Lavoro minorile una piaga da estirpare. Oltre 160 milioni i bambini sfruttati nel mondo

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Venerdì 14 gennaio 2022
Il 2021, che l’Onu aveva dichiarato Anno internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile, si è concluso senza successo, anzi. I bambini costretti a lavorare invece di andare a scuola sono aumentati nel mondo. Il loro numero, secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), è salito a oltre 160 milioni con un aumento di 8,4 milioni negli ultimi quattro anni.

Ad oggi quasi il 28% dei bambini tra i 5 e gli 11 anni e il 35% di quelli tra i 12 2 i 14 anni non frequentano la scuola. E’ il settore agricolo ad occupare il 70% dei bambini che lavorano (circa 112 milioni) e la prevalenza del lavoro minorile nelle aree rurali è quasi tre volte superiore a quella delle aree urbane. Un ulteriore 20% di bambini e ragazzini (31,4 milioni) è occupato nel settore dei servizi e un 10% (16,5 milioni) in quello dell’industria. I bambini e gli adolescenti costretti a lavorare rischiano di subire danni fisici e mentali, a vedere compromesso il loro grado di istruzione con la grave conseguenza di un restringimento dei propri diritti e una grave limitazione delle opportunità future che porta a un ciclo vizioso di povertà e lavoro minorile che ha un forte impatto su diverse generazioni.

E mentre il fenomeno aveva segnato una diminuzione tra il 2000 e il 2016, con ben 94 milioni di bambini lavoratori in meno, di contro dal 2016, il numero di minori di età compresa tra i 5 e i 17 anni occupati in lavori pericolosi, ha ripreso tragicamente a crescere. E il covid-19 ha peggiorato e peggiora la situazione perché la crisi socio economica mondiale causata dalla pandemia rischia, su questo terreno, di riportarci indietro di anni. Secondo gli esperti , infatti, esiste un legame diretto tra l'aggravarsi della povertà e l'aumento del lavoro minorile. Le famiglie che hanno subito sconvolgimenti direttamente o indirettamente derivanti dalla pandemia: perdita di posti di lavoro; mancanza di reddito dovuta al contenimento; interruzione delle rimesse; spese mediche impreviste, possono essere costrette a fare affidamento sul lavoro minorile per sopravvivere.

Per questo l'Oil ha messo in guardia sul rischio di fallire l'obiettivo di sviluppo sostenibile di porre fine al lavoro minorile entro il 2050 e anzi di cancellare i passi avanti duramente conquistati negli ultimi due decenni nella lotta a questa piaga. Altre pandemie hanno dimostrato, infatti, che, una volta lasciata la scuola e entrati in attività lucranti, i bambini difficilmente tornano in aula. E’ successo così per la pandemia di ebola del 2014 in Africa occidentale, quando la maggioranza dei 5 milioni di bambini colpiti dalla chiusura delle scuole, non è mai più tornata in classe e sono invece aumentate le gravidanze adolescenziali e i casi di matrimonio infantile.

E a mettere in guardia su la china intrapresa sono i dati dell’ultimo rapporto congiunto dell’Oil e dell’Unicef, che rilevano come il progresso verso l’eliminazione del lavoro minorile ha subito una grave battuta d’arresto. Sono vergognosamente troppe le piccole mani impegnate a arare i campi, a estrarre metalli dalle miniere, troppi i bambini costretti ad alzarsi all'alba per vendere nei mercati, troppe le bambine obbligate a percorrere chilometri per trovare l'acqua necessaria alla famiglia, costrette ai lavori domestici che impediscono loro di frequentare la scuola.

Il rapporto stima che, a livello globale, nove milioni di bambini in più rischiano di essere spinti verso il lavoro minorile entro la fine del 2022 a causa della pandemia e che senza interventi di protezione sociale il numero potrebbe raggiungere addirittura i 46 milioni. «Le nuove stime sono un campanello d’allarme. Non possiamo restare a guardare mentre una nuova generazione di bambini è a rischio», ha affermato il direttore generale dell’Oil, Guy Ryder. «È ora di rinnovare con forza il nostro impegno per invertire la rotta e spezzare il ciclo della povertà e del lavoro minorile», ha aggiunto, sottolineando come le crisi economiche ricorrenti, la chiusura delle scuole a causa del covid hanno costretto in alcuni casi i bambini che già lavorano a lavorare più a lungo o in condizioni peggiori.

Inoltre, molti altri bambini potrebbero essere costretti nelle forme peggiori di lavoro minorile a causa del venir meno del lavoro e del reddito nelle famiglie che si trovano in una condizione di vulnerabilità. Per questo, Oil e Unicef hanno esortato governi e banche internazionali per lo sviluppo a dare priorità agli investimenti in programmi che possano far uscire i bambini dalla forza lavoro e riportarli a scuola, e in programmi di protezione sociale che aiutino le famiglie ad evitare di ricorrere a tale scelta. Negare ai bambini il diritto all’infanzia, all’apprendimento e al gioco è condannarli ad una vita di povertà economica e culturale, un’ingiustizia che si deve e si può cancellare.
[Anna Lisa Antonucci – L’Osservatore Romano]