Giovedì 27 febbraio 2014
Venti giorni accampato in una palude, insieme a 500 sfollati. I missionari non hanno abbandonato la città di Leer fino all’attacco dell’esercito. “Ci mancava tutto, tranne Dio e la solidarietà della gente”, ha detto P. Raimundo Nonato Rocha dos Santos, missionario comboniano, a Leer da luglio 2010. Dopo più di due settimane senza notizie, dalla loro fuga dalla missione di Leer alla vita nella macchia a causa dei combattimenti tra gli SPLA e i ribelli di Machar, i cinque comboniani e le quattro comboniane sono stati portati a Juba per un periodo di recupero dopo questa drammatica esperienza.

 

Nella foto sopra:
P. Raimundo N. Rocha dos Santos,
comboniano brasiliano,
e P. Yacob Solomon Shole,
comboniano etiope,
davanti alla macchina della missione, bruciata dai ribelli del Darfur
che hanno aiutato l’esercito
del Sud Sudan
durante la rioccupazione di Leer.

Foto accanto:
Fr. Nicola Bortoli, comboniano italiano, durante la fuga dei missionari
nella savana.

 

Correvano verso di noi sparandoci addosso. Sai, quella gente non bussa alla porta per entrare… Sentivamo il sibilo sinistro dei proiettili che passavano sopra le nostre teste”. Padre Raimundo Rocha è sopravvissuto alle tre settimane peggiori della sua vita. Avevamo raccolto la sua testimonianza poco più di un mese fa: “Ho paura, ma rimango con la gente”, aveva detto. Non voleva abbandonare la sua missione, a Leer, nel nord dello Unity State, la cassaforte del Sud Sudan, dove transita il petrolio che garantisce il 98 per cento del bilancio dello Stato.

Non voleva andarsene, padre Raimundo, missionario comboniano, rimanere in città però era ogni giorno più pericoloso: “La tensione montava e anche la paura. I civili erano ormai fuggiti dalla città”. Il 29 gennaio cinque diversi gruppi di poliziotti e militari si erano presentati alla missione per sequestrare le macchine, molti erano ubriachi. L’ospedale di Medici senza Frontiere, le case, gli uffici pubblici, erano già stati tutti saccheggiati. Il 30 gennaio, dopo la preghiera del mattino, anche i missionari decidono di fuggire. Fra le truppe governative che si apprestano ad invadere la città, vi sarebbero anche molti uomini del Darfur che in genere, a differenza dei governativi, non rispettano le missioni cristiane.


“Alle 9,45 del mattino siamo partiti con tre macchine, avevamo caricato un po’ di cibo e  qualche vestito di ricambio. Nella mia borsa io ho messo anche l’Eucarestia, i libri di preghiere, il mio vecchio computer, qualche documento e una statua di Nostra Signora dell’apparizione del Brasile”.

Padre Raimundo è brasiliano, ma con lui ci sono religiosi italiani, americani, etiopi, togolesi e suore ecuadoriane, costaricane e locali: “Eravamo dieci missionari, un sacerdote diocesano, una donna con il suo bambino e una giovane coppia”.

Per strada però, molte altre persone si aggrappano alle loro macchine, per fuggire. I mezzi, appesantiti dal carico, si muovono lentamente fra le piste che tagliano la savana. Uno si è anche insabbiato. E così, per percorrere i 28 chilometri che portano a Beer, un piccolo villaggio, ci vogliono quattro ore.

“I cristiani di Beer ci accolgono calorosamente e ci ospitano nelle loro case, ma neanche un’ora dopo il nostro arrivo si è scatenato l’inferno”. Padre Raimundo ha ancora la voce rotta dall’emozione, quando ricorda quei momenti terribili: “Abbiamo preso quello che potevamo e siamo scappati, addentrandoci nella foresta, in direzioni diverse. Io avevo tre borse, sono caduto più volte, nella foga della corsa. A un certo punto, non ce la facevo più, mi sono nascosto dietro un albero. Li aspetto qui, mi uccideranno, ho pensato. Padre Ernesto, che era fuggito insieme a me, mi incoraggiava a ripartire, ma io ero esausto! A un certo punto, sbuca fuori dal nulla un uomo, che conoscevo: avevo celebrato il suo matrimonio. Stende a terra una coperta, per noi. Riprendiamo il fiato, poi lui prende la mia borsa più pesante e torniamo a correre. Dopo un po’ ci fermiamo tutti, avevamo esaurito le forze. Ci sdraiamo a terra, in una zona di erbacce e sterpaglie alte, fra le palme”. Accovacciati, terrorizzati, trascorrono così tre lunghissime ore: fino alle sei del pomeriggio. Il crepitio degli spari continua a turbare la quiete della savana, loro però non sanno che cosa sta succedendo, e soprattutto che fine hanno fatto i loro compagni di fuga. Al tramonto passano due pastori, che li riaccompagnano in paese.

“Finalmente abbiamo ritrovato i nostri compagni, eravamo felici. Mancava solo la donna col bambino, ma ci hanno informato che anche loro erano sopravvissuti, avevano raggiunto un altro villaggio. Allora abbiamo passato la notte in una capanna, eravamo terrorizzati”. Padre Raimundo e gli altri, il mattino dopo, si alzano molto presto per cercare rifugio in una zona più sicura, fra le paludi: “Anche qui, la gente è stata molto ospitale. Un uomo ci tenuti in casa sua per venti giorni, Dormivamo per terra, bevevamo l’acqua della palude e mangiavamo quello che si riusciva a pescare o a cacciare: ippopotami, coccodrilli o bufali”. Col passare dei giorni, quella casa diventa una sorta di campo per sfollati, padre Raimundo arriva a contare 500 persone.

“Avevamo perso tutto: le auto, i vestiti, il cibo. Siamo sopravvissuti grazie alla solidarietà della gente. Mangiavamo poco, dividevamo con gli altri il cibo disponibile, ma non abbiamo mai patito la fame.

Un catechista ha camminato due giorni per raggiungerci e dividere con noi il ricavo della vendita della sua capra, e l’aveva venduta per mantenere suo figlio, portatore di handicap”. Padre Raimundo ha tratto una grande lezione di vita, da un’esperienza così drammatica: “Ci mancava tutto, tranne Dio e la solidarietà della gente. Tutti i pomeriggi alle 5 celebravamo la messa. Sapevamo anche che molte persone pregavano per noi, in tutto il mondo. Per questo non abbiamo mai perso la speranza”.
Davide Demichelis


P. Raimundo Rocha
sull’elicottero che lo ha trasportato
da Leer alla città di Juba.

Sani e salvi,
i confratelli e le suore comboniane

Dopo più di due settimane senza notizie, dalla loro fuga dalla missione di Leer alla vita nella macchia a causa dei combattimenti tra gli SPLA e i ribelli di Machar, i nostri cinque confratelli (P. Yacob Solomon Shole, Fr. Nicola Bortoli, P. Raimundo N. Rocha dos Santos, Fr. Pierre Ayik Teko Fafa e lo scolastico Ketema Dagne Tadesse) e quattro suore comboniane (Sr. Agata, Sr. Laura, Sr. Carmita e Sr. Lorena) sono finalmente tornati sani e salvi alla missione di Leer che era stata saccheggiata e parzialmente distrutta. Sono stati tutti portati a Juba per un periodo di riposo e di recupero dopo questa drammatica esperienza.

Anche P. Francesco Chemello, superiore della comunità di Leer, è arrivato sano e salvo a Juba da Ganylielm, dopo tre mesi di macchia e di vita in una zona paludosa. Era in un’area diversa dell’Unity State, quando si sono verificati gli eventi a Leer. Anche P. Michael Barton, che durante i conflitti era rimasto solo a Leer e ha assistito impotente al saccheggio e alla distruzione della missione, alla violenza della gente, dei ribelli e dei soldati SPLA, ha raggiunto, sano e salvo, la nostra comunità di Old Fangak, abbastanza lontana da Leer, dopo un viaggio avventuroso e pericoloso.


Da sinistra: P. Ernest Adwok (diocesano del Sud Sudan),
Fr. Fafa D. J.-C. Pierre (Togo), scolastico Ketema Dagne (Etiopia),
Fr. Bortoli Nicola (Italia), P. Yacob Solomon Shole (Etiopia),
Sr. Laura Perina (Italia), P. Raimundo N. Rocha dos Santos (Brasile),
e Sr. Lorena Morales (Costa Rica) vicini all’elicottero
che li hanno liberati da Leer e trasportati alla città di Juba.


La casa dei missionari comboniani dopo il saccheggio.


Leer, la città natale del leader dell'opposizione Riek Machar, ridotta in ceneri.