Martedì 23 novembre 2021
«Voglio chiedere, in nome di Dio, alle grandi compagnie alimentari di smettere d’imporre strutture monopolistiche di produzione e distribuzione che gonfiano i prezzi e finiscono col tenersi il pane dell’affamato», dal videomessaggio di Papa Francesco in occasione del IV Incontro mondiale dei Movimenti popolari, il 16 ottobre 2021. [
L'Osservatore Romano]

Un mondo sempre più affamato

Il mondo è sempre più povero. Cresce la fame e diminuisce il lavoro. Le guerre, la pandemia e i cambiamenti climatici hanno influito in modo decisivo a far salire, nel 2020, la percentuale di popolazione denutrita nel mondo, dopo anni nei quali si erano registrati lenti progressi.

Oggi le Nazioni Unite contano 155 milioni di persone in stato di insicurezza alimentare acuta, 20 milioni in più rispetto al 2019. E l’anno che si sta per concludere ha segnato anche una grave inversione di tendenza nei progressi per sradicare la povertà lavorativa, tornata ai livelli del 2015. I redditi da lavoro risultano infatti diminuiti del 5,3%, ovvero di circa 1300 miliardi di dollari. Rispetto al 2019, si stima che 108 milioni di lavoratori in più siano estremamente o moderatamente poveri, il che significa che loro e i loro familiari devono vivere con meno di 3,20 dollari al giorno.

Il mondo è regredito è si è tornati a elencare le carestie, come quella in Afghanistan che vede 3,3 milioni di persone affrontare livelli di insicurezza alimentare grave, o in Congo dove una persona su tre soffre la fame e la maggior parte delle famiglie, che vivono nei villaggi, sopravvive mangiando solo taro, una radice che cresce in natura, e foglie di manioca bollite nell'acqua. Ad affliggere il Madagascar c’è quella definita la prima carestia causata dai cambiamenti climatici, che vede più di un milione di persone alla fame nel sud del Paese, costrette a nutrirsi di cavallette e foglie di cactus. La mancanza di pioggia, in una regione interessata da anni dalla siccità grave, impedisce i raccolti e le comunità rurali hanno esaurito le loro scorte alimentari. Chi vive del lavoro dei campi è stato costretto a scelte disperate, come la vendita del bestiame per ottenere il denaro utile ad acquistare gli alimenti che fino a poco tempo fa questi agricoltori producevano autonomamente.

Ma c’è, anche, chi ha dovuto vendere la casa e la terra e sempre più spesso le famiglie sono costrette a ritirare da scuola i bambini per utilizzare le forze di tutti i membri della famiglia per provare a sopravvivere.

Il lavoro dei bambini nei campi è un altro flagello che non accenna a diminuire nel mondo. Secondo i dati della Fao, il 70% dei 160 milioni di bambini sfruttati lavora in agricoltura. Uno su dieci, nel mondo, invece di andare a scuola lavora per aiutare la famiglia, ma anche perché il lavoro minorile costa meno ed è senza diritti. Una realtà umana, sociale ed economica molto lontana da quella “economia dal volto umano” auspicata da Papa Francesco.

Eppure cibo e lavoro per tutti non è un libro dei sogni, si può e si deve fare perché si tratta di garantire, come sottolinea Bergoglio, «i beni più elementari della vita». La pandemia, che ha segnato una forte battuta d’arresto a livello globale, ha anche dimostrato con grande efficacia, e definitivamente, che o ci si salva insieme o si soccombe. Sarebbe dunque ‘’suicida’’ come ha detto il Papa tornare ad una economia che ricalchi schemi del passato.

Per questo è necessario impegno per cambiare la situazione e arrivare a garantire un nuovo sistema alimentare che assicuri cibo per tutti e un reddito minimo, di cui ormai da tempo gli economisti parlano e che anche l’Onu invoca. Un progetto non inarrivabile se un recente rapporto del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo ha quantificato in circa 199 miliardi di dollari al mese la cifra che potrebbe garantire uno stipendio di base ai 2,7 miliardi di persone che a causa della pandemia vivono oggi sotto o appena sopra la linea della povertà in 132 Paesi.
[Anna Lisa Antonucci - L'Osservatore Romano]