Venerdì 4 aprile 2025
Le crisi africane si acuiscono di giorno in giorno, mentre il resto del mondo, soprattutto quello occidentale, sembra fare finta di niente. A qualsivoglia osservatore non avvezzo alle vicende di questo continente, tale affermazione potrebbe apparire eccessiva, se non addirittura polemica. Eppure, purtroppo, corrisponde alla realtà. [Padre Giulio Albanese, comboniano – L’Osservatore Romano]
Si dimentica, infatti, che le situazioni di conflittualità in Africa non sono affatto secondarie rispetto ad altre, come la guerra in Ucraina o quanto sta avvenendo sul versante mediorientale. Soprattutto in Europa, non è sufficientemente chiaro che le vicende africane hanno implicazioni dirette per la sicurezza e la stabilità dell’intero sistema internazionale.
L’instabilità che attraversa il continente africano si manifesta con particolare intensità nella vasta regione subsahariana, dove si concentrano le crisi più gravi e persistenti. Tre aree, in particolare, emergono come epicentri della violenza: l’Africa occidentale, nella fascia saheliana (comprendente Mali, Burkina Faso e Niger), l’Africa centrale, la Repubblica Centrafricana, il Ciad, il Sudan, il Sud Sudan e la Repubblica Democratica del Congo, e infine, il Corno d’Africa, con la Somalia che da decenni vive una condizione di fragilità istituzionale e insicurezza cronica. A questo scenario si aggiunge il nord del Mozambico, a causa dell’insediamento di milizie jihadiste.
A rendere ancora più inquietante lo scenario si aggiunge il disordine globale causato dalla guerra dei dazi che avrà inevitabilmente forti ripercussioni economiche anche sul continente africano nel suo complesso. Sta di fatto che le ricerche e le analisi sulle traiettorie politiche, le dinamiche geopolitiche e le involuzioni geoeconomiche dell’Africa subsahariana non sono affatto rassicuranti. La crescita del debito pubblico continentale (1.300 miliardi di dollari), unitamente alla vexata quaestio dell’inflazione (nel 2024, il tasso di inflazione medio dell’Africa è stato stimato al 18,6 per cento) e della persistente crisi climatica, sono tutti fattori che rendono lo scenario alquanto destabilizzante.
L’instabilità in Africa — è bene rammentarlo — indebolisce lo stato di diritto e incrementa le reti di traffico di esseri umani e di droga, che frequentemente seguono rotte che portano direttamente in Europa. Inoltre, poiché la violenza costringe le popolazioni autoctone alla mobilità, dunque ad abbandonare le proprie abitazioni, le pressioni migratorie sono destinate ad aumentare in direzione delle coste europee. Non affrontare le cause profonde di queste crisi creerà solo nuove e persistenti ondate migratorie, un fenomeno che, se fosse governato in modo perspicace e lungimirante, potrebbe addirittura rappresentare un’opportunità per i Paesi industrializzati in declino demografico.
Come se non bastasse, l’aumentata tensione nell’arena internazionale sta determinando un riposizionamento strategico dell’Africa — o almeno di un certo numero di Paesi al suo interno — rispetto ai grandi attori internazionali, generalmente percepito come a sfavore dell’Occidente, in tutti i suoi principali protagonisti, dagli statunitensi agli ex colonizzatori britannici, portoghesi, belgi, italiani, tedeschi e in particolare francesi. Dal Niger al Gabon, ultimo in ordine di tempo, tutti i Paesi caduti nelle mani di giunte militari negli ultimi anni — Sudan a parte — sono membri di quella che era un tempo la Francafrique. Quanto basta a immaginare un filo rosso da Niamey passando per Bamako e Ouagadougou, fino a Libreville: in tutti questi casi il governo di Parigi, come ex potenza coloniale, è messo a dura prova.
Nel frattempo, la Cina sembra essere l’unico attore capace di riscuotere consensi come espressione di quel Global South (Sud Globale) che proprio l’Occidente sembra voler ignorare. A questo si aggiunge il crescente ruolo della Russia, la cui cooperazione militare con diversi Paesi africani si fa sempre più evidente e strategicamente significativa. È evidente che sottovalutare l’agenda africana, considerandola marginale rispetto ad altre, sarebbe un errore imperdonabile per i player internazionali, i quali comunque sembrano essere sempre più divisi tra loro con la crisi del multilateralismo. E dire che l’Africa, oltre che per le sue straordinarie e ingenti ricchezze del sottosuolo, potrebbe rappresentare per l’economia mondiale uno straordinario hub. Basti pensare a quello che rappresenta sulla carta l’Area continentale africana di libero scambio (Afcfta), che ha come obiettivo la creazione di un mercato unico per beni e servizi, sebbene ancora in fase di sviluppo, pensato per facilitare gli investimenti e rafforzare in modo significativo lo scambio commerciale tra i Paesi del continente.
Lanciata nel 2018, l’Afcfta è stata ratificata da parte di tutti i Paesi membri, tranne sei, a cui si aggiunge la mancata firma del governo di Asmara, ed è operativa dal 1°gennaio del 2021. Nel momento in cui dovesse marciare a pieno regime, dovrebbe essere l’area di libero scambio più grande al mondo. E qui entra in gioco il ruolo dell’Unione africana (Ua) chiamata a guidare questo processo di trasformazione economica e politica. Durante l’ultimo summit di Addis Abeba del febbraio scorso, è stato eletto alla presidenza della Commissione africana Mohamoud Ali Youssouf, ministro degli Affari esteri di Djibouti. Personaggio con comprovate competenze tecniche e dalle idee visionarie, Youssouf ha il delicato compito di rilanciare la grande sfida delle riforme dell’apparato burocratico dell’Ua, con l’obiettivo di rendere l’organismo continentale più efficiente: un compito tutt’altro che semplice, anche alla luce delle resistenze che, da diverso tempo, non pochi leader africani oppongono all’idea di delegare maggiori poteri all’istituzione panafricana.
Nel corso del summit si è parlato delle crisi belliche africane di cui sopra, in particolare di quella che interessa le province del Nord e Sud Kivu, senza però un concreto avanzamento. Ed è proprio questo il nodo cruciale: trovare «soluzioni africane ai problemi africani». L’espressione è stata coniata dall’economista ghanese George Ayittey in risposta alla crisi in Somalia nei primi anni Novanta. La sua argomentazione all’epoca era che «i tentativi esterni di risolvere i problemi africani si sono regolarmente dimostrati inefficaci e persino controproducenti» e che qualsiasi «soluzione a lungo termine ai problemi può venire solo dagli africani stessi». Da allora, questa frase è stata oggetto di grandi dibattiti in molteplici contesti, ampiamente interpretata e ancora continua a offrire un quadro ermeneutico attraverso cui vagliare i problemi e le soluzioni del continente. Non a caso, la nozione è stata ripresa come principio guida anche dall’Ua ed è stata usata come una sorta di grido di battaglia dai politici in tutta l’Africa.
Lungi dalla retorica, non si tratta certamente di escludere a priori il contributo della comunità internazionale, quanto piuttosto di consentire agli africani di prendere una volta per tutte le redini del loro destino. In questa prospettiva, ad Addis Abeba è stata annunciata ufficialmente la designazione del tema 2025 dell’Ua: è l’anno «della giustizia per gli africani e le persone di origine africana attraverso le riparazioni». Un tema che punta a riconoscere e affrontare l’impegno a far fronte a ingiustizie storiche, come la tratta degli schiavi, sia transatlantica sia verso il modo arabo, e il colonialismo. Si tratta di reclamare i diritti legali legati alle riparazioni per i danni a lungo termine causati dai Paesi coloniali durante la tratta degli schiavi (ufficialmente riconosciuta come crimine contro l’umanità nel tardo 1998, con l’adozione dello Statuto di Roma) e nel corso del colonialismo. Difficile prevedere l’esito concreto di questa campagna. Eppure, ciò che emerge con forza è il desiderio, più che legittimo, del riscatto di un continente che, ancora oggi, troppi continuano a considerare, con miopia storica, solo una terra di conquista.
Padre Giulio Albanese, comboniano – L’Osservatore Romano