Sabato 28 dicembre 2013
P. Giovanni è morto la terza domenica d’Avvento, la domenica della gioia. “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria a te, Dio Padre onnipotente, nei secoli dei secoli. Amen... Grazie... Sì, Padre”. Sono state le sue ultime parole. La Messa e il funerale sono stati celebrati il 16 dicembre a Khartoum. P. Enrique Sánchez G., Superiore Generale, ha detto: “Il Signore ha chiamato a sé un grande missionario e un sacerdote straordinario che ci lascia un esempio veramente grande di vita missionaria, di passione per i poveri, di grande amore per l’Istituto, sicuramente un comboniano secondo il cuore di san Daniele Comboni”.

P. Giovanni Ferracin

(09.02.1930 – 15.12.2013)

P. Giovanni Ferracin era nato il 9 febbraio 1930 nel villaggio di Malo, in provincia di Vicenza (Italia). Entrato nell’Istituto Comboniano, emise i primi voti nel 1952. Fu ordinato sacerdote nel 1959. Fu poi mandato in Inghilterra per lo studio della lingua e come insegnante a Stillington e a Mirfield. Destinato al Sudan, arrivò a Khartoum nel 1962 e fu assegnato come insegnante al Collegio Comboni. P. Giovanni si rivelò subito una persona saggia, tanto che veniva spesso scelto per compiti delicati ed era benvoluto sia dai superiori che dai confratelli.

 

La Messa – presieduta dal cardinale Gabriel Zubeir Wako, arcivescovo di Khartoum – e il funerale sono stati celebrati il 16 dicembre a Khartoum. P. Giovanni è stato sepolto nel cimitero di S. Francesco.

 

Impegnato principalmente nella formazione
Nel 1969 P. Giovanni fu chiamato a fare il padre maestro dei novizi a Venegono, in Italia. Non era un compito facile perché c’erano molte tensioni sia nel mondo ecclesiale che nella società civile. Per la Chiesa, erano gli anni del dopo Concilio Vaticano II: erano state introdotte molte innovazioni, spesso accolte con grande resistenza. Anche nel mondo civile era un momento di cambiamenti sociali, sostenuti in particolare dai giovani. P. Giovanni, con la sua capacità di dialogo e la sua semplicità, riuscì a ristabilire fiducia e armonia nei giovani che erano sotto la sua direzione.

Dal 1976 al 1979 fu mandato in Spagna, ancora una volta come maestro dei novizi. Per questo periodo attingiamo ai ricordi di P. Salvatore Pacifico. “L’avevo incontrato in un raduno di formatori, ma il primo vero incontro con lui fu a Londra, dove avevo accompagnato un gruppo di novizi di Venegono e P. Giovanni il suo gruppo di novizi dalla Spagna per i tre mesi estivi, durante i quali i novizi facevano un’esperienza fuori della loro nazione e lavoravano per mantenersi. Siccome io ero nuovo, si preoccupò di facilitarmi le cose il più possibile. Prima sistemò i novizi di Venegono, mettendo a frutto le sue esperienze passate, in pratica offrendoci quello che era già assicurato (ostelli, posti di lavoro) e poi pensò a sistemare i suoi novizi. Tirava dritto per la strada che aveva capito essere quella giusta. Ti chiedeva una cosa dando l’impressione che fosse la cosa più naturale del mondo fare come diceva lui: disarmante, perché capivi che non c’era di mezzo la ricerca di sé. Era la cosa in sé che era buona. Nelle discussioni era famoso perché sembrava che condividesse quello che dicevi ma poi… c’era sempre un ‘ma’ e quasi sempre finiva per prevalere lui, ma come se dicesse ‘Ma è talmente ovvio!’. Anche quando cercava lavoro nei negozi di Londra per i suoi novizi, se il commerciante rifiutava, gli diceva ‘non sai quello che perdi’. Non chiedeva mai agli altri quello che non faceva lui. Durante l’esperienza estiva a Londra, se poteva, faceva lo stesso lavoro dei novizi e si sporcava le mani con naturalezza. Come i novizi, per viaggiare faceva l’autostop”.

P. Giovanni venne poi mandato per due anni in Kenya (1979-1980) e, per altri due, in Uganda (1980-1981), sempre impegnato in attività legate alla formazione dei futuri missionari. Dal 1981 al 1987 fu provinciale del Kenya.

Dal 1987 al 1997 P. Giovanni rimase a Roma con l’incarico di coordinatore della commissione centrale per la Formazione Permanente, altro compito delicato per il quale, ancora una volta, fu molto apprezzato. A Roma, ha toccato numerose persone e portato sollievo spirituale con la sua bontà, gentilezza, umanità e soprattutto con il suo parlare della gentilezza di Dio. Molte persone lo ricordano ancora.

Khartoum
Nel 1997 fu felice di poter ritornare in Sudan, la sua prima missione, nonostante la sua scarsa conoscenza della lingua araba. Anzi, all’età di 67 anni, ricominciò a prendere lezione. Fu nuovamente assegnato alla comunità del Comboni College. Nel 2011 si spostò nella comunità di Omdurman.

Pur non avendo mai raggiunto una perfetta conoscenza della lingua araba, P. Giovanni ha fatto sempre del suo meglio per essere disponibile a qualsiasi servizio gli venisse chiesto. “Senza alcuna critica nei confronti dei confratelli – ricorda P. Salvatore Pacifico – mi diceva ‘Io non mi faccio troppi problemi. Vado dove c’è bisogno, vado dove mi mandano. Un posto vale l’altro e un lavoro vale l’altro. Ci sono confratelli che si devono trattare con i guanti, bisogna consultarli, tener conto dei loro desideri e aspettative’. P. Giovanni si è messo a servizio della missione accettando con semplicità di spirito quello che gli veniva chiesto. E lì, viveva in pienezza la sua vocazione e c’erano sempre dei frutti”.

Era un uomo di spiritualità, sempre disponibile e pronto a predicare ritiri, a seguire le persone nella direzione spirituale e ad aiutare in qualsiasi tipo di programma di formazione permanente. Quando parlava del mistero della Trinità o di qualsiasi altro aspetto della nostra fede, perdeva la nozione del tempo. Anche se amava far uso di espressioni brevi, che sintetizzavano la sua profonda spiritualità, come ad esempio: “Gesù è il Signore”, “Grazie, sì Padre”, ecc. La sua spiritualità non lo astraeva dalla realtà, ma gli dava quell’energia interiore che P. Giovanni esprimeva in gesti concreti di carità. In occasione del 50° di sacerdozio, scusandosi con i confratelli di non avere il tempo per scrivere delle note autobiografiche, ricordava una citazione a lui particolarmente cara, tratta da una lettera che il Comboni scrisse da El Obeid il 13 luglio 1881, tre mesi prima della sua morte: “Al mondo le ho sperimentate tutte; ed ho imparato per pratica, che prima di tutto si deve avere un grande amore di Dio, che partorisce l’amore del prossimo, che è la legge universale”.

Tutti conosciamo bene la sua grande attenzione verso i poveri e per le persone che si avvicinavano a lui per qualsiasi tipo di sofferenza, tanto che a volte lo si invitava alla moderazione perché non mettesse a rischio la sua salute. Il suo, era l’approccio di un uomo di fede. Voleva esprimere la bontà di Dio a tutti e quando, a volte, non aveva nulla da offrire, invitava la persona a pregare e a porre la propria fiducia nel Signore. Poi, subito dopo, andava personalmente a bussare alle porte di quanti avevano le risorse per rendere efficace la Provvidenza di Dio.

Seguiamo ancora P. Salvatore Pacifico. “Era candido. Esprimeva quello che aveva dentro. La mia impressione è che non ha cercato vie singolari ma nell’ordinario è stato straordinario, senza rumore, senza dare nell’occhio. Iniziò al Comboni College, Khartoum come insegnante di matematica. Si mise a studiare l’arabo da solo e ne sapeva tanto quanto era necessario per il suo apostolato. È diventato naturalmente un punto di riferimento, ricercato e creativo. Ti parlava il linguaggio del vangelo, te lo buttava là con la massima naturalezza, serio e sorridente insieme, e faceva breccia. Persone che l’hanno avuto come direttore spirituale in momenti bui hanno trovato luce e una luce permanente che ha continuato a illuminarli per la vita. L’Istituto ha percepito quasi per intuizione i doni che aveva e gli ha dato l’occasione di offrirli. Era un padre spirituale e un animatore nato perché viveva secondo lo Spirito. Nei raduni spesso ci si rivolgeva a lui per una riflessione spirituale. Dovunque ha lavorato, è stato rimpianto alla partenza e tantissime persone lo rivedevano volentieri perché si era creato un legame spirituale fruttuoso”.

L’ultimo giorno
P. Giovanni era un uomo gioioso. Non aveva paura della morte. Lo scorso 8 dicembre 2013, nella sua omelia diceva: “Ora, vedete, io sono un uomo vecchio, sono un uomo molto vecchio, sono vicino agli 84 anni adesso, quindi non mi aspetto di vivere ancora molti anni. Il Signore arriverà per vedermi, quindi lui viene per vedere me e io andrò per vedere lui. Forse potrebbe essere domani, dopodomani, quindi se la settimana prossima sentirete che padre John non ci sarà più non dite ‘Oh, pover'uomo...’ No! Dovete dire ‘Siamo molto felici perché padre John ha raggiunto l’obiettivo!’

È morto, infatti, la domenica seguente, la terza Domenica d’Avvento, la domenica della gioia. Si era recato a Qaria 10, un centro della parrocchia di Omdurman, per le confessioni e l’Eucaristia. Non ha potuto completare la sua ultima Messa all’altare ma ha compiuto l’offerta della sua unione totale con il Signore che ha servito fino alla fine.

Privo di sensi, è stato portato a Villa Gilda, dove è stato soccorso e ha iniziato a riprendersi. Per un po’, abbiamo creduto che lo svenimento della mattina fosse solo dovuto a debolezza e a disidratazione. Invece, era il Signore che gli veniva incontro. Nel pomeriggio, infatti, improvvisamente ha avuto un secondo attacco. Mentre stavamo preparando l’ambulanza per portarlo in un altro ospedale, il suo respiro si è ulteriormente affievolito e P. Giovanni ha abbandonato in pace la sua anima nelle mani del Signore.

Pochi minuti prima, quando ancora nessuno si era reso conto di quello che stava per succedere, un confratello è passato a salutarlo e gli ha chiesto di pregare. Come al solito, P. Giovanni ha risposto: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria a te, Dio Padre onnipotente, nei secoli dei secoli. Amen... Grazie... Sì, Padre”. Sono state le sue ultime parole.

La Messa e il funerale sono stati celebrati il 16 dicembre a Khartoum. P. Giovanni è stato sepolto nel cimitero di S. Francesco, accanto ad altri grandi missionari, tra cui P. Josef Ohrwalder.
P. Angelo Giorgetti

Testimonianze
Molte numerose sono state le testimonianze pervenute al provinciale di Khartoum. Ne riportiamo due.

P. Enrique Sánchez González
“Ti mando queste righe dal Messico, dove sono arrivato ieri notte con P. Claudio Lurati. Questa mattina ho ricevuto la notizia della morte di P. Giovanni e mi sento triste. Il Signore ha chiamato a sé un grande missionario e un sacerdote straordinario che ci lascia un esempio veramente grande di vita missionaria, di passione per i poveri, di grande amore per l’Istituto, sicuramente un comboniano secondo il cuore di san Daniele Comboni. Sono contento per P. Giovanni, avendo vissuto fino alla fine in mezzo alla gente che lui amava con tutto il cuore, abbia lasciato le sue ultime energie tra i più lontani: questo è molto bello. Mi chiedo che cosa il Signore si aspetta da noi in questo momento così difficile per la nostra missione in Sudan, dove il personale diventa sempre più scarso. Dio sa bene perché ci fa vivere questo momento così, e certamente ci darà la forza per continuare ad andare avanti con tutta la fiducia in Lui. Voglio unirmi al vostro dolore, ma sicuramente alla vostra azione di grazie in questo giorno. Adesso abbiamo un altro intercessore per la missione del Sudan in P. Giovanni”.

P. Giovanni B. Antonini
“La notizia della morte di P. Giovanni Ferracin mi ha sconvolto e nello stesso tempo mi ha dato un senso di esaltazione. Sconvolto, perché quando si perde un amico, una persona che si stima e con la quale si è stati legati nella vocazione, nel lavoro didattico e pastorale, è come cadere in un vuoto d'aria mentre si vola verso una destinazione sicura. Esaltazione, perché quando penso a P. Giovanni mi sembra di accostarmi a un confratello che si è grandemente realizzato nella sua vocazione missionaria comboniana, servendo il Signore in vari modi e in molti paesi diversi, ma sempre con lo stesso spirito, con lo stesso disinteresse e dedizione. Il confratello viene sepolto: vi assicuro la mia vicinanza nella sofferenza per la sua mancanza e nella preghiera perché la sua intercessione sia una nuova protezione per la Missione nel Sudan”.