Padre Giulio Albanese: “Il libero mercato africano compie un anno”

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Lunedì 17 gennaio 2022
Era il 5 dicembre del 2020 quando l’Assemblea dell’Unione africana (Ua) annunciò, durante la sua xiii sessione straordinaria tenutasi virtualmente a Johannesburg (Sud Africa), che lo scambio di merci nell’ambito dell’Africa Continental Free Trade Area (Afcfta) sarebbe iniziato dal 1° gennaio 2021. I traffici, stando al comunicato ufficiale del summit, si sarebbero svolti sulla base di «tariffari e concessioni legalmente attuabili e reciproci, con regole di origine concordate, e documentazione doganale allegata».

Era comunque già chiaro che per rendere operativa l’Afcfta fosse necessario definire un negoziato sulla messa a punto delle direttive condivise riguardanti una molteplicità di questioni che, purtroppo, a distanza di un anno, sono, parzialmente, ancora in fase di negoziazione. Se da una parte è vero che sono stati ratificati gli strumenti giuridici (i protocolli sugli scambi di beni e servizi e sulle risoluzioni delle controversie), entrati ufficialmente in vigore il 30 maggio dello scorso anno, sono tuttora in corso i negoziati sulle regole di origine dei prodotti (la cosiddetta fase 1), vale a dire quelle normative che preciseranno quali merci beneficeranno del trattamento preferenziale nell’ambito dell’Africa Continental Free Trade Area.

L’Afcfta, è bene rammentarlo, disegna la nuova geografia economica a livello continentale e rappresenta una pietra miliare all’interno del processo d’integrazione africana attraverso il libero scambio delle merci. A questo punto la posta in gioco è alta perché si tratta di definire i criteri necessari per determinare la provenienza nazionale di un determinato prodotto.

Secondo Talkmore Chidede, esperto di investimenti presso il segretariato dell’Afcfta, «i negoziati della fase 1 sono stati completati all’87,3 per cento e il segretariato si sta impegnando con le parti interessate e gli Stati membri per garantire che vengano conclusi definitivamente il prima possibile, non foss’altro perché senza le regole di origine non è possibile effettuare scambi commerciali sotto l’egida dell’Afcfta».

Inoltre, stando alla stessa fonte, sono in corso trattative per eliminare le tariffe sul 90 per cento dei beni in un periodo di cinque anni (dieci anni per i Paesi meno sviluppati, meglio noti con l’acronimo Ldc, Least Developed Countries).

Per quanto concerne invece i negoziati delle fasce 2 e 3, legati ai diritti di proprietà intellettuale, investimenti e politica della concorrenza ed e-commerce, alcuni di questi sono già stati avviati sebbene non sia ancora chiara la tempistica. Stando a quanto riferito dal mensile «Africa Report», il segretariato dell’ Afcfta avrebbe ricevuto in queste settimane il via libera per incrementare di 350 unità, tra funzionari, avvocati specializzati in commercio ed economisti, il suo organico con l’intento di accelerare il processo di attuazione del trattato.

L’Afcfta sulla carta rappresenta una grande opportunità per i Paesi africani consentendo loro d’incrementare l’industrializzazione, il mercato del lavoro e il commercio all’interno del continente. I Paesi africani attualmente commerciano più a livello internazionale che tra loro. Secondo il World Economic Forum, il commercio intra-africano rappresenta il 17 per cento delle esportazioni africane, una percentuale di gran lunga inferiore rispetto al 59 per cento dell’Asia e al 68 per cento dell’Europa. Al momento, il commercio intra-africano rappresenta solo il 2 per cento circa del commercio globale, ma qualora l’Afcfta dovesse effettivamente decollare, come si spera, le prospettive potrebbero essere molto positive.

Com’è noto, la pandemia di covid-19 ha messo in risalto la dipendenza dei Paesi africani dai partner extra-continentali. Basti pensare che oltre il 90 per cento dei farmaci viene importato da paesi non africani. Con il risultato che l’emergenza vaccinale, unitamente all’aumento dei prezzi e al divieto alle esportazioni di materiali farmaceutici deciso da diversi governi produttori per far fronte dell’aumento di domanda interna, hanno creato non pochi problemi in Africa. Da questo punto di vista l’Afcfta rappresenta uno sprone per favorire la crescita dell’industria farmaceutica africana, limitando così le vulnerabilità del continente.

C’è da considerare che stiamo parlando di un mercato che riguarda oltre un miliardo e 300 milioni di persone, la stragrande maggioranza dei quali sono giovani. Oggi un africano su due ha meno di 18 anni. Da rilevare che attualmente il 17 per cento della popolazione mondiale è in Africa e si stima che entro il 2050 gli africani saranno quasi 2 miliardi e mezzo. A metà del secolo la popolazione mondiale vivrà per il 25 per cento in Africa (era il 13 per cento nel 1995 e il 16 per cento nel 2015) e solo per il 5 per cento in Europa.

È evidente che l’area africana di libero scambio, nel momento in cui dovesse diventare operativa, rappresenterebbe un deterrente contro la disoccupazione e la povertà, promuovendo lo sviluppo.

Una delle sfide principali perché l’Afcfta possa realmente segnare la svolta riguarda la sinergia tra le varie economie nazionali. L’African Development Bank stima che il fabbisogno infrastrutturale dell’Africa ammonti a 130-170 miliardi di dollari l’anno, con un deficit di finanziamento compreso tra 67,6 e 107,5 miliardi di dollari. Purtroppo, la mancanza di cooperazione sulle infrastrutture è stata deleteria in questi anni per lo sviluppo africano quanto la mancanza di fondi, acuitasi a dismisura nel corso della pandemia a causa della recessione che ha investito l’economia dell’intero continente.

In questi anni la Cina è stata in prima linea nella realizzazione di molte opere infrastrutturali di vario genere (autostrade, porti, aeroporti…), ma queste iniziative, alla prova dei fatti, hanno accresciuto il debito africano. L’Afcfta è pertanto considerata una tappa fondamentale per il buon esito e l’attuazione dell’Agenda 2063 dell’Unione africana e degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Oss) dell’Onu.

Il suo successo dipenderà comunque molto dalla rettitudine delle potenze industriali extra-africane che, se da una parte sono chiamate ad investire per consolidare il comparto industriale africano, dall’altra devono evitare d’interferire con politiche all’insegna del bilateralismo economico che alla prova dei fatti già condizionano negativamente i negoziati in corso tra i governi africani per rendere attuativa l’ Afcfta. Ad oggi, 42 Paesi africani su 55 hanno ratificato il trattato. L’unico Stato africano a non aver firmato né ratificato l’accordo è l’Eritrea.

È evidente che il cammino, guardando al futuro, è ancora lungo perché quest’area di libero scambio africana possa svolgere adeguatamente il proprio ruolo. Considerando però che il 2021 è stato il suo primo anno di vita, peraltro segnato da circostanze tutt’altro che favorevoli a causa del covid-19, l’Afcfta potrebbe davvero segnare la svolta.

Il suo segretariato sta collaborando fattivamente con Afreximbank, istituzione multilaterale panafricana di finanza commerciale, per rendere fruibili le informazioni al settore privato attraverso l’African Trade Gateway. Si tratta di una piattaforma che avrà il compito di fornire le informazioni digitali necessarie per passare dalle parole ai fatti in tempo reale.

Una cosa è certa: per rendere effettiva l’Afcfta, la comunità internazionale, in particolare l’Unione europea e i suoi Stati membri, hanno la grande responsabilità di sostenere il processo del libero scambio delle merci in Africa attraverso investimenti, commercio e assistenza, dimostrando, concretamente, di voler «aiutare — come spesso si dice nei circoli della politica — gli africani a casa loro».

[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]