Mozambico. L'arcivescovo Dalla Zuanna: fondi dal Golfo Arabo per islamizzare l'Africa

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Domenica 5 dicembre 2021
Il pastore di Beira: «Le comunità locali sono abbandonate e senza prospettive di sviluppo». Il ruolo dell'Arabia Saudita e dell'Egitto nell'indottrinamento e nella radicalizzazione. Il ruolo del gas. [Paolo M. Alfieri, inviato a Beira (Mozambico) – Testo e foto:
Avvenire]

«C’è in corso un tentativo esteso di islamizzare l’Africa. Si prova a far passare l’idea che l’islam sia la risposta per le popolazioni locali, visto che sono stati i “crociati” a sfruttare il Continente. E ci sono grossi investimenti in questa direzione, soprattutto in arrivo dai Paesi del Golfo. La “manodopera” a Cabo Delgado l’hanno trovata facilmente. Qui a Beira sono sorte decine di moschee e scuole coraniche, le ragazze indossano il velo e si è iniziato a finanziare viaggi di giovani mozambicani in Arabia Saudita ed Egitto, dove vengono indottrinati con una visione dell’islam diversa da quella presente qui, molto più radicale. Questo non ha necessariamente un legame diretto con quello che è successo a Cabo Delgado, ma è uno dei fattori che incide in generale sulla crisi». Monsignor Claudio Dalla Zuanna, argentino di nascita e di famiglia italiana, è arcivescovo di Beira dal 2012 ed è una delle voci più ascoltate della Chiesa cattolica mozambicana.

La crisi di Cabo Delgado è la combinazione di un insieme di situazioni. Tutto però sembra essersi esacerbato dopo la scoperta di importanti risorse naturali. La solita «maledizione»?

L’elemento di base è la vita della gente locale, abbandonata, senza infrastrutture, servizi e prospettive di sviluppo. Nell’ultimo decennio è iniziato lo sfruttamento di queste immense risorse naturali, in particolare il gas con l’arrivo delle aziende straniere e l’estrazione dei rubini. All’inizio, per quanto riguarda le pietre preziose, si erano diffuse le miniere artigianali, poi le autorità hanno centralizzato le concessioni, affidandone l’estrazione a imprese straniere, inviando l’esercito sul terreno. I giovani e in generale la gente del posto hanno subito violenze, torture. Questo di fatto ha contribuito a far crescere il rancore da parte di chi era rimasto senza lavoro e possibilità di sfamare la propria famiglia.

Ora a fare gola è soprattutto il gas.

Lo sfruttamento del gas riguarda in particolare la penisola di Afungi, dove dovrebbe sorgere una cittadella per 200mila persone, personale tecnico delle imprese coinvolte. Il gas è destinato soprattutto al mercato asiatico. Per permettere l’avvio del progetto, le autorità hanno quindi iniziato ad ordinare il dislocamento di intere comunità di piccoli pescatori, persone che in altre zone non saprebbe di cosa vivere, visto che non sanno nemmeno coltivare la terra. È a quel punto, nel 2017, che è arrivato il primo assalto di questi giovani a Mocimboa da Praia. Da lì è stato uno stillicidio di piccoli attacchi.

Il governo ha provato a risolvere il tutto con la forza, ma tra mille difficoltà.

Esercito e polizia combattevano in maniera non coordinata, totalmente incapaci di contrastare i ribelli, mentre fallivano anche gli interventi dei mercenari russi di Wagner e di una compagnia sudafricana. Nel frattempo i progetti di estrazione del gas proseguivano, perché condotti off-shore. A marzo di quest’anno, però, i ribelli hanno occupato Palma, la gente è scappata. La Total ha quindi sospeso le operazioni, mentre l’area restava spopolata. Solo l’intervento dei militari ruandesi ha permesso di riconquistare i centri più importanti, ma i ribelli non sono stati catturati: si ritiene si siano divisi in piccoli gruppi.

C’è la speranza che la situazione possa normalizzarsi?

Sul territorio resta una realtà di insicurezza e inoltre gli sfollati non sono certo incoraggiati dalle autorità a tornare. Il messaggio che passa è: «Dimenticate la vostra terra». E allora è normale chiedersi: c’è qualche interesse perché sia così? Ognuno dia la sua risposta.
[Paolo M. Alfieri, inviato a Beira (Mozambico) – Testo e foto: Avvenire]

Mozambico, ricchezze e jihad: «Così siamo fuggiti alla morte»

Sono 18,2 milioni i mozambicani che vivono in povertà, il 60 per cento della popolazione totale. Credit Alfieri.

A Cabo Delgado il terrorismo ha reclutato tra i giovani emarginati, in un territorio ricco di rubini e di gas. Reportage tra i racconti degli sfollati, assistiti dall'Ong Medici con l'Africa Cuamm.

Alle cinque della sera di quello che credeva un giorno qualunque di due anni fa, Victorìn. smette di avere la vita che ha sempre vissuto. È un’esistenza dura, la sua: sveglia all’alba e tutto il giorno piegato sul suo pezzo di terra a spaccarsi la schiena. Ma il 33enne Victorìn con quella terra riesce a campare: i frutti del suo lavoro bastano per sé, per la moglie e i suoi tre figli piccoli. E avanza anche qualcosa da poter rivendere al mercato locale. «Quel giorno – ricorda oggi nel campo sfollati di Manono, nella provincia mozambicana di Cabo Delgado, teatro di uno dei conflitti più dimenticati del pianeta – da lontano abbiamo visto che un gruppo armato era arrivato nel villaggio vicino al nostro, Primero de Mayo, e lo aveva dato alle fiamme. Insieme a nove membri della mia famiglia abbiamo raccolto ciò che potevamo e siamo scappati subito, rifugiandoci nella foresta. Chi erano loro? Gli shabaab, i giovani».

Nati negli ultimi anni anche a causa della crescente influenza di predicatori provenienti dalla Tanzania, gli shabaab hanno aumentato il loro raggio di azione arrivando a contare 5mila uomini e, diffondendo proclami islamisti, a rivendicare presunti legami con il Daesh. La storica emarginazione sofferta dal Cabo e l’esproprio di molte terre ad opera di un governo centrale che ha favorito lo sfruttamento delle enormi risorse locali da parte di multinazionali straniere senza benefici per la popolazione, ha offerto terreno fertile alla propaganda del reclutamento terroristico. Il tutto si è trasformato, a partire dal 2017, in attacchi e scontri, con oltre tremila morti e 800mila sfollati, persone che come Victorìn oggi sono costrette a vivere nei «dislocamenti» in cui manca tutto.

Per arrivare a Manono dalla vicina Pemba superiamo con gli operatori dell’Ong italiana Medici con l’Africa Cuamm un’enorme discarica a cielo aperto, i cui fumi tossici invadono una salina poco distante. Lungo la strada, che presto diventa sterrata, si susseguono piccoli mercati e donne con cataste di legna sul capo. La vegetazione è secca, ma tra due mesi, con le piogge, qui sarà tutto allagato: passare e portare aiuto diventerà un’impresa. Victorìn vive nel dislocamento, dove è giunto dopo un giorno intero di cammino, dal 2019. Qui riceve il sostegno alimentare delle agenzie internazionali, che consiste però sempre e solo in riso, fagioli, olio e zucchero. Sono oltre 2.400 le persone, tra cui 600 bambini, che vivono in ricoveri tirati su con tende di plastica e bambù, invivibili sia con l’afa che con le piogge. «I miei figli – racconta – sono tuttora scioccati di dover vivere in una tenda e di non poter andare a scuola. Il mio sogno è di poter tornare a casa».

Tra gli sfollati c’è consapevolezza di essere finiti in mezzo a una storia troppo più grande di loro, stretti tra giovani «in cerca di denaro e potere che usano l’estremismo islamico come bandiera» e la frustrazione di non poter godere dei proventi della scoperta delle ricchezze del Cabo, grazie alle quali il Mozambico è il terzo Paese africano per riserve accertate di gas naturale e tra i primi al mondo per i rubini. E non mancano grafite, smeraldi, oro, berillio e tantalite, fondamentale per l’industria degli smartphone e non solo: «Quello che poteva essere una ricchezza – dicono – si è trasformato in un incubo». Le testimonianze di un dramma che ha visto i gruppi per i diritti umani accusare di gravi abusi sia le forze di sicurezza intervenute contro gli islamisti sia gli stessi ribelli, autori anche di sequestri di donne e bambini, si susseguono. Ramos, fuggito dalla furia dei terroristi nell’aprile 2020 dal distretto di Muidumbe, ci ha messo 10 giorni per arrivare nel dislocamento di Naminaue. «Ero un piccolo produttore di canna da zucchero. Loro – evita di definirli in altro modo, mentre accarezza la figlia – entravano nei villaggi della zona per rubare e uccidere. Noi eravamo in sei, con tre bambini. Siamo scappati nella foresta e lì siamo andati avanti solo con acqua e manioca, senza nemmeno accendere il fuoco per paura di essere visti. Ho saputo che mia nonna è stata decapitata. Non credo tornerò in futuro, quello che è successo può succedere di nuovo».

Sia Victorìn che Ramos (i loro nomi sono di fantasia per ragioni di sicurezza) sono stati scelti dal Cuamm per far parte di gruppi di attivisti comunitari, un ruolo che può essere molto importante per il miglioramento delle condizioni di vita degli sfollati. Una volta formati, gli attivisti hanno il compito da un lato di incoraggiare gli altri «dislocati» a farsi visitare nei tendoni adibiti a «posto di salute» da Ong come lo stesso Cuamm (molto diffusa resta la malaria), dall’altro di trasmettere agli altri le conoscenze acquisite durante la formazione, che vanno dalla lotta alla malnutrizione a quella contro le violenze di genere alle precauzioni contro il Covid-19. Un lavoro certo non facile: «Come possiamo variare la dieta contro la malnutrizione se a disposizione abbiamo sempre e solo riso?», lamenta Vicente. Pesa il mancato accesso alla terra: servirebbe un’autorizzazione del governo, ma fino ad allora la dipendenza dagli aiuti sarà totale. Tra i drammi anche quello degli abusi contro le donne e i problemi di salute mentale ampiamente registrati tra chi è fuggito dagli scontri: anche in questo caso il Cuamm interviene con équipe psicologiche.

Mentre passiamo da un campo sfollati all’altro, in mezzo a villaggi poverissimi, il conflitto vive una fase di precario stallo. L’intera provincia è zona di conflitto. Per quattro anni le forze di sicurezza e la polizia hanno provato a reprimere i terroristi, fallendo in modo clamoroso. Il 24 marzo scorso la presa da parte degli estremisti della città di Palma aveva provocato decine di vittime e fughe di massa. La multinazionale francese Total era stata costretta a interrompere le operazioni sulle estrazioni di gas, mettendo a rischio investimenti per decine di miliardi di dollari nella penisola di Afungi. Nella stessa zona sono attive l’italiana Eni, l’americana ExxonMobil, i cinesi di Cnpc. Solo a luglio, e dopo colloqui con il capo dell’Eliseo Emmanuel Macron, il presidente mozambicano Felipe Nyusi ha accettato l’intervento di mille militari provenienti dal Ruanda e di altre truppe dei Paesi vicini. Un intervento rivelatosi decisivo per riconquistare zone cruciali come Mocimboia da Praia, crocevia del narcotraffico dall’Afghanistan e anche della tratta di esseri umani. Negli ultimi mesi, quindi, gli shabaab hanno diminuito l’intensità dei loro attacchi, rompendo le righe e disperdendosi in piccole cellule sul territorio.

Secondo gli analisti, tra gli estremisti ci sono anche miliziani provenienti dalla Tanzania, ma la maggior parte di loro è costituita da mozambicani, molti giovani disoccupati oppure ex pescatori e agricoltori i cui villaggi sono stati evacuati per far spazio alle installazioni di supporto per le estrazioni. Le loro motivazioni, sottolinea l’International Crisis Group, hanno meno a che fare con l’ideologia rispetto all’obiettivo di avere soldi e potere grazie all’uso delle armi. «Per tutti loro l’islam è come un contenitore ideologico e identitario in cui riversare la propria rabbia – spiega Edoardo Occa, antropologo e responsabile per il Cuamm dei programmi di salute comunitaria in Mozambico –. È quello che Olivier Roy ha definito islamizzazione della radicalizzazione, con giovani emarginati che acquistano grazie alla violenza status sociale, imbottendosi di metanfetamine e ottenendo per la prima volta denaro. Volendo, non è azzardato un paragone con la regione congolese del Kivu e con fenomeni come le mafie in Italia che attraggono giovani alla delinquenza».

La violenza per la violenza, in una terra che avrebbe tutto per essere un paradiso e che rischia di trasformarsi solo nell’ennesimo disastro africano. Lasciamo i dislocamenti mentre un gruppo di bambini inizia a giocare a calcio. Corrono, saltano. Cercano, per come possono, di restare bambini. Come polvere danzano nel vento.

[Paolo M. Alfieri, inviato a Beira (Mozambico) – Testo e foto: Avvenire]