La Chiesa dell’America Latina e dei Caraibi, maestra di sinodalità

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Martedì 30 novembre 2021
La Chiesa dell’America Latina e dei Caraibi sta mostrando, in questi giorni della Prima Assemblea Ecclesiale che durerà tutta la settimana, una reale capacità di capitalizzare al meglio alcuni eventi che ne hanno segnato la storia recente come Aparecida 2007 [Cf. Settimana News. Maurizio Rossi – Settimana News]

Nello spirito di Aparecida

Un ascolto reale del popolo di Dio nelle sue variegate configurazioni è stato il proposito mantenuto: numeri molto alti di persone hanno preso la parola nelle varie fasi preparatorie, con la necessaria macchina organizzativa in grado di raccogliere e ordinare una mole gigantesca di contributi. Cammino sinodale, sì. Sorretto non già dalla retorica fiacca dell’apertura alle voci «dal basso» del popolo di Dio, quanto piuttosto da un cammino a forte intensità spirituale, la sola dimensione che può fare realmente la differenza, secondo quanto suggerisce il documento sul discernimento nel suo squisito invito ad una lettura con passo lento e in clima di preghiera.

Sempre nel documento preparatorio sul discernimento comunitario, laddove i termini utilizzati esprimono l’identità dei soggetti in cammino sinodale e dicono lo stile del cammino da fare, si fa memoria esplicita dello «spirito di Aparecida» (Cf. cap. 2, pp. 14-21); e riappare la formula che apriva il titolo della V Conferenza generale (Discepoli e missionari di Gesù Cristo…). Un leggero ritocco, tuttavia, ha reso tale formula inedita: la cancellazione della congiunzione tra i due sostantivi (discepoli e missionari) segnala piena sintonia e recezione di EG in cui discepoli missionari in uscita (24) è formula che caratterizza ogni battezzato, senza eccezione.

La domanda, infatti, che ha ispirato il documento e coinvolto quasi settantamila persone, è stata quella di chiedersi come e dove cercare sentieri fecondi sulla base di un discepolato personale ed ecclesiale che si lascia plasmare dalla «missione», intesa come Chiesa in uscita. Discepoli missionari per una Chiesa a trazione missionaria – invitata cioè a decentrarsi in un processo mai concluso –, attenti ai segni dei tempi e agli ostacoli da fronteggiare, primo fra tutti il clericalismo, matrice di abusi di potere e relazioni inquinate.

Il dono dell’ascolto

La matrice spirituale è quindi all’opera anche sugli stili relazionali: uomini e donne, si legge nel documento, discepoli e discepole missionari/e in processo di conversione verso nuovi stili relazionali capaci di riconoscere e far fiorire vocazioni, carismi, ministeri e servizi. Aparecida aveva sottolineato il recupero del coraggio apostolico perché questo è il senso della Chiesa: comunicare agli uomini il disegno misericordioso di Dio.

Domenica scorsa, 21 novembre, a Città del Messico, nella messa di apertura della Prima Assemblea ecclesiale presieduta da mons. Miguel Cabrejos, è stato sottolineato il momento storico, la nuova Pentecoste del dono dell’ascolto e dei frutti già visibili nell’assise latinoamericana. Quello che si sta registrando in questi giorni pone la Chiesa dell’America Latina e dei Caraibi maestra di sinodalità nel mondo.

In una intervista così si è espresso A. Ivereigh, il biografo di papa Francesco: «Quello che è stato realizzato […] è stato una pietra miliare nella storia della Chiesa e nella storia dell’umanità. Il processo sinodale globale appena iniziato sarà il più grande processo di ascolto della storia, e credo che, ad oggi, questo sia ciò che la Chiesa latinoamericana e dei Caraibi ha realizzato».

Renderemo conto di questo processo riprendendolo a lavori terminati.
[Maurizio Rossi – Settimana News]

[Vedi anche Prensa CELAM]

Foto Celam

La Chiesa dell’America Latina e dei Caraibi
ha un volto giovane, femminile e sinodale

La Chiesa dell’America Latina e dei Caraibi, al termine dell’Assemblea ecclesiale che si è conclusa domenica 28 novembre dopo una settimana di lavori, con la partecipazione di mille delegati, in gran parte in modalità virtuale (mentre alcuni erano presenti nella sede della Conferenza episcopale messicana, nell’hinterland di Città del Messico), ha un volto giovane. Un volto femminile. E, anche per questo, un volto più sinodale. Il messaggio finale, diffuso sabato, assomiglia piuttosto all’inizio di un cammino, di un “processo”, da compiere con il metodo avviato: ascolto e partecipazione dell’intero Popolo di Dio. Una scelta “senza ritorno”, ha detto il presidente del Consiglio episcopale latinoamericano, mons. Miguel Cabrejos.

La Chiesa dell’America Latina e dei Caraibi, al termine dell’Assemblea ecclesiale che si è conclusa domenica 28 novembre dopo una settimana di lavori, con la partecipazione di mille delegati, in gran parte in modalità virtuale (mentre alcuni erano presenti nella sede della Conferenza episcopale messicana, nell’hinterland di Città del Messico),ha un volto giovane. Un volto femminile. E, anche per questo, un volto più sinodale.Il messaggio finale, diffuso sabato, assomiglia piuttosto all’inizio di un cammino, di un “processo”, da compiere con il metodo avviato: ascolto e partecipazione dell’intero Popolo di Dio. Una scelta “senza ritorno”, ha detto il presidente del Consiglio episcopale latinoamericano, mons. Miguel Cabrejos.

“In questa assemblea l’azione profetica è venuta dai giovani e dalle donne”, ha confermato nella conferenza stampa conclusiva suor Liliana Franco, colombiana, presidente della Clar, la Conferenza dei religiosi e delle religiose dell’America Latina. Proprio ad alcune di loro il Sir si affida per commentare l’Assemblea e indicare i passi futuri.

Più ascolto e accoglienza. Ci spiega suor Birgit Weiler, missionaria tedesca in Perù, tra coloro che hanno sintetizzato i diversi contributi giunti da tutto il Continente: “Per la prima volta l’ascolto, che era già stato intenso in un’unica zona prima del Sinodo amazzonico, è stato esteso a tutto il Continente. Si è arrivati, nonostante la pandemia, a un numero maggiore possibile di persone, soprattutto quelle escluse e dimenticate. Nell’assemblea abbiamo vissuto davvero un discernimento comunitario, non si è terminato con un documento finale, ma solo con un messaggio finale, e con sfide pastorali prioritarie. Il processo infatti continua, la prospettiva è quella delle sfide pastorali e della continuazione dell’ascolto, attraverso le Conferenze episcopali nazionali, che sono chiamate a tradurre tali sfide in contesti molto diversi tra loro”. La religiosa insiste sul clima d’ascolto tra le diversità. “Abbiamo potuto leggere insieme i segni dei tempi attuali e i segni ecclesiali, le necessità ma anche le ferite, le chiamate alla conversione pastorale. Pensiamo solo alla tematica degli abusi. Abbiamo compreso che tutti abbiamo una comune responsabilità. E abbiamo sentito che la conversione pastorale deve portare a un superamento del clericalismo”. È emerso che tale conversione deve portare a “una partecipazione attiva delle donne, nel discernimento e nelle decisioni ecclesiali”.

“Di fatto – afferma suor Maria Inês Vieira Ribeiro, presidente della Conferenza dei religiosi del Brasile (Crb), cresce la predisposizione all’ascolto di tutti, in particolare dei più esclusi, disprezzati ed emarginati. Si badi bene, sta crescendo ma molto lentamente, perché non dipende solo da noi come Chiesa, nel momento in cui viviamo in una società sessista, escludente, razzista, intollerante e prevenuta. La Chiesa deve creare spazi di accoglienza, rafforzando pastorali specifiche, come quella indigena, afro, delle donne emarginate e non, oltre a favorire, in ambito ecclesiale, gruppi di riflessione e supporto per comunità con diverso orientamento sessuale, di altre etnie, e avanzare nella creazione di spazi di prevenzione, orientamento, ascolto e segnalazione di abusi sessuale, di potere e coscienza”.

La prospettiva della sinodalità e della pastorale “dal basso”. Tra le partecipanti all’assemblea, anche la teologa argentina Emilce Cuda, da qualche settimana capo ufficio della Pontificia Commissione per l’America Latina, che al Sir spiega la novità di questa assemblea: “Si è trattato di provare a mettere in pratica la sinodalità che ci chiede papa Francesco, di iniziare questo cammino in un Continente in crisi di rappresentatività a tutti i livelli istituzionali, e il più diseguale del mondo. L’abbiamo vissuto in un momento non facile, di pandemia. Ci siamo seduti attorno a un tavolo, portando la voce e la denuncia dei disoccupati, dei lavoratori marginali, delle persone più vulnerabili. Abbiamo messo la centro la fede del Popolo di Dio, sottolineato l’importanza delle diverse culture”. L’ottica è stata quella della partecipazione, una “profezia” nel momento in cui si afferma invece a tutti i livelli la logica del profitto: “Da una parte la concentrazione, dall’altra una dinamica di apertura, di esodo, di cammino”.

Un rovesciamento di prospettiva che dall’America Latina viene offerto a tutta la Chiesa. Emilce Cuda propone di dare spazio non tanto alla “teologia pastorale”, ma a una “pastorale teologica”. “Ho ricavato questa espressione in analogia con quanto scrive il grande teologo Hans Urs von Balthasar, che parla di ‘estetica teologica’ e non di ‘teologia dell’estetica’ – spiega –. La sua preoccupazione era quella di non ridurre il cristianesimo a un semplice culto, e intuisce che dalla bellezza, dall’armonia, appare l’amore di Dio. Parafrasando von Balthasar, mi pare di poter dire che lo specifico della Chiesa latinoamericana, rispetto per esempio alla tradizione teologica europea, è che il nostro punto di partenza avviene dal basso, dal nostro stare con il popolo, e da questo cammino aperto arriviamo a costruire la teologia. Se, per esempio, si parla della dignità umana, uno dei quattro principi della Dottrina sociale, la nostra prima preoccupazione è pastorale, si inizia dalle persone, dalle situazioni di ingiustizia”.

La capo ufficio della Commissione per l’America Latina risponde anche a chi sostiene che le conclusioni dell’Assemblea, ancora una volta, non contengono proposte di cambiamenti strutturali. “Chi afferma questo si pone in un’ottica di concentrazione delle scelte, e non di partecipazione. È impossibile arrivare a conclusioni dopo una settimana. È l’assemblea, così come è stata vissuta, la grande novità. In questi giorni abbiamo iniziato a mettere in pratica alcune delle intuizioni di Aparecida, soprattutto la denuncia contro la ‘cultura della morte’. Qui non serviva un altro documento, ma metterci in marcia”.

Un concetto ribadito da suor Weiler: “Sono convinta che quanto accaduto dopo Aparecida non si ripeterà, su questo c’è una speranza fondata. Personalmente, ho percepito molta convinzione, da parte di tutti, per fare la propria parte nei loro Paesi e dare una spinta a un processo di conversione sinodale, già dal prossimo anno, quando ogni Conferenza episcopale nazionale implementerà le sfide pastorali qui delineate”.

“Il progetto di Aparecida verso una Chiesa sinodale andrà avanti solo con un laicato ben organizzato, e lo stesso vale per la vita consacrata, con maggiori spazi di partecipazione – continua suor Vieira Ribeiro –. Ma dobbiamo anche dire che ci sono molti laici e religiosi con spirito e pratiche superclericali e machiste. Fino a quando non cresceremo nella consapevolezza di essere ‘Chiesa-Popolo di Dio’ non potremo compiere passi decisivi”.

Porta aperta per i giovani. All’Assemblea si è sentito forte anche l’entusiasmo dei giovani e la loro voglia di protagonismo. Ce lo conferma Yamille Morillo, della Repubblica Dominicana, referente della Pastorale giovanile per la regione dei Caraibi. “Siamo molto grati per lo spazio che ci è stato dato, il documento finale riconosce il nostro ruolo e ci affida una sfida molto importante, si tratta di un grande impegno”.

I giovani del Continente hanno avuto una grande iniezione di entusiasmo dalle due Gmg celebrate in America nello scorso decennio, Rio de Janeiro 2013 e Panama 2019. Quest’ultima, in particolare, per i giovani dell’America Centrale e dei Caraibi è stata un’iniezione di entusiasmo, tanta “gasolina” (carburante), per usare la parola di Yamille. Certo, le sfide sono ancora tante. Si tratta, dunque, di andare verso un protagonismo giovanile “più coinvolgente” a livello territoriale, ma soprattutto “integrale, non solo all’interno della Chiesa, ma nella società”. Tra gli ambiti d’impegno, Yamille ritiene che particolarmente urgente sia quello per la casa comune. E conclude: “Questa assemblea è stata una porta aperta”.
[Bruno Desidera, giornalista di "La vita del popolo" – SIR]