Domenica 29 maggio 2022
In questi giorni ha destato grande scalpore quanto denunciato da due autorevoli organizzazioni umanitarie —Oxfam e Save the Children — nel rapporto congiunto Dangerous Delay 2: The Cost of Inaction. «In Etiopia, Kenya e Somalia, la siccità attualmente in corso potrebbe uccidere una persona ogni 48 secondi». [L’Osservatore Romano]

Il quadro è davvero agghiacciante se si pensa che a più di un decennio dalla tragica carestia del 2011 — che uccise più di 260.000 persone in Somalia, metà delle quali bambini sotto i cinque anni — «il mondo — si legge nel rapporto — ancora una volta non riesce a scongiurare la fame catastrofica nell’Africa orientale». Oggi, quasi mezzo milione di persone in alcune parti della Somalia e dell’Etiopia patiscono gli effetti causati dalla mancanza di cibo. In Kenya, 3,5 milioni di persone soffrono la fame estrema.

Da rilevare che l’attuale siccità nel Corno d’Africa, storicamente la peggiore degli ultimi 40 anni, ha bruciato le riserve economiche dei Paesi colpiti dal cosiddetto global warming, decimato il bestiame, riducendo drasticamente la disponibilità di cibo per milioni di persone. Eppure, la regione di cui stiamo parlando non ha praticamente responsabilità della crisi climatica, essendo responsabile collettivamente dello 0,1 per cento delle emissioni globali di CO2. «Si muore di fame non per mancanza di cibo o denaro, ma per mancanza di coraggio politico» ha stigmatizzato Francesco Petrelli, esperto di finanza per lo sviluppo di Oxfam Italia, precisando che «in un mese i Paesi ricchi hanno raccolto oltre 16 miliardi di dollari per la crisi in Ucraina e hanno iniettato nelle loro economie oltre 16 mila miliardi di dollari per rispondere all’emergenza covid-19. È chiaro dunque che mobilitare risorse si può, basta volerlo!».

Ormai sono diversi anni che sia i missionari come anche la stragrande maggioranza delle organizzazioni non governative denunciano l’inerzia della comunità internazionale su questi temi. Le accuse sono chiare e ben documentate: carenza di fondi, assenza di una strategia politica della cooperazione, scarsa efficienza della macchina burocratica e del sistema di monitoraggio degli aiuti. È stato anche rilevato un deficit etico, dato che la penalizzazione della cooperazione ha inevitabilmente comportato proprio la riduzione drastica del sostegno umanitario. Ecco perché sarebbe ora che qualcuno nella «stanza dei bottoni» capisse che la macchina degli aiuti per far fronte alla crisi alimentare non può essere gestita come fosse un carrozzone delle buone intenzioni, dove tutto si riduce a organizzare vuoti convegni e seminari di studio. La questione non riguarda solo gli aiuti, ma anche la cancellazione del debito, il contrasto deciso alla finanziarizzazione dell’economia, il trasferimento di tecnologie nel Sud del mondo e, soprattutto, le nuove regole per i commerci che non penalizzino sistematicamente i Paesi poveri. Impegni che non possono prescindere dall’elaborazione di un’etica pubblica, la quale ripudi l’inaccettabile contabilità milionaria dei morti d’inedia nei bassifondi della storia contemporanea.

Sarebbe ora che maturasse la visione di un sistema globale di relazioni e di interdipendenze reciproche a cui non è affatto estranea la definizione di un’economia alternativa che possa scoraggiare gli speculatori. L’ideale sarebbe quello di creare un sistema a doppia economia, vale a dire su due binari. La prima legata al soddisfacimento dei bisogni fondamentali a gestione collettiva, fuori dagli attuali meccanismi speculativi dei mercati (e qui il riferimento è in primo luogo alle materie prime alimentari e alle fonti energetiche), mentre la seconda a conduzione privata, legata all’appagamento del superfluo. Potrà sembrare utopistico, ma non v’è dubbio che a questo punto è urgente la definizione di un sistema alternativo, prima che sia troppo tardi. Possiamo dunque formulare concretamente delle proposte per affermare una sorta di governance solidale in grado di contrastare lo scandalo della fame? Non v’è dubbio che la prima sfida consista nel superamento del cosiddetto “approccio emergenziale”, senza mai andare alla radice dei problemi.

Come ha sottolineato pertinentemente il professor Felice Rizzi, grande esperto di cooperazione allo sviluppo, «troppo spesso la lotta contro la povertà diventa l’applicazione delle logiche umanitarie di urgenza che non incidono sulle cause del sottosviluppo». Per dirla con le parole di un altro grande pensatore sui temi dell’etica della cooperazione, Christian Coméliau, «la povertà non può essere intesa come una fatalità del destino, né uno stato, né tanto meno una categoria sociale, ma un processo di esclusione determinato dalle ineguaglianze strutturali». Ecco che allora è certamente strategico l’approccio di Muhammad Yunus, economista e banchiere bengalese, premio Nobel per la pace e grande protagonista nelle campagne per lo sradicamento della povertà generata da inedia e pandemie. Da tempo Yunus propone all’attenzione del comunità internazionale il cosiddetto “social business”.

Si tratta di un modello di azienda economicamente auto-sufficiente che vende sul mercato prodotti e/o servizi, proprio come tutte le aziende, ma a differenza di quelle tradizionali ha lo scopo non di massimizzare il profitto, ma di risolvere un problema sociale: gli azionisti non possono ricevere gli utili e i collaboratori sono retribuiti a prezzi di mercato. Il modello è frutto dell’esperienza trentennale di Yunus con la Grameen Bank (con la quale ha vinto il Nobel per la pace) e di decine di altri social business che ha fondato. La diversità tra le nuove imprese con finalità sociali e le imprese tradizionali tese verso il massimo profitto risiede sostanzialmente negli obiettivi che entrambe si prefiggono: i nuovi tipi di imprese mirano essenzialmente a produrre un mutamento positivo nella condizione sociale delle persone con cui entrano in contatto.

Queste imprese possono anche produrre un profitto, ma gli investitori che le finanziano dovranno tendere solo al recupero, in un periodo di tempo variabile, di un ammontare equivalente al capitale originariamente investito. Non si tratta quindi di organizzazioni no profit o non governative che fanno affidamento, soprattutto, su donazioni, aiuti governativi e contributi, ma di vere e proprie aziende che pur perseguendo un obiettivo sociale, devono anche recuperare il capitale investito. Quindi un’impresa con finalità sociali deve essere concepita e condotta come una vera e propria azienda, con prodotti, servizi, clienti e mercati, spese e ricavi, ma con l’imperativo del vantaggio sociale al posto di quello della massimizzazione dei profitti. Invece di cercare di accumulare il livello più alto possibile di profitti finanziari a solo beneficio degli investitori, l’impresa con finalità sociali cerca di raggiungere un obiettivo sociale, sconfiggendo la povertà e, nella fattispecie, la fame. Vi sono studi realizzati da autorevolissime scuole di economia che hanno dimostrato scientificamente come questo percorso indicato da Yunus non solo eviti l’accumulo spropositato di denaro, ma aumenti a dismisura la produttività e i profitti.

L’interesse è globale, non foss’altro perché in questi tempi, per così dire, di “vacche magre”, ripensare la cooperazione in questi termini significa, ad esempio, poter finalmente governare in maniera perspicace il fenomeno migratorio che tanto preoccupa le cancellerie europee, affermando il primato dell’uomo creato a immagine somiglianza di Dio.

[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]