Domenica 22 maggio 2022
I ricchi giacimenti di gas hanno attirato grandi investimenti internazionali, ma hanno scatenato una guerra di bassa intensità che ottobre 2017 (1.676 giorni) ha causato 3mila morti e 800mila sfollati. [ Avvenire]

Poteva essere il nuovo Eldorado del gas, si è trasformato nell’ennesimo incubo africano. Il Mozambico che negli ultimi anni ha visto la scoperta di giacimenti off shore enormi – tali da renderlo potenzialmente il terzo produttore di gas in Africa – non ha avuto finora alcun vantaggio da queste risorse. La zona di Cabo Delgado, meta di multinazionali del settore dalla francese Total all’italiana Eni, dai cinesi di Cnpc agli americani di ExxonMobil, si è trasformata invece nello scenario di un conflitto «a bassa intensità» che da ottobre 2017 (1.676 giorni) ha causato 3mila morti e 800mila sfollati.

Il malcontento delle comunità locali, costrette dal governo di Maputo ad abbandonare molte aree per far spazio ai progetti di estrazione, si è legato alle storiche rivendicazioni di una delle regioni più povere e dimenticate del Paese. Qui ha così trovato terreno fertile l’influenza islamista di predicatori stranieri che ha alimentato l’insorgere di una guerriglia di miliziani shabaab (i giovani). Una guerriglia che, al di là della presunta matrice ideologica e di una sedicente affiliazione al Daesh, punta soprattutto al controllo del territorio e delle risorse locali.

Dopo la temporanea presa della città di Palma da parte dei miliziani nel marzo di un anno fa, Total ha sospeso le sue operazioni a Cabo Delgado, che prevedono investimenti per 20 miliardi di dollari. Negli ultimi mesi, e dopo il fallimento delle operazioni delle forze di sicurezza mozambicane, solo l’arrivo di militari ruandesi ha consentito al governo di riprendere terreno, anche se i miliziani continuano ad occupare porzioni della regione soprattutto nei distretti vicini a Mocimboa da Praia.

Le autorità locali hanno cominciato a chiedere agli sfollati di far ritorno nei loro villaggi, spesso attaccati dai terroristi, ma il portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, Boris Cheshirkov, ha definito questo passaggio «prematuro» a causa dell’insicurezza in corso in alcune parti della provincia. «Da gennaio a metà marzo, ci sono stati altri 24 mila sfollati», ha sottolineato.

Da gennaio, nelle acque antistanti il Cabo, staziona la Coral Sul Flng di Eni, una gigantesca piattaforma galleggiante per l’estrazione di gas naturale. Il progetto, che prevede un investimento di circa 7 miliardi di dollari da parte di Eni, Petronas e Shell, produrrà gas naturale liquefatto per 3,37 milioni di tonnellate all’anno, estraendo gas nel giacimento di Coral Sul. È uno degli interventi che potrebbero portare lavoro, introiti e sviluppo, ma la scoperta delle risorse, ribadiscono gli analisti, è stata finora solo concausa del conflitto.

Nei campi per sfollati – dove si prodigano Ong come l’italiana Medici con l’Africa Cuamm – la situazione resta drammatica. Qui si è rifugiato che è sfuggito agli scontri e alle incursioni dei miliziani. Si sopravvive senza una prospettiva, i bambini non vanno a scuola da anni, il cibo distribuito si riduce a riso e fagioli e le condizioni sanitarie sono al limite, tra malaria, dissenteria, malnutrizione.

Conseguenze «collaterali» di una guerra di cui il mondo sembra non essersi ancora accorto.
[Paolo M. Alfieri – Avvenire]

In Mozambico, l'energia che serve all'Europa
la pagano (cara) i poveri

Kete Fumo, attivista sociale mozambicana, descrive una situazione catastrofica 
provocata dal più grande investimento energetico nel continente africano.

«La vita delle comunità nel nord-est del Mozambico sta peggiorando rapidamente con un processo di reinsediamento incompiuto e incerto: non tutte le persone hanno ricevuto una casa e nessuno ha ricevuto i 'machambas', i terreni agricoli promessi dalle autorità. Inoltre gran parte della popolazione ha perso l’accesso diretto al mare».

Un gruppo di giganti del petrolio con a capo la francese TotalEnergies, seguita dalle statunitensi Anadarko Petroleum e ExxonMobil, oltre all’italiana Eni, sta cercando di rilanciare l’esplorazione e lo sfruttamento del Progetto di gas naturale liquefatto (lng) del Mozambico. Dopo la grande scoperta nel 2010 di ingenti risorse nelle acque settentrionali del territorio mozambicano, nel 2024 dovrebbe iniziare la produzione di 65 trilioni di piedi cubi di lng.

Verso la fine del 2017, però, è scoppiato un conflitto armato nella regione che ha causato migliaia di morti. «Il progetto si impegna a collaborare con le comunità mozambicane e i funzionari governativi per sviluppare nella sicurezza queste risorse sottolinea il comunicato della TotalEnergies -. Vogliamo proteggere l’ambiente, incoraggiare ulteriori investimenti esteri e contribuire alla stabilità sociale ed economica a lungo termine del Paese».

Per Kete questi propositi non potrebbero essere più lontani dalla realtà. «Comunità di pescatori e agricoltori hanno perso i loro mezzi di sussistenza ancora prima che una particella di gas venga prodotta», ribatte l’attivista che lavora dal 2018 con Justiça Ambiental!/Friends of the Earth Mozambique.

«La guerra civile scoppiata nella provincia di Cabo Delgado ha inoltre provocato quasi un milione di sfollati e profughi. E sebbene il governo parli di terrorismo islamico – continua Kete –, stiamo assistendo a una rivolta legata alla disuguaglianza sociale, agli alti livelli di disoccupazione, e alla mancanza di infrastrutture per la salute e l’istruzione».

L’intervento dell’esercito ruandese, assistito da soldati sudafricani e mercenari di varie nazionalità, ha ripristinato una certa sicurezza dopo quasi cinque anni di ribellione. La situazione resta comunque ancora molto tesa e la popolazione fatica a tornare nei propri villaggi abbandonati a causa della guerra. «Il governo mozambicano, noto per vari scandali di corruzione, si è altamente indebitato per proteggere militarmente le infrastrutture delle aziende energetiche – precisa Kete –. Lo sfruttamento del gas avverrà inoltre in una zona che secondo l’Unesco fa parte delle più ricche riserve della biosfera mondiale».

Il Mozambico ha subito una serie di disastri naturali negli ultimi anni causati dal cambiamento climatico: siccità, tempeste tropicali e cicloni hanno provocato migliaia di morti e profughi. Gli ambientalisti affermano che il progetto di lng mozambicano, in un periodo in cui si parla di 'transizione energetica', potrebbe portare il Paese ad «aumentare del 40 per cento le sue emissioni di CO2» nell’atmosfera.

Sebbene le società abbiano redatto numerosi studi sull’impatto ambientale che lo sfruttamento del gas mozambicano potrebbe causare, prevale un grande scetticismo tra organizzazioni che lottano contro la devastazione naturale come Friends of the earth in Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Recommon in Italia.

Dal Mozambico è stata infatti lanciata la 'Say no to gas campaign' per contrastare i continui investimenti nell’energia fossile da parte di società straniere con l’approvazione dei governi africani. Dopo essere stata più volte nelle aree maggiormente colpite dalle violenze, l’attivista mozambicana si trova da alcuni giorni a Roma per portare il suo messaggio alle varie aziende italiane coinvolte nel progetto in corso nel suo Paese. «Sto incontrando diversi attivisti e media internazionali - conclude Kete -. Vogliamo fermare o almeno ritardare i piani nocivi dei giganti dell’industria estrattiva».
[Matteo Fraschini Koffi – Avvenire]