Mercoledì 24 marzo 2021
Si celebra oggi la 29.ma Giornata di preghiera e digiuno per i missionari martiri, nel giorno del sacrificio di sant’Oscar Romero. Il ricordo di padre Ezechiele “Lele” Ramin, comboniano italiano ucciso il 24 luglio 1985 nell’Amazzonia brasiliana, nelle parole del fratello, di un amico e del postulatore.

“Vite intrecciate” a Cristo, quelle dei missionari martiri, in memoria dei quali oggi si celebra oggi la 29.ma Giornata di preghiera e digiuno, nel giorno in cui la Chiesa ricorda sant' Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo metropolita di San Salvador, che il 24 marzo 1980 venne ucciso mentre celebrava la Messa. Il tema scelto da Missio, la fondazione della Cei che promuove la dimensione missionaria della Chiesa italiana, per la Giornata 2021, si ritrova in pieno nella testimonianza di padre Ezechiele “Lele” Ramin, il 32 enne comboniano di Padova trucidato il 24 luglio 1985 in Brasile, tra Mato Grosso e Rondonia, per aver difeso i “campesinos” e gli indios dai soprusi dei latifondisti, dopo un incontro con i “sem terra” per invitarli al dialogo con i proprietari terrieri.

Padre Lele: nella fratellanza, arrivare alla giustizia per tutti

 “Il missionario intreccia la propria vita con Cristo – così Missio motiva la scelta del tema di quest’anno - e da qui parte per tessere nuove fraternità con i popoli e le persone che incontra nel suo ministero al servizio dell’annuncio del Vangelo, una scelta in nome di Cristo che può portare al dono di sé sulla Croce”. E padre Lele, come il giovane martire veniva chiamato dai familiari e dagli amici e oggi dai tanti ultimi dell’Amazzonia che ne invocano la protezione, in un’omelia considerata il suo testamento spirituale, chiama fratelli “in primo luogo gli ultimi, gli scartati” ricorda a Vatican News il postulatore padre Arnaldo Baritussio, che a breve consegnerà, alla Congregazione delle Cause dei Santi, la “posizio” per il riconoscimento del martirio e la beatificazione.  “Ma allo stesso tempo si rivolge ai latifondisti, perché voleva che, nella fratellanza, si giungesse alla giustizia per tutti”.

Padre Ezechiele Ramin (secondo da destra), con padre Nando Caprini (a destra) che aiutò
nell'animazione missionaria dei giovani a Napoli nel 1980, appena ordinato sacerdote.

Il postulatore: chiamò “fratelli” anche i suoi assassini

Davanti ai fedeli di Cacoal, “contadini, ma anche latifondisti e poliziotti”, il 17 febbraio 1985, cinque mesi prima di essere ucciso dai fucili degli “jagunços” le guardie armate della fazenda Catuva, padre Lele scandisce: “Il padre che vi sta parlando ha ricevuto minacce di morte… Cari fratelli, se la mia vita vi appartiene, vi appartiene anche la mia morte. Fratelli nella buona, fratelli nella cattiva sorte. Ma fratelli! Così dobbiamo imparare ad essere, non in altro modo”. Trentasei anni dopo, Papa Francesco avrebbe scritto l’enciclica Fratelli tutti. “Dice fratelli – sottolinea padre Baritussio – nell’accezione cristiana, nella quale si includono anche coloro che ti perseguitano”.

“Creava comunione e cercava sempre il dialogo”

Per questo il giovane missionario padovano, arrivato a Cacoal solo da pochi mesi, riesce a creare comunione tra i “campesinos” che cercavano una terra da coltivare e gli indios, ormai confinati nelle riserve. “Sapeva includere e cercava sempre il dialogo – ricorda ancora il postulatore – e quando è morto, aveva appena convinto i contadini a non invadere i terreni” che il fazenderos pretendeva fossero suoi, ma a verificare prima se veramente avesse il titolo per reclamare quella proprietà, e poi “rivendicare i loro diritti”. Quattro giorni dopo l'agguato a padre Ramin, all' Angelus del 28 luglio, san Giovanni Paolo II unì la sua voce a quella dei vescovi brasiliani e italiani, per condannare un "atto di violenza crudele" contro un "testimone della carità di Cristo", che "dedicava le sue giovanili energie" per aiutare i fedeli "a sconfiggere la povertà e l'ingiustizia, senza violenza, attraverso la via evangelica dell'amore, della pace e del rispetto per la dignità di ogni uomo".

La lettera di 200 vescovi brasiliani al Papa: Lele è un martire

Ma padre Lele faceva questo non da solo. Il vescovo di Ji-Paranà, il salesiano Antonio Possamai, brasiliano ma di origini venete, aveva già avviato un’ azione pastorale a sostegno degli ultimi. “La scelta di stare accanto ai poveri era già stata fatta dalla sua Chiesa diocesana e da quella brasiliana, anche se non all’unanimità – spiega padre Baritussio – per questo oggi la sua figura parla così forte in Brasile, perché lo riconoscono come una voce della Chiesa”. Nel luglio 2019, alla vigilia del Sinodo sull'Amazzonia, duecento vescovi brasiliani hanno firmato una lettera nella quale chiedono a Papa Francesco di riconoscere il martirio di padre Ramin.

Il fratello Antonio: “con i poveri, nella pastorale diocesana”

Uno dei sei fratelli di Ezechiele, Antonio Ramin, bancario in pensione che oggi aiuta campesinos e indios dell’Amazzonia con l'associazione degli Amici dello Stato di Espiritu Santu, ricorda a Vatican News cosa gli scrisse: “Io in questa Chiesa mi trovo molto bene, perché ha fatto una scelta di campo ben precisa. Non invento niente, sto all’interno della pastorale diocesana”. “Di suo ci metteva l'approfondimento della realtà, con la conoscenza dei documenti – aggiunge - Per cui riusciva a parlare sia per radio, sia nelle omelie soprattutto, e nel dialogo con le persone, quando quotidianamente andava all'interno delle comunità ecclesiali di base”.

“Da una carità evangelica, l’imperativo della giustizia”

Nella stessa omelia del 17 febbraio, padre Ramin aggiunge: “Le aree libere del nostro Stato di Rondônia, cioè la terra di nessuno, appartengono ai nostri fratelli senza terra, e non ai fazenderos avidi. No, perché non è questa la giustizia…”. Queste sue parole, da qualcuno, sono state considerate un atto politico, più che religioso. “Ma la sua è carità fondata sul Vangelo, dalla quale nasce l’imperativo della giustizia - chiarisce padre Baritussio – una prassi d’amore, un orizzonte di fede con conseguenze socio-politiche di cambiamento”.

Padre Ramin nell'Irpinia del post terremoto, nel dicembre 1980.

Padre Munari: “Comunista? No, innamorato di Cristo”

Affrontiamo la questione anche con padre Giovanni Munari, già provinciale dei comboniani in Brasile e in Italia, nato poco prima di Ezechiele, sempre nel padovano, e che con lui ha condiviso l’amicizia e gli anni della formazione alla missione. Un prete comunista? “Macché, un comunista non si fa prete e nemmeno missionario – ci dice – Lele era innamorato di Cristo e del suo Vangelo” ma anche dei valori della pace, la non violenza e la fraternità universale, “che ha vissuto intensamente, come tutta la sua breve vita”. E’ il Vangelo che ci ricorda, prosegue “che se vedi uno steso lungo la strada e tiri dritto, non serve a nulla la fede che hai”. E sul Buon samaritano, sottolinea padre Munari, la Chiesa brasiliana ha riflettuto molto, in quegli anni. “Si diceva che non c’era una persona, ma un popolo che era stato derubato, picchiato a sangue e abbandonato quasi morto lungo la strada”. In questa luce, di Vangelo, “si capisce la situazione degli indios, o dei contadini di Rondonia in quegli anni”.

Fides: nel 2020 uccisi 20 missionari, 8 solo in America

In occasione della Giornata in memoria dei missionari martiri, rileggiamo anche gli ultimi dati raccolti dall’Agenzia Fides. Nel 2020, nel mondo, sono stati uccisi 20 missionari: 8 sacerdoti, 1 religioso, 3 religiose, 2 seminaristi, 6 laici. In cima alla drammatica classifica proprio l’America di padre Lele con 8 missionari uccisi. Negli ultimi 20 anni, dal 2000 al 2020, sono stati uccisi nel mondo 535 operatori pastorali, di cui 5 vescovi. “La Chiesa ha sempre venerato i martiri non per pietà cioè come dire poverini, sono morti innocenti – spiega padre Munari - ma perché sono una spina nel fianco, che attraversa i tempi, e ricorda che non è vero che i soldi comprino chiunque o permettano sempre qualsiasi cosa. I martiri, come Gesù, sono più forti di coloro che li hanno inchiodati alla croce”.

Padre Giovanni Munari, già provinciale dei missionari comboniani in Brasile e Italia.

Padre Munari: “32 anni vissuti con un’intensità straordinaria”

All’amico e quasi coetaneo comboniano di padre Ramin, oggi 70 enne, chiediamo innanzitutto un ricordo di quali anni di studio insieme, e della “sofferenza spirituale” provata dal giovane Ezechiele prima dei voti perpetui e dell’ordinazione, nel 1980, sintetizzata nella preghiera di ringraziamento: “Signore, mi hai provato molto, però non mi è mai mancata la tua tenerezza e il tuo aiuto”.

R. - Sono stato per diversi anni compagno di scuola e quindi anche amico, credo, di Lele. Ricordo che molte cose anche nostre, personali, le abbiamo condivise in tanti anni passati insieme e quindi mi sento di rispondere prendendo veramente da lui. Lele era un giovane entusiasta come la maggior parte di noi. Ricordo che erano gli anni Settanta del secolo scorso, un tempo in cui i giovani furono protagonisti di cose molto importanti e coltivarono anche grandi ideali, come la pace, la non violenza, la fraternità universale. Lele queste cose le ha vissute intensamente, direi da innamorato. Riguardo alle prove di cui ha parlato nell'ordinazione, io so certamente che si riferiva alla tragica morte di un fratello avvenuta qualche anno prima, in un grave incidente stradale. Ma poi era la difficoltà di rendere comprensibili un po' le nostre provocazioni, in un’epoca di grandi trasformazioni. Io credo che questo ha sempre creato dei problemi tra noi e chi ci accompagnava come formatore.

Padre Lele era un prete comunista o solo un missionario che credeva che la Chiesa davanti alle ingiustizie sociali dovesse schierarsi a difesa degli ultimi e delle vittime?

R. – Ma che comunista! Uno che ha ideali comunisti non si fa prete… Per fare il prete e soprattutto il missionario bisogne essere innamorati di altre cose, cioè di Cristo e del suo Vangelo. E’ la che si trova l'ispirazione per le scelte importanti. E’ il Vangelo a ricordare che se vedi uno steso lungo la strada e tiri dritto, non serve a nulla la fede che hai. Cito proprio questa pagina del Vangelo, quella del Buon Samaritano, perché fu una pagina centrale, che la Chiesa brasiliana rifletté molto in quegli anni. Si diceva che qui non avevamo una persona, ma un popolo che era stato derubato, picchiato a sangue e abbandonato quasi morto lungo la strada. Ecco da dove veniva la luce per capire la situazione degli indios, o dei contadini di Rondonia in quegli anni o di tante altre categorie sociali alle quali noi nella nostra vita ci siamo dedicati.

Vista la drammatica situazione ancora oggi degli indios e dei campesinos di Rondonia, qual è stato il frutto del suo sacrificio? A cosa è “servito”?

R. – A cosa è servita la morte di Gesù sulla croce? O quella di monsignor Romero a El Salvador, o quella di Chico Mendes, uno che difendeva la foresta in Amazzonia? A cosa sono servite queste morti? Apparentemente a nulla, come quella di Cristo, eppure chi fu più forte? Cristo o quelli che lo fecero inchiodare sulla croce? La Chiesa ha sempre venerato i martiri non per pietà, cioè come dire poverini, sono morti innocenti o cose del genere, ma perché sono una spina nel fianco, che attraversa i tempi, e ricorda che non è vero che i soldi comprino chiunque o permettano sempre qualsiasi cosa. No, della vita ci sono cose che valgono più dei soldi e questo è importante continuare a dirlo, anche col sangue, se è necessario. Io credo che sia soprattutto questo, il grande insegnamento che ci viene dalla vita di persone come Lele.

Trentasei anni dopo, cosa dice padre Ezechiele con la sua testimonianza ai ventenni e trentenni come lui, di oggi?

R. – Noi abbiamo ricordato spesso ai giovani, che abbiamo incontrato in Italia, una sua frase. Lui scriveva: “Abbiate un sogno, abbiate un bel sogno. Una vita che insegue un sogno si rinnova di giorno in giorno. Sia il vostro un sogno che miri a rendere liete non soltanto tutte le persone, ma anche i loro discendenti. E’ bello sognare di rendere felice tutta l'umanità, e guardate che non è impossibile”. Sono parole di uno che ha vissuto soltanto 32 anni, ma, posso assicurare, con una intensità straordinaria. Questo è ora il grande insegnamento di Lele: vivere la vita con intensità. E’ l'aspetto che di lui mi piace di più ricordare in questa occasione.

Padre Arnaldo Baritussio, postulatore generale dei missionari comboniani.

Padre Baritussio: “Martire per aver fatto la scelta dei poveri”

Al postulatore dei comboniani padre Arnaldo Baritussio, 80 anni, originario della Carnia friulana, in missione per 11 anni in Mozambico, chiediamo che missionario è stato padre Ramin, che avrebbe voluto essere un sacerdote missionario e medico, si era preparato ad andare in Africa ma alla fine accolse con entusiasmo la destinazione del Brasile…

R. - Il desiderio di padre Ezechiele, quando era a Chicago, dove ha studiato teologia, oltre ad essere sacerdote, era anche diventare medico, perché aveva suo fratello Paolo medico e si era preparato per dare un servizio missionario di intervento completo: curare anime e corpi. Questo era un po' la sua intenzione e invece fu interpretato in maniera non positiva: era quasi un’incertezza sulla sua scelta missionaria sacerdotale. I superiori di allora dissero: “No, è sufficiente, già tu hai già una preparazione teologica e vai subito al servizio pastorale”. Però in principio lui, nel suo processo vocazionale, era arrivato veramente a voler essere anche medico. Sempre, naturalmente, non per una promozione personale, ma per il servizio missionario nella sua completezza.

Anche questo “no” dei superiori fa parte di quella sofferenza spirituale che lui ha provato?

R. – Era un banco di prova e lui ha accettato convintamente. Noi abbiamo avuto padre Ambrosoli, il primo medico missionario all'interno della congregazione, per cui aveva davanti anche la sua figura, insieme a quella del fratello Paolo. E invece è stata provata, anche in questo, la sua vocazione. E’ andato lo stesso, anzi con molta convinzione, in missione, specialmente poi in Brasile.

Che martirio è stato quello di padre Ezechiele?

R. E’ stato martire per aver fatto sua la scelta effettiva dei poveri, che in effetti era la scelta della Chiesa brasiliana, cioè della Conferenza Episcopale Brasiliana, anche se non all'unanimità. Ed era la scelta anche, in concreto, della Chiesa della diocesi di Ji-Paranà in Rondonia, dove lui svolgeva il servizio missionario. Sono due cose molto importanti: la scelta effettiva di quelli lasciati da parte, di quelli che erano sottoposti a una violenza grande, a un'ingiustizia evidentissima. Però, e questo è il secondo punto importante, questa era un'opzione già della Chiesa: allora lui è entrato in questo alveo di Chiesa ed è stato riconosciuto proprio per questo. Io penso che la sua figura parli così forte in Brasile perché lo riconoscono come una voce della Chiesa, una Chiesa che si mette accanto alle persone che sono più in difficoltà.

Nell’omelia che viene considerata il suo testamento spirituale, padre Ramin chiama “fratelli” i contadini di Cacoal ma anche i suoi futuri assassini, dicendo: “Cari fratelli, se la mia vita vi appartiene, vi appartiene anche la mia morte. Fratelli nella buona, fratelli nella cattiva sorte. Ma fratelli! Così dobbiamo imparare ad essere, non in altro modo”. Sembra di sentire, 35 anni prima, le parole di Papa Francesco nell’Enciclica Fratelli tutti. E’ una grande testimonianza, anche per il mondo di oggi…

R. – Mi sorprende un po' questo aggancio con la Fratelli tutti, però è vero… Si può dire che quest’omelia è stata il suo testamento spirituale, anche se nell'interpretazione di molti invece è semplicemente un documento più politico che religioso. Ed invece non è per niente un atto politico: la politica viene dopo, è una conseguenza. E’ un testamento spirituale perché la situazione sul territorio era gravissima. Contadini e agricoltori non riuscivano ad ottenere un pezzo di terra per sfamare le proprie famiglie ed erano abbandonati dalle strutture sociali, amministrative e politiche. Accanto a questi contadini chiamati “Sem terra”, c'erano i popoli indigeni, confinati ad oggetto di sottrazione dei loro territori e delle loro ricchezze di foresta, legname e ricchezze minerarie. Quindi anche questo: popoli in via di estinzione.

Padre Ezechiele Ramin nel corso di una celebrazione.

La voce di padre Ezechiele, domenica 17 febbraio, si è levata per denunciare con dati, che erano già stati pubblicati sul bollettino ufficiale della diocesi e lui li ha riletti nell'omelia, in cui si diceva nomi e cognomi di questa ingiustizia, di questi latifondi e la violenza fatta agli agricoltori. Lui ha parlato in presenza di agricoltori, latifondisti e poliziotti, perché già sapevano che era un prete un po’ differente. Aveva sposato questa causa ed era capace di mettere insieme le opzioni evangeliche con le scelte concrete delle persone, sui terreni, le proprietà. Però il quadro di riferimento a cui padre Ezechiele si riferiva era la scelta della difesa dei più poveri, come opzione della Chiesa del Brasile.

La parola “fratelli” era in primo luogo riferita a coloro che erano lasciati da parte, scartati, ma allo stesso tempo si riferiva anche ai latifondisti, perché lui voleva che, nella fratellanza, si giungesse tutti a una situazione di giustizia. E questa è un altro aspetto veramente molto importante: padre Ezechiele era un elemento che includeva: lo faceva aprendo gli occhi dei più poveri e aprendo gli occhi, che non volevano essere aperti, dei latifondisti. Anche quando è morto, lui ha creduto fino alla fine di poter dialogare anche con latifondisti. Quando è andato nella Fazenda Catuva ha cercato non solo di dialogare, ma ha detto ai contadini che erano entrati, e avevano invaso la terra per costruire dei piccoli lotti, “No, noi usciamo da qui, andiamo alla giustizia, vediamo i titoli di proprietà e dopo potremmo venire per rivendicare i nostri diritti”. Per cui era una persona che non si muoveva semplicemente per un'opzione ideologica. No, sapeva che quello era terreno dello Stato e 4000 ettari erano di questa fazenda Catuva, ma ce n'erano altri 70 mila. Allora i contadini che erano senza terra, hanno cercato di invadere e avere dei lotti in modo da mantenere le proprie famiglie. Naturalmente i latifondisti avevano le loro guardie armate. Per cui lui qui “fratelli” lo dice con un’accezione molto ampia, che è quella cristiana, nella quale tu includi anche coloro che ti perseguitano.

La processione sul luogo del martirio di padre Ramin, nel decimo anniversario.

La sua è una carità che deve portare alla giustizia, ad un cambio di passo, di situazione. Proprio in quell'omelia, se uno la legge bene, il punto di riferimento non è primariamente la situazione politica e sociale, ma il Vangelo di Gesù. Difatti lui si richiama, alla fine, al lebbroso che è curato da Gesù. Ma il lebbroso, dice, non deve continuare a gridare la propria infermità, ma deve liberarsi dalla propria infermità. E’ quello che Gesù voleva. Non possiamo continuare a dire ai poveri: “Gridate che non ce la fate più”. No, dobbiamo dire che tutti hanno il diritto alla giustizia. Quindi la stella che lo guidava era la prassi del Vangelo: nelle sue omelie, nel riferimento ai Vangeli, era veramente molto puntuale. La Parola di Dio era fondamentale, nella sua prassi come nella sua catechesi, però con questa sottolineatura: una prassi di amore che doveva portare un cambiamento. La carità da cui nasce l'imperativo della giustizia, cioè cose che valgono anche oggi. Il radicale amore per la Parola di Dio e la sua visione di inglobare tutti nella parola “fratelli”, di riconoscere a tutti uguale dignità: ai contadini senza terra, agli indios e ai latifondisti. Il suo era così un orizzonte di fede con conseguenze socio-politiche di cambiamento: una prassi evangelizzatrice e liberatrice.

Padre Arnaldo, a che punto è la causa di beatificazione per il martirio di padre Ezechiele?

R. La Positio (la sintesi della documentazione che prova l’ esercizio eroico delle virtù, n.d.r.) è in fase di revisione e stampa, per la consegna poi ai censori teologi e la valutazione da parte loro se si tratta di vero martirio cristiano. La valutazione riguarda il perché è stato ucciso, il cosiddetto martirio formale, e poi l'atteggiamento con cui padre Ezechiele ha affrontato questo momento difficile, il martirio ex parte victime. Poi se questa prova, sottoposta ai teologi, ai vescovi e ai cardinali, viene ritenuta sufficiente, si porta al Papa che con decreto va subito alla beatificazione.

Un seme gettato per terra che ha portato frutto, quello di padre Ezechiele. Però ancora gli indios e i campesinos hanno problemi, in Rondonia…

R. – Certo. Anche nella pandemia sono abbandonati. C’è un disegno politico. Però io sono andato in Rondonia, dove lui è stato ucciso, e ci sono ancora queste comunità cristiane molto vive, comunità di base. Tu vedi lì la Chiesa viva, perch partecipano attivamente. La grande differenza tra noi qui e loro, è che lì, anche con tutta la loro povertà, loro sono ricchi interiormente. C’è partecipazione attiva, anche il mettersi assieme, riflettere sulla Parola di Dio, i vari ministeri, le necessità all'interno della Chiesa. Tu senti che è un corpo vivo, mentre qui molte volte sentiamo che è un rito, quando va bene. Sennò è un corpo morto.

Padre Ezechiele (a destra) con una parte della sua famiglia: la madre Ammirabile e, primo a sinistra, il fratello Antonio.

Antonio Ramin: “Chiedeva ai giovani di saper scegliere”

Ad Antonio Ramin, fratello di padre Ezechiele, chiediamo di ricordare l’ultimo saluto, a Padova, dove il missionario martire è sepolto, e la preghiera dei fedeli letta per la famiglia, al funerale, da un altro fratello, il medico Paolo: “Nel dolore di questa morte, i miei genitori e fratelli, ti pregano di usare misericordia verso gli uccisori. Tu ci hai insegnato l’amore e il perdono. Sì, Padre Santo, noi non portiamo rancore per gli uccisori. Noi perdoniamo. Tu toccali con la tua grazia”.

R. - Noi come familiari di Ezechiele pensavamo che questo fratello fosse nostro e invece ci siamo accorti che appartiene a tutta la Chiesa.

Lei vede nella Chiesa che si dedica all'Amazzonia, come ha fatto nel sinodo dell’ottobre 2019, quasi un proseguire la missione di suo fratello?

R. - Io penso proprio di sì, perché ho visto, nel corso di alcune visite che ho fatto in Rondonia, nei posti di Ezechiele, l’impegno di quella Chiesa a favore dei più poveri, degli indios, alla ricerca della giustizia. All'interno della scelta fondamentale che ha fatto la Chiesa sudamericana dell'opzione per i poveri.

Il vescovo di Ji-Paranà Bruno Pedron, nel luglio 2015, benedice la cappellina realizzata
nella zona del martirio di padre Ramin.

Qual è secondo lei quello che lascia ai giovani, soprattutto, suo fratello che purtroppo è morto giovane. Ha dato questa sua testimonianza di coraggio, di credere nei valori della libertà e della giustizia fino alla fine…

R. – Ezechiele credeva molto ai giovani, e lui pensava che bisognava fare una scelta, o di qua o di là. Nella misura in cui si sceglie Gesù Cristo, questo è totalizzante. Poi da parte sua ci ha messo anche l’orgoglio comboniano, perché, diceva “Tutte le cose nascono ai piedi della Croce”.

Qual è l’ultimo ricordo che ha di suo fratello?

R.- Noi l’abbiamo visto soltanto nel gennaio ‘83, prima che partisse. Ci siamo abbracciati, e lui mi ha detto “Ci vedremo fra qualche anno”. Ma nulla lasciava presagire quello che sarebbe successo. Ci tenevamo in contatto con lettere e abbiamo capito che la situazione era rovente.

E lui come spiegava la sua motivazione a continuare comunque, in questa situazione così difficile?

R. - Diceva: “Io in questa Chiesa mi trovo molto bene, perché ha fatto una scelta di campo ben precisa. Io non invento niente, sto all’interno della pastorale diocesana”. Di suo ci metteva l'approfondimento della realtà, con conoscenza documentale. Per cui riusciva a parlare sia per radio, sia nelle omelie soprattutto, e nel dialogo con le persone, quando quotidianamente andava all'interno delle comunità ecclesiali di base.

Nel suo sacrificio, padre Ezechiele può essere considerato un martire. Voi pensate che possa arrivare agli altari?

R. – Questo è il percorso della Chiesa. Noi siamo coscienti che è un martire, ma non è l’unico. D’altra parte un campo ci sono mille fiori e nessun fiore è geloso di un altro fiore. Troppi sono i martiri continuamente anche in Amazzonia.

Stasera alle 19 il webinar “Vite intrecciate in Etiopia”

Stasera alle 19, Missio giovani organizza un webinar intitolato “Vite intrecciate in Etiopia” in cui si traccerà il difficile quadro della missione nel Paese africano, segnato da conflitti, povertà e, nell’ultimo anno, anche dal Covid-19. All’Etiopia è legato, inoltre, il tradizionale progetto di solidarietà promosso insieme alla Giornata: l’allestimento di un laboratorio informatico per i giovani della Prefettura apostolica di Robe e l’attivazione di corsi di tecnologia per facilitare il loro accesso ai corsi universitari e al mondo del lavoro.

[Alessandro Di Bussolo – Vaticannews]