Sabato 30 aprile 2022
Una delle ragioni per cui scoppiano le guerre è legata alla contesa tra due o più Stati sovrani nei confronti di un determinato territorio. Dal punto di vista geopolitico si tratta di aree geografiche del nostro pianeta che vengono rivendicate, da questo o quel governo (in alcuni casi anche da formazioni indipendentiste) con motivazioni di carattere etnico-culturale, politico, religioso, ma generalmente soprattutto economico.

La singolare storia della regione africana incastonata tra Egitto e Sudan

Bir Tawil “Terra Nullius”

Nel contesto africano un esempio emblematico, guardando al passato, è stato il conflitto dell’Ogaden, tra Etiopia e Somalia, combattuto ai tempi della guerra fredda nel 1977 per il possesso e controllo della regione omonima. L’Etiopia, in quella circostanza, riuscì ad imporsi grazie al contributo decisivo di un contingente militare cubano e alla presenza di numerosi consiglieri militari messi a disposizione dall’allora Unione Sovietica. Attualmente, l’Ogaden è sotto la giurisdizione di Addis Abeba col nome di Regione dei Somali.

Un’altra regione africana in cui si riscontra, ancora oggi, la stessa fenomenologia è il Sahara Occidentale, ex colonia spagnola, il cui territorio è conteso tra il Marocco (ne fanno parte 3 delle 12 regioni del Paese) e il Fronte Polisario (Frente Popular para la Liberación de Saguia el-Hamra y Río de Oro).

Da rilevare, comunque, che in Africa, al contrario degli esempi già citati, vi è un’eccezione sulla quale vale la pena riflettere. Si tratta di una piccola regione, denominata Bir Tawil («lungo pozzo» in arabo), incastonata tra Egitto e Sudan che è considerata, stando al diritto internazionale, “Terra Nullius”. Si tratta in sostanza di un territorio a forma di quadrilatero, con un’estensione di 2060 km quadrati, che non è mai stato sottoposto alla sovranità di alcuno Stato perché paradossalmente nessuno lo vuole. Nella parte settentrionale del Bir Tawil si trova il monte Jabal Tawil (459 metri), in quella orientale un’altra altura denominata Jebel Hagar ez Zarqa (662 metri), mentre il territorio è attraversato in tutta la sua estensione da diversi piccoli corsi d’acqua che hanno origine nel Lago Nasser.

Durante l’epoca coloniale, nel 1899, i topografi della Corona Britannica tracciarono un confine fra Egitto e Sudan lungo il 22° parallelo, ponendo così Bir Tawil (a sud del parallelo) in territorio sudanese e il più ricco territorio di Hala’ib (a nord del parallelo) in territorio egiziano. Nel 1902 le autorità coloniali ritennero però opportuno modificare il confine in quanto, sebbene il 22° parallelo attraversasse il deserto, molti gruppi etnici culturalmente vicini al Sudan, con la divisione operata tre anni prima, si trovavano di fatto in territorio egiziano. Ecco che allora gli inglesi corsero ai ripari creando a sud del confine il triangolo di Bir Tawil che venne attribuito all’Egitto, mentre a nord, istituirono il triangolo di Hala’ib e lo assegnarono al Sudan.

Il saggista Stefano Bossi rileva pertinentemente che «siamo di fronte a uno di quei classici esempi in cui le potenze occidentali in territori coloniali hanno tracciato confini “a tavolino”, molto spesso del tutto arbitrari, senza tener conto il più delle volte di caratteri geografici e geomorfologici, ma soprattutto etnici, culturali e sociali, con le ineluttabili implicazioni che ne sono seguite». Sta di fatto che a seguito dell’indipendenza il 1 gennaio del 1956, il Sudan rivendicò la sua sovranità sul Triangolo di Hala’ib, nonostante l’Egitto reclamasse i suoi diritti in base all’accordo del 1899, tanto che nel 1958 Gamal Abdel Nasser inviò le sue truppe nel Triangolo per poi ritirarle poco dopo.

Il governo egiziano propose alle autorità di Khartoum uno scambio di territori, ma il Sudan non accettò il quadrilatero di Bir Tawil perché solo sabbia e sassi. Paradossalmente, il territorio di Bir Tawil è, insieme alla Terra di Marie Byrd (regione occidentale dell’Antartico) uno degli unici due territori al mondo a non essere reclamato da alcuno Stato. In questa fattispecie, l’Egitto lo ha unilateralmente assegnato al Sudan, che, a sua volta, lo ha unilateralmente assegnato all’Egitto. Per quanto concerne la zona di Hala’ib, invece, questa è rimasta sotto il controllo sudanese fino al 1992, anno in cui le autorità di Khartoum concessero ad una società petrolifera canadese i diritti di sfruttamento delle acque antistanti la costa del Triangolo. A seguito dell’opposizione del governo del Cairo, ebbero inizio delle trattative, mentre la società canadese si ritirò in attesa che venisse definita la sovranità sulla regione.

Nel gennaio 2000, il Sudan ritirò le sue truppe dall’area, cedendo nei fatti il controllo all’Egitto che occupò militarmente il Hala’ib. Il governo egiziano nel 2016 si è rifiutato di ricorrere all’arbitrato internazionale per determinare il diritto alla sovranità sulla regione, cosa che invece chiede il Sudan, ribadendo ogni anno la sua denuncia dinanzi al Consiglio di sicurezza dell’Onu sull’area contesa.

Oggi Hala’ib è de facto gestita da una co-amministrazione di entrambi i Paesi, pertanto sono riconosciute, rispettivamente la lira egiziana e la sterlina sudanese e il territorio è coperto rispettivamente dai network di telefonia mobile delle rispettive nazioni. Tuttavia, le due parti non sono mai arrivate a una risoluzione in merito all’appartenenza finale del triangolo Hala’ib, mentre ambedue i governi non vogliono saperne del quadrilatero di Bir Tawil. La vera diversità, d’altronde, tra Bir Tawil e Hala’ib è che quest’ultima ha uno sbocco sul Mar Rosso con 260 km di costa.

Geograficamente, la regione appartiene alla Nubia, anche se a sud del Monte Gelba (1435 metri), la cui area è una meravigliosa riserva naturale, le caratteristiche dell’ecosistema mediterraneo e nord-africano lasciano gradualmente spazio a elementi più propriamente tipici dell’Africa tropicale. Vi è anche densa copertura di acacie, mangrovie e altri arbusti, oltre a specie endemiche di piante come l’Elbensis Biscutella. A tutto ciò occorre aggiungere che nel Triangolo di Hala’ib vi è una discreta presenza di fonti energetiche (petrolio e gas), non solo sulla terraferma ma anche nelle acque antistanti.

Detto questo, però, occorre riconoscere che non è assolutamente vero che Bir Tawil non abbia suscitato interessi da parte di possibili acquirenti. Nel 2014, lo statunitense Jeremiah Heaton ha promesso alla figlia, per il suo settimo compleanno, che un giorno sarebbe diventata una principessa. Heaton, che abita in Virginia ed è di professione un agricoltore, è partito da casa con un aereo diretto in Africa ed è andato a piantare in mezzo al deserto la bandiera disegnata dai figli. L’idea di Heaton era creare un’agricoltura sostenibile e una centrale fotovoltaica per vendere energia all’Egitto. E proprio per questo motivo pare abbia addirittura fatto richiesta all’Onu per una sorta di riconoscimento ufficiale.

Tre anni più tardi, un distinto signore indiano, Suyash Dixit, con tanto di annuncio su Facebook, si proclamò re di Bir Tawil e aprì un singolare contenzioso con il rivale americano. Dopo aver visitato personalmente il polveroso deserto sudanese, aver piantato anche lui la sua bandiera, ha addirittura giurato di voler lavorare per la prosperità della gente del reame.

Com’era prevedibile, nessuno di questi progetti è andato a buon fine. Secondo il diritto internazionale, uno Stato sovrano per esistere deve avere un proprio ordinamento, organi politici, confini ben delimitati, istituzioni e cittadini che fanno parte di quel Paese. A significare che non è sufficiente piantare una bandiera o rivendicare la sovranità di un territorio da parte di un qualsivoglia cittadino in giro per il mondo. Viene quasi da pensare che le ambizioni coloniali europee di un tempo erano “in grande” quelle che, ingenuamente, questi due signori — l’americano e l’indiano — avevano in mente nel loro “piccolo”. A significare che il desiderio di possesso e di conquista alberga anche nei sedicenti neo-coloni più sprovveduti del Terzo Millennio.

Una tentazione al limite del paradossale che rappresenta in miniatura quello che è avvenuto nei secoli scorsi. Detto questo, la storia di Bir Tawil e Hala’ib ha evidenziato — come ha giustamente rilevato Bossi — seppur in maniera decisamente minore rispetto ad altre zone più calde del pianeta, «i danni del colonialismo e in particolare la divisione arbitraria, o meglio la spartizione indiscriminata, dei territori d’oltremare da parte delle potenze europee nell’età moderna».

[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]