Nessuno controlla i minerali dei conflitti nella Repubblica democratica del Congo

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Sabato 30 aprile 2022
L’ennesimo rapporto, uscito il 27 aprile scorso, che aiuta a comprendere perché il nordest della Repubblica democratica del Congo è da oltre vent’anni un’area di conflitti e di instabilità. L’organizzazione non governativa britannica Global Witness ha condotto un’inchiesta nelle province congolesi del Sud Kivu e del Nord Kivu, oltre che nel confinante Rwanda, (in stato d’assedio militare dal 6 maggio 2021) ed è giunta a un’amara conclusione. [Credit photo: Flickr / Sasha Lezhnev, Enoughproject.org
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Global Witness denuncia un conflitto d’interessi

L’ennesimo rapporto, uscito il 27 aprile, che aiuta a comprendere perché il nordest della Repubblica democratica del Congo è da oltre vent’anni un’area di conflitti e di instabilità. L’organizzazione non governativa britannica Global Witness ha condotto un’inchiesta nelle province congolesi del Sud Kivu e del Nord Kivu, oltre che nel confinante Rwanda, (in stato d’assedio militare dal 6 maggio 2021) ed è giunta a un’amara conclusione. L’organismo che dovrebbe controllare le attività minerarie legate all’estrazione e alla commercializzazione di stagno, tantalio e tungsteno (detti 3T, utilizzati dall’industria elettronica), per evitare che finanzino gruppi armati e utilizzino lavoro minorile, è inadeguato a svolgere questo compito e talora complice di chi contrabbanda questi metalli.

L’organismo in questione si chiama Iniziativa del canale di approvvigionamento dello stagno (Itsci) ed è stato istituito oltre dieci anni fa per assicurare che i metalli strategici siano gestiti in maniera trasparente. Il fatto è, dice il rapporto, che l’Itsci è «gestito da due influenti associazioni dei settori dello stagno e del tantalio. Che rappresentano grandi acquirenti dei minerali». Siamo di fronte a un conflitto di interessi che suggerisce «che il riciclaggio di minerali di contrabbando sia la ragion d’essere dell’Itsci».

Il rapporto rileva che in alcune zone minerarie oggetto dell’inchiesta «il 90% dei minerali entrati nel programma durante il primo trimestre del 2021 non proveniva da miniere trasparenti e responsabili». Secondo Global Witness, l’Itsci dispone di poco personale e quindi compie controlli limitati, tuttavia l’inchiesta ha verificato che «in certi casi, funzionari dell’Itsci hanno accettato tangenti e hanno chiuso gli occhi».

L’ong sottolinea che siamo di fronte a un fenomeno di contrabbando e di riciclaggio di metalli talmente ampio che non è possibile che i vertici dell’Itsci e le multinazionali che operano sul terreno siano all’oscuro del problema. Tanto più se si fa mente locale sul fatto che «l’esercito congolese e i gruppi armati rivali considerano il commercio illegale di minerali come una fonte vitale di reddito». L’Itsci ha negato ogni addebito e contestato ogni conflitto di interessi.

Nel 2019 colossi tecnologici e informatici come Tesla, Microsoft, Google, Dell e Alphabet erano stati citati in giudizio negli Stati Uniti e accusati di trarre profitto dal lavoro minorile forzato nelle miniere di cobalto della Rd Congo.

[Nigrizia]