P. Giulio Albanese: “La mannaia del terrorismo e i suoi retroscena”

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Sabato 18 giugno 2022
Il massacro perpetrato a Owo, nello Stato nigeriano di Ondo, la domenica di Pentecoste, ha scosso profondamente l’opinione pubblica mondiale. Agli occhi dei primi soccorritori, la chiesa di San Francesco Saverio, sovrastata da un grande crocefisso, è apparsa come un immenso patibolo all’interno del quale giacevano inermi i corpi senza di vita di una quarantina di persone. Cinque bambini, due ragazzi adolescenti, dodici uomini e diciannove donne. Per non parlare dei feriti, molti dei quali versano ancora in condizioni gravissime.

La versione più accreditata parla di un’azione terroristica perpetrata dai pastori Fulani che contesterebbero al governatore dello Stato di Ondo, Oluwarotimi Akeredolu, le stringenti normative sul «pascolo aperto» per tutelare gli interessi delle popolazioni sedentarie autoctone, dedite all’agricoltura. Il problema è che questa versione convince fino ad un certo punto. Anzitutto, mai i Fulani, noti per le loro razzie, si erano spinti così a meridione nella Repubblica federale nigeriana. Peraltro essi hanno compiuto, in questi anni, violenze a non finire contro chiunque impedisse loro di entrare con il bestiame nei terreni destinati a scopi agricoli. Sta di fatto che secondo l’associazione islamica nigeriana, Muslim Rights Concern (Muric), le responsabilità dell’efferato crimine non ricadrebbero sui Fulani.

In una dichiarazione ufficiale, l’associazione ha condannato «fermamente questo atto di aggressione» «disumano, esecrabile, orribile e terribile». E ha anche invocato «l’arresto immediato e il perseguimento degli aggressori» dichiarando che «l’attacco alla chiesa di Owo è una prova inconfutabile dell’esistenza di Boko Haram nel sud-ovest del Paese», perché «stando al modus operandi di Boko Haram, avvertiamo che le moschee e altre chiese potrebbero essere i prossimi obiettivi, perché è così che hanno iniziato nel Nord».

Rimane il fatto che sebbene la Muric si sia esposta pubblicamente per condannare l’eccidio, che in effetti ha le caratteristiche del terrorismo jihadista più infame, la dinamica dell’attentato di Owo ha delle zone d’ombra. Pur richiamando quelli perpetrati dalla più nota organizzazione islamista Boko Haram, se essa ne fosse stata l’artefice, avrebbe sicuramente rivendicato la paternità dell’infame mattanza. Ma ciò non è avvenuto e dunque l’interrogativo rimane aperto, anche se è chiaro che si è trattato di un gesto dichiaratamente «anti-cristiano». Sì, quell’indirizzo perseguito da non pochi gruppi sediziosi che strumentalizzano nell’Africa subsahariana la religione per fini eversivi, con l’intento dichiarato di destabilizzare lo Stato di diritto.

D’altronde, quella dei Fulani di cui sopra, è una delle tante compagini armate che in questi anni hanno seminato morte e distruzione in Nigeria, terreno di scontro tra gruppi jihadisti e reparti dell’esercito regolare nel nord; per non parlare delle bande di saccheggiatori e rapitori nel nord-ovest e nel centro che danno non poco filo da torcere alle forze dell’ordine; mentre il sud-est è teatro di azioni sovversive da parte di gruppi armati di matrice separatista.

Intervenendo alla Radio Vaticana, il cardinale John Onaiyekan, arcivescovo emerito dell’arcidiocesi di Abuja, da sempre in prima linea nel dialogo interreligioso in Nigeria, e che da anni denuncia la violenza e gli attacchi indiscriminati perpetrati nel suo Paese, ha dichiarato: «Non è la prima volta che uomini armati attaccano persone innocenti, ma quello che è successo nel giorno di Pentecoste è particolarmente scioccante».

Il porporato ha poi spiegato che quando un’azione terroristica di questo genere avviene dentro una chiesa, durante la Santa Messa domenicale, «questo non aiuta gli sforzi che cristiani e musulmani stanno facendo per mantenere buone relazioni in Nigeria. Cristiani e musulmani devono essere uniti e affrontare questi criminali». Intervistato poi dal vaticanista del «Corriere della sera», Gian Guido Vecchi, il cardinale ha rincarato la dose affermando che «se ci fosse una guerra dei musulmani contro i cristiani, io la denuncerei e le direi che sto dalla parte della mia gente per difenderla. Ma non c’è una guerra così, non la vedo». Non v’è dubbio allora che questo penoso fatto di “cronaca nera” — è un eufemismo — rappresenti l’occasione per riflettere su quanto sta avvenendo, ormai da diversi anni, in vasti settori del continente africano. Infatti, siamo ancora una volta di fronte al tentativo di poteri più o meno occulti, di alimentare l’anarchia, attraverso le rivalità e lo scontro tra etnie di diversa estrazione religiosa.

Sebbene l’impianto teocratico dell’Islam — vale a dire la congiunzione tra ciò che è politico e ciò che è spirituale — sia ben sedimentato nell’Umma, nella comunità islamica globale, imputare il sorgere di tali movimenti estremisti alla sola reazione antioccidentale (il cristianesimo è in effetti associato, nella propaganda islamista, all’Occidente) o a cause quali la povertà e lo sfruttamento è forse riduttivo. Occorre, nel nostro sforzo di comprensione, individuare non solo le parti attrici — vittime e carnefici —, ma anche le ragioni che soggiacciono a queste azioni criminali, le quali generano, ancora oggi, tanta sofferenza nelle cosiddette periferie del mondo.

La posta in gioco è alta perché occorre evitare la perniciosa deriva del cosiddetto “scontro delle civiltà”. Infatti, è evidente che l’intento dei gruppi estremisti è quello di strumentalizzare la religione per fini eversivi, eliminando chiunque si opponga al loro delirio di onnipotenza. Inquadrare, dunque, la galassia delle forze d’ispirazione jihadista esclusivamente nella prospettiva di una lotta globale contro l’Occidente, sotto una struttura di comando centralizzata indicata come al-Qaeda o Is, non rende conto della complessità del fenomeno in cui entrano in gioco spesso questioni locali, proprie dei singoli Stati in cui operano le suddette cellule eversive. Ad esempio, il movimento al-Shabaab in Somalia o Boko Haram in Nigeria hanno trovato ispirazione nei conflitti in atto nei rispettivi territori tra le oligarchie locali per il controllo del territorio e del potere.

Queste formazioni hanno sempre colpito chiunque osteggiasse il loro progetto d’imporre la Sharìa, la legge islamica: musulmani, cristiani, animisti… Peraltro, da un punto di vista numerico, i terroristi nigeriani hanno ucciso in questi anni più musulmani che cristiani e ogni volta che hanno perpetrato attentati contro chiese e istituzioni cristiane (gli al-Shabaab in Kenya perché il governo di Nairobi è intervenuto militarmente in Somalia e i Boko Haram in Nigeria e nel vicino Camerun) l’hanno fatto perché queste azioni sarebbero state riprese dalle testate internazionali main stream, avendo così risonanza a livello internazionale. Dunque, messaggi mortiferi, ispirati da un’ideologia in netto contrasto con il sentimento religioso e spirituale dei grandi monoteismi. È questa, d’altronde, la principale preoccupazione di Papa Francesco il quale, ad esempio, durante la sua visita a Tirana, in Albania, il 21 settembre 2014, ha affermato che nessuno può permettersi di prendere a pretesto la religione «per le proprie azioni contrarie alla dignità dell’uomo e ai suoi diritti fondamentali, in primo luogo quello alla vita e alla libertà religiosa di tutti».

Il concetto, poi, di network, indicante una struttura ramificata che non si esaurisce solo ed esclusivamente nelle aree mediorientali, ma comprende, come stiamo vedendo, anche l’Africa, serve a molti gruppi armati islamisti ad attribuire un’identità e un peso politico alla lotta che perseguono contro le forze governative che vi si oppongono. E qui entrano in gioco le responsabilità delle classi dirigenti che spesso non sono in grado di garantire l’incolumità della stremata popolazione civile.

Sempre alla Radio Vaticana, il cardinale Oneiyakan ha affermato che purtroppo c’è poca fiducia nella capacità da parte delle autorità locali di «condurre indagini adeguate».

In effetti, i vescovi nigeriani hanno spesso indicato che è nei meandri della politica locale che si concentrano a volte le complicità. Questo concretamente significa intensificare gli sforzi per preservare la legalità nella pubblica amministrazione, regolare il business dell’oro nero dove convergono gli appetiti stranieri (quelli delle multinazionali petrolifere) e lottare contro la corruzione nei ranghi delle forze armate e dell’intelligence. Questi sono i presupposti necessari per vincere la battaglia contro il terrorismo.

[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]