Venerdì 3 giugno 2022
Il tema dell’evangelizzazione nel continente africano è sempre di grande attualità, soprattutto in considerazione dell’imminente viaggio di Papa Francesco nella Repubblica Democratica del Congo e in Sud Sudan, in programma dal 2 al 7 luglio prossimi. [P. Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]

Nel continente cresce costantemente
il numero dei sacerdoti e dei battezzati

Il tema dell’evangelizzazione nel continente africano è sempre di grande attualità, soprattutto in considerazione dell’imminente viaggio di Papa Francesco nella Repubblica Democratica del Congo e in Sud Sudan, in programma dal 2 al 7 luglio prossimi.

Si tratta di due Paesi dell’Africa subsahariana che in questi anni sono stati duramente provati da conflitti armati che hanno seminato morte e distruzione. Basti pensare a quanto è avvenuto nel settore orientale dell’ex Zaire, in particolare nelle province del Nord e Sud Kivu, per non parlare dell’Ituri dove a pagare il prezzo più alto in vite umane sono stati i civili. E cosa dire del Sud Sudan dove le violenze interetniche hanno messo a soqquadro il più giovane Paese africano, nato a seguito di una consultazione referendaria svoltasi nel gennaio 2011 e sancita ufficialmente con l’indipendenza nel luglio dello stesso anno.

E non v’è dubbio che tutta la storia post-coloniale africana è costellata, dagli anni ’60 in poi, da una lunga serie di guerre e colpi di Stato che hanno scandito fino ai nostri giorni la vita d’intere nazioni. Ecco che allora quanto è avvenuto esige, inesorabilmente, un serio discernimento su quello che è stato in passato ed è tuttora l’impegno della Chiesa cattolica nell’annunciare e testimoniare la Buona Notizia. Se da una parte è vero che vi sono molteplici esempi di comunità che hanno manifestato uno straordinario zelo nel rendere intelligibili i valori del Regno di Dio, quali appunto la pace, la giustizia, la riconciliazione, il bene comune, il rispetto del Creato, dall’altra si avverte l’esigenza di una riflessione su quello che è il reale impatto della fede in contesti anni luce distanti dal mondo occidentale.

Stando all’Annuario statistico della Chiesa cattolica, pubblicato nel febbraio scorso, il numero dei battezzati a livello planetario cresce proporzionalmente all’aumento della popolazione mondiale, ed è proprio in Africa che l’incremento è maggiore, dove si registra una crescita del 2,1 per cento, mentre in Europa l’aumento è stato di appena lo 0,3 per cento. In numeri assoluti, i cattolici africani sono il 18,9 per cento dei cattolici del mondo (nel 2019, erano il 18,7 per cento), mentre i cattolici europei scendono al 21,2 per cento. In particolare, mentre cala il numero di sacerdoti in Europa (-4.374), crescono quelli in Africa (+1.004). Rimane comunque il fatto che il carico pastorale continua, numericamente parlando, ad essere meno gravoso nelle chiese di antica tradizione. Infatti, in Europa, ogni sacerdote deve prendersi cura in media di 1.746 cattolici, mentre in Africa ogni presbitero deve in media occuparsi di 5.089 fedeli.

Se evidentemente i dati statistici fanno ben sperare in riferimento alla crescita della Chiesa africana, il cammino è ancora lungo. Come ha pertinentemente descritto il compianto padre John Mary Waliggo, nel saggio Inculturation: Its Meaning and Urgency, l’inculturazione è «il tentativo sincero e serio di far comprendere sempre meglio Cristo e il suo messaggio di salvezza a popoli di ogni cultura, località e tempo, vale a dire la riformulazione della vita e della dottrina cristiana secondo i modelli concettuali di ciascun popolo. È il continuo tentativo di fare in modo che il cristianesimo possa veramente “sentirsi a casa” nelle culture di ogni popolo». A questo proposito egli rileva come il rifiuto di inculturare il messaggio rallenti il «radicamento» della Chiesa nel continente africano, facendo sì che la Chiesa e la fede rimangano «piante da vaso», che continuano a vivere per sempre in un terreno estraneo. Questa osservazione è condivisa da padre Marcel Uwineza, corrispondente de «La Civiltà Cattolica» e docente presso l’università Hekima di Nairobi (Kenya) il quale, citando in un suo recente articolo Waliggo («La Civiltà Cattolica», 4066 [16 nov /7 dic 2019], 373-382), osserva che questo deficit di inculturazione «sminuisce la dignità e il rispetto di sé degli africani in quanto figli di Dio». Egli ad esempio, rileva, come «le danze liturgiche possono facilmente scadere a modalità di intrattenimento religioso, o semplicemente a spettacoli banali, che non contribuiscono in alcun modo a far comprendere e a far penetrare la fede nella vita dei fedeli. Da un lato, non c’è alcuna necessità di “manipolare” la liturgia inserendovi gesti che non hanno reale attinenza con il significato globale del culto. Dall’altro, le danze, le percussioni e via dicendo possono essere trasformate in modi autentici e più profondi in cui il nostro corpo diventa espressione di culto, come nell’episodio di Davide narrato nel Secondo libro di Samuele (cfr. 2 Sam 6)». In breve, l’inculturazione dovrebbe andare oltre l’apparenza, verso il significato, dichiarando il suo fine proprio, che è l’incontro fruttuoso tra Vangelo e cultura.

Molto interessanti sono le osservazioni di padre Bénézet Bujo, teologo congolese, il quale ha messo in evidenza la differenza tra il concetto di «famiglia», molto caro alla dottrina cattolica europea e il significato più estensivo che tale parola ha in Africa: «Quando si parla di famiglia si parla di comunità, si guarda al di là di quello che si pensa in Europa. La famiglia, poi, si estende fino a contemplare la relazione con i defunti e comprende anche le “alleanze” e i patti di sangue. Questo spiega perché, durante il genocidio ruandese del 1994, la solidarietà tra “alleati” ha salvato molte persone dal massacro, mentre i battezzati continuavano ad uccidersi tra loro».

Secondo Léonard Santedi Kinkupu, docente di teologia all’Università cattolica del Congo e in diverse altre istituzioni universitarie straniere, il tema dell’inculturazione deve essere affrontato nella prospettiva di «una riappropriazione del Vangelo nella cultura africana», così come indicava il compianto cardinale Joseph Malula nell’allora Congo Belga: «Ieri gli europei hanno evangelizzato l’Africa, oggi gli africani devono africanizzare il cristianesimo».

A questo proposito, nella convinzione che occorre approfondire la storia della missione, è utile leggere cosa suggeriva, già nel lontano 1659, un’illuminante istruzione romana della Sacra Congregazione di Propaganda Fide indirizzata ai missionari diretti in Cina e Indocina: «Non compite nessuno sforzo, non usate alcun mezzo di persuasione per indurre quei popoli a mutare i loro riti, le loro consuetudini e i loro costumi, a meno che non siano apertamente contrari alla religione e ai buoni costumi. Che cosa c’è infatti di più assurdo che trapiantare in Cina la Francia, la Spagna, l’Italia o qualche altro Paese dell’Europa? Non è questo che voi dovete introdurre, ma la fede, che non respinge i riti e le consuetudini di alcun popolo, purché non siano cattivi, ma vuole piuttosto salvaguardarli e consolidarli».
Concetti analoghi vennero ribaditi nel 1846 l’istruzione Neminem profecto di Gregorio XVI , la quale spiegò con chiarezza che lo scopo dell’azione missionaria dovesse essere la promozione di una Chiesa locale, guidata dal proprio episcopato autoctono. L’opera missionaria, intesa come invio di persone da terre lontane, doveva pertanto essere solo la fase iniziale e provvisoria, come del resto era avvenuto in età apostolica. Poi, la competenza dell’attività missionaria sarebbe passata alle comunità locali, alle quali andava garantita, per quanto possibile, una autonomia sul piano ecclesiastico, economico e culturale. Il grande missionario del Pime, padre Paolo Manna, beatificato nel 2001 da Giovanni Paolo II , ebbe l’ardire di scrivere che «dove sono più forti le missioni, più debole è la Chiesa», quasi augurandosi una sorta di moratorium, una sorta di limite oltre al quale non spingersi per gli aiuti dall’estero, sia di personale che in denaro. È in fondo il tema della sostenibilità che, nel lessico nostrano, richiama il riconoscimento condiviso di una dignità che il cattolicesimo africano non potrà disattendere.

D’altronde già nel 1969, Paolo VI , rivolgendosi ai vescovi africani riuniti in occasione del primo Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Secam), disse: «Voi africani siete oramai i missionari di voi stessi. La Chiesa di Cristo è davvero piantata in questa terra benedetta», pur definendo la presenza dei missionari «una storia, che ancora dura e deve durare per lungo tempo». Alcuni definirono le sue parole un azzardo, ma oggi, decenni dopo, si rivela nella sua freschezza un’indicazione profetica.

[P. Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]