle, ringraziandola di tutto cuore della medesima, ed aprendole sommessamente il mio cuore sopra l'affare delle nostre morette. Le premetto innanzi tratto che dinanzi a Dio mi dichiaro meritevole di qualunque umiliazione, come pure da Lei, come mio Superiore, ricevo volentieri qualunque mortificazione che credesse darmi, e dichiaro di meritarla benché ne ignori in parte la cagione: quanto ella fa, anche per mortificare il mio amor proprio, e quanto ella giudica opportuno che si faccia nell'istituto, tutto è oggetto di venerazione per me: confido però che sia tanto buono da permettermi sull'affare delle morette qualche osservazione.


[1374]
Nella lettera indirizzatami a Vienna dall'Ist.o fondamentale ai 30 ott.e 1865, nel mentre che mi si diceva di non assumere a nome dell'Ist.o nessun impegno presso l'eccelso Comitato di Marienverein, si aggiunse: "Nonostante il già detto, parve di poter fare qualche cosa anche presentemente a favore di quei poveri negri dell'Africa, offerendo le nostre morette intanto che sono giovani in aiuto di qualsiasi istituzione che tu credessi opportuna per l'Africa." Da questo brano della lettera dell'Ist.o fondamentale deve dedursi che a me è concessa la facoltà di giudicare sull'Istituzione a cui ponno affidarsi le nostre morette. In base a questa facoltà, giunto in Egitto, dopo aver ben ponderato il modo di utilizzar meglio a prò dell'Africa le morette, ho conchiuso colle Suore del B. Pastore di Cairo, e colle Clarisse italiane parimenti di Cairo una convenzione (sempre riserbandomi la finale approvazione del mio Superiore), in cui i detti Istituti ricevevano tutte le nostre morette, e cento altre, se vi fossero state.


[1375]
In seguito alle lettere di D. Beltrame dell'aprile e del giugno p.p., in cui mi parlava delle morette presso a poco nel medesimo senso, io ho confermato nella mia corrispondenza di Cairo, le stesse intenzioni alle Suore. Ora non fu senza sorpresa, che nella sua preziosa lettera ultima lessi queste parole. "Quanto alle more, mi si offerse una bella occasione di collocarle secondo i loro desideri, e quanto prima il tutto sarà effettuato" Avrei giudicato opportuno che ella prima di stringere obbligazione, avesse anche fatto parola con chi ebbe dall'Ist.o fondamentale la facoltà di collocarle, ove meglio fosse opportuno pel bene dell'Africa e per secondare i loro desideri.


[1376]
Ora che su queste morette si è parlato in Cairo, e colla Prop.da, e perfino col S. Padre, che figura delicata non vado io a fare presso tutte queste persone? Che io avessi fatto convenzione con Cairo, lo scrissi molte volte e dall'Africa e da Roma. Né importa che io abbia soverchiamente ritardato a liberare l'Ist.o dalle morette, perché questo non dipende da me, ma da Dio che permette che gli affari della sua gloria vadano lenti. Qui poi mi permetto di fare un'altra osservazione. Nelle lettere che mi ha scritto il nostro caro D. Giovanni, mai mi ha parlato di aver risposto alla Prop.da che l'Ist.o non può assumere la missione etc. Fu d'uopo che lo stesso Card.le me ne informi. Ella poi, mio caro Superiore, mi dice che ha trovato modo di collocar le morette, e non mi indica come le ha collocate. Mi concederà, mio Superiore, che questa non è piccola mortificazione per un membro dell'Ist.o, che non è ultimo nello zelare gl'interessi dei poveri negri, e che fa quello che è in suo potere per salvare qualche africano, e per promuovere il bene dell'Africa. Conosco proprio di essere in nessuna considerazione presso il mio Ist.o, al quale però sarò sempre attaccato col cuore, e procurerò di giovare nel modo migliore, se Ella giudicherà opportuno. Ho grave timore che Ella abbia cedute le morette al P. Lodovico; in tal caso avrei a deplorare un errore, involontario sì, ma fatale alle povere morette; perché, fra le altre ragioni, in faccia alla Propaganda e dappertutto, farebbe quello che ha fatto riguardo ai moretti, e scemerebbe il credito all'Istituto.

Non lice mettere in iscritto quello che le vorrei dire circa quel benemerito e buon uomo.


[1377]
Ora perché Ella facesse buona figura presso chi riceverà le morette, ed affinché io non ne abbia a fare una di delicatissime in Egitto, le propongo un mezzo per pigliar due colombi ed una fava; cioè, di lasciare per me quattro o cinque o almeno tre, e le altre per la Istituzione con cui Ella ha convenuto. Ma, ben intesi, che io vorrei le tre o quattro più sane buone e brave e che sarebbero le più utili per l'Africa. Per sciogliersi dall'obbligazione riguardo a quelle per me, può sempre mostrare come tali morette non vogliono assolutamente andare, ma restare nell'Ist.o e a disposizione mia etc. Insomma se Ella vuole, può farmi questo favore; ed io lo spero; e per tale scopo in questo mese sacro al Cuor di Maria prego, e confido che otterrò la grazia. Di ciò io la prego quanto so e posso, e confido che ascolterà la mia preghiera. Io ne vorrei quattro, e proprio io le sarei grato.


[1378]
Circa Hans oggi fui dal Cardinale, e gli mostrai la notizia che mi diede. Mi diresse da Mgr. Capelli Seg.rio, e n'ebbi che non può entrare nessuno in Collegio di Prop.da senza che abbia passato almeno la Janua latinitatis, che da noi sarebbe come 1ª. latina. Per cui ha fatto bene a non farne parola a Maria. Io credeva che il giovane fosse più avanti.

Io sto discretamente bene: sono dietro ad un affare riguardante l'Africa, che tratto col Generale dei Minimi di S. Francesco di Paola: spero di presto terminarlo. Io sono impaziente di venire a Verona; e già appena aperti i passi, o terminato o non terminato l'affare, io vengo a Verona.


[1379]
Mi perdoni di aver esposto un po' di risentimento in questa lettera. Ciò non toglie che io non abbia tutta la venerazione ed affezione pel mio Superiore, e che non sia disposto ad accettar tutto dalla mano di Dio, che tutto dispone pel miglior bene. Si ricordi, che io confido, che pagati i debiti e sistemata l'economia, l'Ist.o abbia a continuare il programma del nostro fondatore riguardo all'Africa. Spero che D. Beltrame abbia ricevuta una mia da pochi giorni. Sono preoccupato delle circostanze politiche, e delle future sventure delle comunità ecclesiastiche e religiose.

Io lo riverisco di cuore: mi riverisca il Vescovo, D. Beltrame, Poggiani e tutti, mentre baciandole le mani, mi dichiaro con tutto il rispetto



Suo u.mo ed aff.mo

D. Daniele






192
Don Gioacchino Tomba
0
Roma
10. 9.1866
A DON GIOACCHINO TOMBA

AMV, Cart. "Missione Africana"



Roma, L'anniversario dell'onomastico del

nostro Superiore 1866, 10 settembre

Amatissimo mio Sup.re,
[1380]
Ho ricevuto con sommo piacere la sua pregiatissima del 22 p.p., e la ringrazio della sua bontà verso di me. Non ho a fare alcun lamento né con Lei, né coll'Ist.o. Qualche osservazione che Le feci nell'ultima mia non entra nella categoria dei lamenti. Se debbo confessare il fondo del mio cuore, a me medesimo non fa punto buona impressione l'idea che io, membro dell'Ist.o, stia lontano tanto dalla vista del mio Superiore; anzi m'aspettava piuttosto ch'Ella facesse a me qualche giusto lamento per non venire a Verona. Ma la cosa non dipendette da me sebbene dalla Provvidenza che così ha disposto. Perciò versando io in qualche dubbio, l'Ill.mo e R.mo Arcivescovo di Petra Monsig.r Castellacci Vicegerente di Roma che è l'Ordinario dell'eterna città, che mi diede facoltà di confessare e predicare qui, ed è il mio consigliere e l'amico vero che è a giorno di tutte le mie circostanze, or fanno due giorni pensò di scrivere a Mgr. Vescovo di Verona perché assicuri Lei a star tranquillo sul mio conto, e pare che gli voglia esporre le principali cause che mi obbligano a trattenermi in Roma ancora per qualche tempo. Quindi è che riguardo alle more sto tranquillo perché spero che, sia che io torni subito, sia che io non torni, ella avrà la bontà di mantenere il suo Programma di salvar l'orto e le verze, e sono certo che le tre o quattro che riserverà per me saranno le più buone brave e sane; ed io invece le espongo le tre cause principali che mi trattengono in Roma, assoggettandole al suo giudizio all'unico oggetto di fare la sua volontà ove credesse di non giudicarle forti abbastanza.


[1381]
La prima è la formazione di un piccolo Ist.o femminile o a Cairo o a Negade, ove introdurrei le tre o quattro morette; vale a dire: le Suore del Buon Pastore in Cairo in un locale annesso al Convento assumerebbero l'educazione delle morette che io potrei loro fornire, allo scopo di educarle a donne di famiglia per essere poi trasportato nell'Africa Centrale dalle medesime Suore a servizio di qualsiasi Missione. Lo stesso dicasi di Negade. In questa casa entrerebbero le morette per coadiuvare le Suore, le quali all'uopo provvederebbero un marito alle more, e le collocherebbero fuori in posizione da professare la nostra fede e vivere da cristiane, ove tale fosse la lor vocazione. Ora per decider ciò la Prop.da non si occupa; sebbene rimette la cosa al nuovo Delegato ap.lico d'Egitto, Mons.r Ciurcia Arciv.o d'Irenopoli, come la Prop.da ha fatto con noi, quando ci rimise al Provicario Knoblecher. Questo nuovo Delegato dall'Albania, ov'era Vescovo a Scutari, verrà in Roma entro il corr.te mese.


[1382]
In secondo luogo sto trattando col R.mo Generale dei Minimi di S. Francesco di Paola per un Ist.o maschile, e forse per far assumere al suo Ordine una missione dell'Africa Centrale. Col Generale è tutto combinato; colla Propaganda ancor nulla, perché anzitutto è d'uopo che mi concerti colle Società sui mezzi, e vedere se è una cosa che piace ed è accettata. Benché questo affare non presenta tutte le difficoltà, tuttavia mi è d'uopo corrispondere da Roma con molti per essere sempre pronto a consultare e la Propaganda e le parti contraenti; perciò non sarebbe senza scapito ove mi avessi ad allontanare.


[1383]
Il terzo è un colpo che vorrei fare a favore dell'Ist.o presso S. M. l'ottuagenario Re Luigi di Baviera che si aspetta a Roma nell'Ottobre. Qui ho molti che mi aiuteranno e mi presenteranno per perorare la causa di un'utile Istituzione qual'è la nostra. Il Re Luigi è un uomo stravagante quasi come Camerini pieno di virtù e di peccati; e fra le virtù ha quello della beneficenza: ha dato somme ingenti per Chiese e Istituti, ed ha fondato la Società di S. Lodovico per le missioni tedesche d'America. Io tento; se riesco, gloria a Dio sarà e vantaggio a noi: se non riesco, è da benedirsi Dio, che premierà la nostra intenzione. Certo che ho dei bei appoggi qui in Roma; cosa che non potei avere in Baviera, se si eccettui la Nunziatura Ap.lica.


[1384]
Queste sono le prime cause che mi trattengono a Roma. D'altro lato venendo a Verona, che potrei fare io colla confusione, che dee regnare negli animi? etc. Il tempo è affatto inopportuno. Ho esposto al Card. Barnabò un mio progetto di tentare Camerini: e chiesi a lui la grazia di una lettera di raccomandazione presso il Conte, che il Papa or fa tre mesi ha creato Duca in seguito a grandi benefici fatti alla Banca Romana, ed alle centinaia di migliaia di scudi che manda alla Propaganda. Il Card.le, dopo aver parlato col Papa, mi diede una risposta negativa, dicendo che non è delicatezza importunare con domande un uomo che spontaneamente benefica la Propaganda. Sperava che questo piano riuscisse; ma Dio non ha voluto. Io però, che frequento il Card. Ugolini, antico Legato di Ferrara e amico di Camerini e che mi si proferse di servirmi in ogni cosa che io volessi, sono certo di ottenere una commendatizia dal sudd.o Eminentissimo per Camerini, che verrà pregato di assistere l'Ist.o. Barnabò però mi dice che quel nuovo duca è di difficile condiscendenza per nuove petizioni, perché gli piace di erogare il suo come gli piace.


[1385]
Non sono questi i soli tentativi, di grosso calibro che ho fatti per l'Ist.o; Ma in generale è difficile che un dovizioso, un Principe od un Sovrano eroghi somme vistose all'Estero, mentre nella propria patria sonvi sempre bisogni.


[1386]
Al P. Lodovico morirono del colera Nº. 37 more, delle quali 14 in un giorno: egli è ora in prigione pel delitto che gli morirono le more.

Mons. Vuicic già Vescovo d'Egitto è partito pel suo nuovo Vicariato della Bosnia. Il Santo Padre è benissimo: non così il Card. Antonelli. Ho sempre in mente l'attual posizione del Veneto, ed i destini a cui è riserbata Verona. Veggo poca felicità per i preti, che saranno fedeli al loro divin ministero: credo che cascheremo noi preti dalla padella nelle bracie.


[1387]
Mi saluti D. Beltrame, che mi scrive assai di rado, e lettere cortissime: non ha troppa fantasia per iscrivere. Mi riverisca D. Fochesato, e Tregnaghi e D. Brighenti. Che si abbia a contribuire sovvenzioni alle more da qualsiasi dell'Istituto, senza che tutto passi e dipenda dal Superiore etc. è un pasticcio. Sono impaziente di metter fine a questo disordine. La scarsella vuota è il peccato capitale che regna fra noi. Su ciò non ho che a chiederle perdono. Il pasticcio delle more e mie contribuzioni nacque da circostanze particolari a' tempi del nostro Santo fondatore, che non potei soccorrere le more secondo il bisogno. Basta, finirà anche questo pasticcio.

I miei saluti a tutti i Preti, alle maestre, a D. Cesare etc. Le chiede la benedizione il suo



Aff.mo e D. D. Daniele






193
Don Francesco Bricolo
0
Roma
13. 9.1866
A DON FRANCESCO BRICOLO

ACR, A, c. 14/21



Roma, 13 sett.e 1866

Via del Mascherone Nº. 55

Mio carissimo D. Francesco,
[1388]
Fu con sommo piacere che io ricevetti la sua cara del 6 corr.te. Non rispondo ai suoi dubbi che io mi sia modificato, perché tale dubbio è un torto alla mia lealtà. Benché sappia che nelle cose umane v'è sempre la parte di noi stessi, e v'entra talvolta la passioncella, tuttavia all'Ist.o ho conservato il rispetto, ed a lei tutto l'affetto e il rispetto. Lungi dallo scrutinare gli avvenimenti avvenuti, ho alzato gli occhi al cielo, ho adorato i disegni della Provvidenza, ed ho conservato pel mio D. Francesco i sensi più sinceri della mia stima ed affetto, obliando forse qualche debolezza che dall'una parte e dall'altra ebbe luogo, e detestando l'azione di quelli che non hanno certo avuto tutta la carità di Cristo nella grave questione che ha sì fieramente lacerato l'Ist.o.


[1389]
Io serbo pel mio D. Francesco gli stessi sentimenti di stima, di gratitudine e di affetto, che avea prima: ie suis le même. Io ho scritto da Roma due volte a Lei, dopo aver ricevuta la sua cara lettera in Cairo: benché non abbia mai ricevuta alcuna risposta, pur tuttavia non mi è passato mai dubbio per la mente che D. Francesco non sia quello di prima: e per conferma di ciò, siccome dovea partire da Roma prima della guerra, il piano del mio viaggio era di venire a Ferrara Rovigo Padova, e far tappa un paio di giorni a Vicenza al suo Collegio; ma sopravvenute certe difficoltà, dovetti rimanermi a Roma. Io sono e sarò sempre il medesimo: però non mi faccio meraviglia che abbia avuto la tentazione di dubitare di me, perché entrato come sono nel mondo, conosco che la lealtà è rara assai. Per sua regola D. Daniele non ha cangiato nulla de' suoi buoni sentimenti.


[1390]
Sulle cose africane avrei un mondo di vicissitudini da raccontare; e perciò mi riserbo a dirle a voce. Speranze moltissime; avrò molto a soffrire; raggiro di molti che osteggiano il miei progetti; appoggi grandi, conforti molti, e confidenza in Dio tutta. Quello che so di certo è che il Piano è volontà di Dio, Dio lo vuole per preparare altre opere di sua gloria: quello che so di certo ancora è che fra gli ostacoli che incontrerò, v'è pure la circostanza dei tempi difficili..... Spero che sarà piantato entro poco da me un Ist.o in Cairo per le morette, e forse ancora un'altra casa pei moretti in Egitto. Quello ancora che è certo è che Dio mi ha dato un'illimitata confidenza in lui, che non mi allontanerò dall'impresa per verun ostacolo, e che certo incomincerà fra non molti anni un'era novella di salute per l'Africa Centrale. Nell'ottobre spero di fare un bel colpo (sia detto fra noi.... lo sa solo il Vescovo e D. Tomba) a favore dell'Ist.o col Re vecchio di Baviera che viene a Roma.


[1391]
Lasciamo per ora ogni cosa e discorriamo dell'Ist.o. Ben intesi che parliamo in confidenza, perché se nell'Ist.o si sapesse che noi corrispondiamo di cose riguardanti l'Ist.o, qualcuno non sarebbe troppo soddisfatto. Io ho avute poche notizie dell'Ist.o. D. Beltrame e D. Tomba mi scrissero solo qualche lettera magra magra: le notizie dell'Ist.o furono compendiate sempre con questa formula: "le cose dell'Ist.o vanno pressappoco come quando io lasciai Verona". D. Poggiani mi scrisse due magre lettere, ma affettuose. Quegli che mi diede più particolari notizie fu D. Bolner, pregato da me. Bisogna proprio che io preghi il mio caro D. Francesco per darmi esatte notizie dell'Ist.o: domandi soprattutto a Mgr. Vescovo, e a D. Guella: soprattutto bramerei sapere come sta l'Ist.o in faccia al Vescovo. Tutte adunque le notizie dell'Ist.o mi aspetto in un lettera, non già di una sola pagina, come il solito, ma in 8 o 10 pagine.


[1392]
I miei rapporti coll'Ist.o sono pacifici assai: soprattutto l'ultima lettera di D. Tomba, bensí magra, traspare affetto per me. Ma sembra che in generale non abbiano fiducia in me e non sieno troppo sicuri delle mie intenzioni. Non ci siamo troppo chiaramente intesi. D'altra parte io sto tanto lontano dall'Ist.o; non mi perdo a spiegar loro cose riguardanti le missioni, dopo che al Card. Barnabò hanno risposto che l'Ist. non è in grado di accettare una Missione; e quindi non essendo in pieno accordo sul rapporto dell'Africa, non ci trattiamo con tutta confidenza. Insomma non feci con loro come faceva con Lei da Parigi, Londra, Roma etc. Dunque bisogna scrivermi tutto, tutto; siamo intesi.


[1393]
Dica tante cose per me al Vescovo di Vicenza e di Verona, ed a tutti quei personaggi che ebbi l'onore di conoscere a Vicenza: mi dia notizie di D. Tilino, e di sua famiglia. A Verona poi mi ricordi alla Sig.ra Amalia Parisi (a cui scrissi una lunga lettera dall'Africa), alla fam. Cavazzocca, alle Urbani, a tutti che conosco. Mi ricordi e raccomandi alle preghiere dell'Arcip.te di S. Stefano, di D. Guella, del Rettore del Seminario etc. Al mio portinaio poi (benché l'ho sospeso per sei mesi dal suo uffizio per l'odiosa missione che m'hanno detto che ha fatto a Trento) dica che il suo signore lo ama e si degna di riguardalo con occhio di bontà e di compiacenza: me lo saluti di cuore.


[1394]
Dica un milione di cose a D. Luciano, a D. Dalbosco. Noi qui a Roma stiamo assai tranquilli. Il santo vegliardo del Vaticano è imperterrito. Solo l'affare della moneta disturba tutti: è un raggiro iniquo dei banchieri..... Io passo quasi sempre il mio tempo a Roma: vo' spesso a Frascati dal Principe Falconieri, talvolta ad Albano: passerò la settimana ventura qualche giorno in villeggiatura coll'Ambasciatore Sartiges e famiglia, che mi ricolma di gentilezze: il resto attendo a' miei affari. Tutti i miei sentimenti di affezione sono per D. Francesco, che deve pregare assai

pel suo aff.mo D. Daniele

Mi dia notizie di Hans. Le protestanti che vadano a..... non mi hanno mai scritto: sono lieto di non saperne più nuove.






194
Mons. Luigi di Canossa
0
Roma
9.1866
A MONS. LUIGI DI CANOSSA

ACR, A, c. 14/39



Settembre 1866



All'Ill.mo e R.mo Mons.r Vesc. di Verona

Sotto il sigillo di Confessione



Gloria SS.mae Trinitati

[1395]
Margherita pregava nella notte degli ultimi giorni del mese di agosto domandando al Piccolo Fratello (Gesù Bambino) di mandare molto presto coloro che deve mandare per la salvezza delle anime. Nel medesimo tempo ella ha visto un uomo che dal suo aspetto doveva essere un missionario; (qualche giorno dopo Don Daniele essendo venuto, ella l'ha perfettamente riconosciuto). Egli aveva al fianco un bel personaggio (Gesù Bambino) che avvicinandosi al missionario, gli ha detto mostrandogli una moltitudine di negri: "Va' a guadagnarmi tutte queste anime, esci dal tuo Istituto, altrimenti tu non lo potrai; va' a cercare il mio amico (il P. F....) e comincia la mia opera. Io ti mostrerò la mia regola, ma tu non la farai conoscere a nessuno, perché il tempo non è ancora favorevole. Ora occorre agire con prudenza ed energia. Fondate una casa di Missionari per i neri. Voi darete loro lo spirito del Buon Pastore e fare osservare solamente le regole stabilite dal Codice Canonico per i Preti che vivono in comunità.

Figlio mio sta attento, non rifiutare questa grazia che io ti ho manifestato, è vero, improvvisamente, ma essa è efficace e forte. Tocca a te corrispondere, non arrestarti nelle difficoltà. Non credere che questa sia merito tuo, che ti hanno fatto scegliere, ma ben per i meriti della mia Passione e Morte. Finora quello che tu hai fatto è stato secondo il mio Cuore: già io tengo la corona preparata. Ma ricordati ciò che è scritto: sarà coronato colui che avrà perseverato fino alla fine. E la mia volontà è che tu contribuisca all'istituzione di questa Compagnia, in quanto dipenderà da te e io ti manifesterò le mie volontà. Se Dio è con te, chi sarà contro di te? Se tu rifiuti di compiere la mia volontà, sappi che io saprò trovarne un altro: Io sono Colui che è".

Il "Fratellino", rivolgendosi a Margherita, le ha detto: " Da' a questo Missionario la mia regola". "Io non la conosco, Fratellino mio, io non voglio andare contro ciò che Voi dite nel Vangelo, che bisogna gettare il seme nella buona terra, perché fruttifichi e non tra le spine e sulla strada". "No, no, Margherita mia, non temere, è una buona terra, tuttavia, se vuoi". "Ebbene, Fratellino mio, perché Voi lo volete, io lo farò, dato che io non voglio essere infedele, per quanto io m'aspetti ancora delle grandi sofferenze; io ve le offro ancora più per la salvezza delle anime".


[1396]
Siccome Margherita temeva ancora che fosse una illusione di Satana, ella ha ascoltata la S. Messa e fatto la S. Comunione per chiedere a Dio che le facesse realmente conoscere la sua volontà: ella ha visto il "Fratellino" uscire dall'Ostia, lanciare sul missionario un raggio che formava la Trinità sul suo petto. Il "Fratellino" gli ha detto: "Tu devi essere il Figlio della Trinità, va' a conquistare tutte queste anime (mostrandogli una moltitudine di neri). Poi rivolgendosi a Margherita le ha detto: "Vedi bene che è la mia volontà, aiutami dunque, dillo a questo missionario":



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La prima volta che D. Daniele è venuto (il 6 settembre 1866 alle sei del pomeriggio) Margherita lo riconobbe e di nuovo gli ha espresso la volontà di Dio su di lui. Siccome D. Daniele le ripeteva continuamente di chiedere al "Fratellino" la conferma, ella s'è messa a pregare il Fratellino che le ha detto: "Sì, sorellina mia, io gli dono molte grazie; digli che corrisponda, poi ci penso io". Nello stesso momento il Fratellino ha parlato e ha detto: "Daniele, figlio mio, va avanti, è la mia volontà".



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8 settembre 1866



Durante la S. Messa, Margherita pregava per D. Daniele. Ella ha visto un Fratellino così bello, così bello! Egli si trovava nel mezzo di un bel sole, usciva dall'Ostia che si trovava nel mezzo del triangolo sul suo petto, un raggio che andava su Don Daniele e questo raggio lo inviava verso i neri. Il Fratellino gli ha detto: "Figlio mio, sta attento a non indietreggiare, io ti ho aperto un vasto campo da coltivare, io ti dono le grazie necessarie per questo. Non temere le difficoltà, gli ostacoli, le mie opere devono essere così provate. Ricordati che quello che ho detto ai miei apostoli: se vi rifiutano in una città, andate in un'altra; così parimenti se non ti vogliono ricevere con il tuo Progetto, che è il mio, va' da un'altra parte per compiere le mie volontà, che sono oggi d'intraprendere ciò che gli altri respingono per non abbandonare la messe che io ti ho offerto a questo scopo. I miei disegni per l'avvenire devono restare segreti; essi saranno contrastati e gli uomini non vi metteranno che ostacoli. Vedi la mia venuta sulla terra: è stata nascosta e sconosciuta per trent'anni; è così che tengo nascosta la persona di cui mi sono voluto servire ed egli deve restare ancora sconosciuto, poiché non bisogna mettere le perle che escono dal mio cuore, nella bocca dei cani. Non ragionare tanto, compi la tua opera, che è la mia, perché sono io che te l'ho ispirata. Resta nell'umiltà, perché chiunque s'innalza sarà umiliato; chi resta nel suo niente sarà innalzato".


[1397]
Presentandogli una bella corona, da una parte era completa perché fino ad ora egli ha fatto la volontà di Dio; dall'altra metà della corona uscivano dei raggi che andavano verso i neri. Ciò vuol dire che se Don Daniele manca alla sua vocazione alla quale egli è stato chiamato da Dio, questi raggi resteranno là inattivi e la corona non si completerà. IL Piccolo Fratello gli ha detto: "Tu hai ben cominciato secondo la mia volontà, ma ciò non è sufficiente; io voglio da te ora questo atto di corrispondenza e l'esecuzione che si deve perpetuare fino alla fine del mondo". Egli l'ha benedetto: D. Daniele ha protestato la sua fedeltà con la sua grazia. Sia lode a Dio e a Maria.



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[1398]
1) Margherita. Così il Bambino Gesù chiama la religiosa che è il principale soggetto di questa rivelazione. Questa grande anima, che è realmente prevenuta dalla grazia e che ha molto sovente delle comunicazioni intime e assai straordinarie con Dio, è chiamata anche dal Bambino Gesù, sorellina. La rivelazione qui sopra esposta è considerata vera e proveniente da Dio dall'autorità di due Vescovi: uno è l'Ordinario della Diocesi ove Margherita ha posto la sua residenza dopo l'obbedienza.

2) Pétit Frère (Fratellino). Così è chiamato il Bambino Gesù.


[1399]
3) Questo primo abboccamento di D. Daniele con Margherita (6 sett. 66) ebbe luogo alla presenza dell'Arcivescovo Ordinario del luogo, ove la santa Figlia dimora, il quale dalla sua residenza accompagnò D. Daniele nella sua carrozza nella Clausura del Monastero, dimorò sempre con lui durante l'abboccamento con Margherita e la Superiora del monastero, e poi l'accompagnò a casa nella medesima carrozza. Dopo il 6 sett. D. Daniele, essendo stato autorizzato di entrare a sua piacimento nella Clausura del Chiostro: ebbe moltissimi e lunghi colloqui colla santa anima, nella quale potè constatare, oltre allo spirito di Dio e alla più eminente e straordinaria carità,, delle cose meravigliose e dei doni straordinari, soprattutto in fatto di dottrina teologica, quantunque non abbia mai studiato.



Traduzione dal francese.






195
Don Gioacchino Tomba
0
Boulogne sur Mer
7.10.1866
A DON GIOACCHINO TOMBA

AMV, Cart. "Missione Africana"



W.J.M.

Boulogne sur Mer, 7/10 = 66

Amatissimo mio Superiore,
[1400]
Il giorno antecedente alla mia partenza trovai a Roma ferma in posta la sua cara lettera, nella quale, fra le altre cose, mi diceva che le more mi danno tempo due mesi per deliberare sul conto loro, sempre che ciò piaccia all'Ist.o. Ebbene: al mio ritorno a Roma fra 15 o 20 giorni, passerò da Verona, e discuteremo bene l'affare, e farò quello che Ella, mio amato Sup.re, ed il nostro buon Dio vorranno. Lo scopo per cui io venni in Francia, e fra alcuni giorni (sono distante solo quattro ore) mi condurrà a Londra, riguarda assai davvicino le cose africane. Alla mia venuta le spiegherò bene.


[1401]
Io sto benissimo, e così spero di Lei e di D. Beltrame e dei nostri cari dell'Ist.o. In soli quattro giorni e mezzo, dormendo cinque ore a Basilea, venni a Boulogne da Roma, toccando Ancona, Parma, Milano, Lucerna, Mulhouse, Strasburgo, Nancy, Parigi, ed Amiens, e facendo 23 ore continue di diligenza pel Monte Nevoso di S. Gottardo fra Mendrisio e il Lago dei quattro Cantoni. Ho riposato benissimo a Boulogne, ed ora sto egregiamente. Dopo tre giorni a Londra passerò a Parigi.

Intanto mi raccomando alle sue orazioni; mi saluti tutti i Preti del nostro Ist.o e le maestre, e Tregnaghi, e chiedendole la benedizione, mi dichiaro nei SS. Cuori di G. e di M.



Suo um.o e dev.o fig.

D. Dan. Comboni






196
Don Francesco Bricolo
0
Francoforte
28.10.1866
A DON FRANCESCO BRICOLO

ACR, A, c. 14/22



Francoforte, 28/10 = 66

Carissimo D. Francesco
[1402]
Sono veramente un po' angustiato, ed anche quasi arrabbiato, perché dopo che io le scrissi da Roma, non mi rispose e non mi diede quei ragguagli che domandavo. E perché? Sono forse scivolato in qualche cosa, che imponga a Lei di non scrivermi. Finiamola. Io ora, dopo essermi fermato nel Gran Ducato di Baden, vado a Limone, e poi subito a Verona e Roma passando per Vicenza. Se a Limone mi scrive una lunga, dettagliata lettera (e sa quanto le sue lettere mi consolano), io passando per Vicenza mi fermo a farle visita e passare più di tre ore col mio caro D. Francesco: altrimenti filo per Padova, Rovigo, Bologna, Firenze e Roma. Mi dica molte cose sull'Ist.o di Verona, perché nessuno mi dà dettagli, fuori di una persona rispettabile. Habeo multa tibi dicere.

Ho visitato per affari della gloria di Dio e per la salute dell'anime Francia, Inghilterra, Belgio, Prussia. Forse farò da Wurtzburg una scappata di 3 ore a Bamberg. E' inutile che le scriva quel che ho fatto, perché non ho tempo ed ho freddo. A voce molte cose. Quello che le dico è che D. Daniele è per D. Bricolo quello che fu sempre, e che non si cangerà mai. Ecco tutto.

Tanti saluti a D. Tilino, et aliis. Anche a Mons.r Vescovo. Mi raccomandi ai SS. Cuori di Gesù e di M. Io l'ho raccomandato a N. Dame des Victoires à Parigi, e N. D. de Boulogne sur Mer. Addio



Tutto suo aff. amico

D. Daniele Comboni






197
Tavola di individui
1
Francoforte
1866
TAVOLA DI INDIVIDUI

spediti dal P. Lodovico in Africa Centrale

ACR, A, c. 18/17



198
Firme Messe
1
Alessandria Egitto
1866
FIRME DELLE MESSE CELEBRATE

IN S. CATERINA AD ALESSANDRIA D'EGITTO

ASCA, Registro Messe



199
Società Colonia (Relazione)
0
Alessandria Egitto
1866
RELAZIONE ALLA SOCIETA' DI COLONIA

"Jahresbericht..." 14 (1866), pp. 7-76



Roma, 1866



Questa relazione, tradotta dal tedesco, ripete gli stessi argomenti del N. 188, con varianti. Riportiamo qui la seguente variante:

[1403]
L'Opera della rigenerazione dei neri è un'opera di Dio, è spuntato il tempo di grazia, che la Provvidenza ha designato, per chiamare tutti questi popoli a rifugiarsi alle ombre pacifiche dell'ovile di Cristo. Già da parecchi anni la voce profetica degli eroi Libermann, Olivieri, Mazza, eredi dello zelo apostolico del beato Claver, è risuonata nella Chiesa universale per mezzo delle loro opere di eminente carità a favore dei neri; e le opere ammirabili di Vienna, Colonia, Parigi e Lione hanno risposto a questo appello e le lontane terre d'Africa furono abbeverate dal sudore e dal sangue dei nuovi apostoli di Gesù Cristo.


200
Don Gioacchino Tomba
0
Roma
8. 1.1867
A DON GIOACCHINO TOMBA

AMV, Cart. "Missione Africana"



Amatissimo mio Superiore,



Roma, 8 gennaio 1867
[1404]
Benché il nuovo Vicario Apostolico d'Egitto Monsig.r Ciurcia Arcivescovo d'Irenopoli si sia riserbato di dare il suo giudizio sulle opere che da qualsiasi si intraprenderanno entro i limiti della sua giurisdizione, tuttavia mi si mostrò persuasissimo che le nostre morette siano condotte in Egitto, ed affidate sia all'Ist.o del Buon Pastore, sia alle Suore italiane di Cairo. A tale oggetto sto carteggiando con Vienna per avere agio sui viaggi, sia di terra, sia di mare. La prego quindi di sollecitamente cavare i passaporti di quelle morette, che sono capaci di montare o discendere bastimenti senza bastone etc., perché alla mia venuta sieno pronte pel viaggio. Parimenti se vi fosse qualche lettera al mio indirizzo, la prego di farmela spedire a Roma, e ciò fino al giorno 18 corrente. Le lettere che capitassero dopo il 18, le ritenga presso di sé , che alla mia venuta potrà consegnarmele. Sono stato occupatissimo fino al dì dell'Epifania a scrivere cose africane, per essere certo di aver buon sussidio da Colonia pel viaggio delle morette. Ora che ho terminato, sono contento.


[1405]
Ringrazi per me D. Beltrame della sua bella lunga polposa e grassa lettera che mi ha scritto, e che mi ha fatto sommo piacere. Confido che nel novello anno il Signore spargerà sull'Istituto il torrente delle sue benedizioni. Intanto preghiamo. Qui a Roma regna grande tranquillità. La missione Tonello pare che vada benissimo riguardo ai Vescovi d'Italia. Ciò che si farà per la Chiesa tutto andrà bene. Sul resto riguardo alle pretese del governo italiano qui a Roma regna e starà sempre il non possumus, e quod scripsi scripsi. Il fatto è che qui si è in una perfetta pace. Tuttavia non c'è illusione. Molti dicono (e sono i beatoni), che non sarà punto toccata Roma: moltissimi o quasi tutti temono che vi sarà temporaneamente invasione di soldati italiani, e che il Papa abbandonerà Roma, per poi ritornarvi con pieno trionfo. Qualcheduno desidera un cambiamento. Intanto sappiamo che vicino al Campidoglio a 50 passi vi è la Rupe Tarpea.


[1406]
Occupato com'era, ed anche perché in ciò sono mancante, non le ho scritto prima d'ora. Benchè già inoltrati nell'anno novello, pure io Le auguro tutte le felicità spirituali e temporali, e per Lei e per tutti e due gli Istituti. Monsig.r Nardi saluta D. Beltrame. Per me saluti tutti tutti dell'Istituto, Preti, maestre e morette, e le due protestanti. Mi riverisca anche D. Cesare e Festa. Il Papa è di una perfetta salute. Fui presente fra le altre circostanze, quando venne l'ultimo dell'anno alla Chiesa del Gesù pel Te Deum. Furono ovazioni e viva spontanee che lo salutarono per Pontefice e Re: era uno spettacolo come quando entrò Vittorio Em. a Verona.

Mentre le chieggo perdono di essere stato tanto tempo senza scrivere, la prego di pregare pel



Suo affez.mo ed ubb.mo

D. Daniele Comboni