Sabato 20 novembre 2021
“I toni si fanno sempre più esasperati. I militari, tramontata l’ipotesi di un governo di unità nazionale – dopo il fallimento dei colloqui con il Primo ministro deposto Abdallah Hamdock e i civili – continuano a cercare qualcuno disposto a formare con loro un governo...” [Testo:
Fides. Foto: Diritti riservati]

Sudan:
La popolazione rifiuta il ritorno al regime militare

Khartoum, 18 novembre 2021. © Diritti riservati.

“I toni si fanno sempre più esasperati. I militari, tramontata l’ipotesi di un governo di unità nazionale – dopo il fallimento dei colloqui con il Primo ministro deposto Abdallah Hamdock e i civili – continuano a cercare qualcuno disposto a formare con loro un governo. Gli ufficiali, ora, stanno rivolgendo la loro attenzione verso gli islamisti che attendono di ritornare al potere, mentre diversi interlocutori contattati hanno rifiutato ogni invito, perché nessuno sembra voler fare il capitano di una nave che affonda”. È quanto riferisce una fonte dei Fides in Sudan, chiedendo l’anonimato per motivi di sicurezza, a quasi un mese dal golpe che il 25 ottobre scorso ha interrotto l’esperienza del governo di transizione, composto al 50% da rappresentanti della società civile.

La fonte di Fide nella Chiesa locale racconta la tragica del 17 novembre, segnata da un'imponente ondata di manifestazioni popolari: “La risposta dell’esercito è stata durissima: secondo le stime più attendibili sono 15 i morti fra i manifestanti nelle 3 diverse aree di Khartoum dove le proteste si stavano svolgendo. È un numero pesante che fa presagire tempi bui. Per l'occasione, oltre a tutti i ponti e le strade, sono state interrotte tutte le linee telefoniche e internet per almeno 12 ore”.

La popolazione sudanese continua compatta a dimostrare la propria repulsione per un ritorno al regime militare e a scendere in piazza per sostenere il primo ministro Abdalla Hamdok, ancora agli arresti domiciliari dal giorno del colpo di stato. Si chiede un ripristino dell’esperienza del governo di transizione che, al termine della cosiddetta “primavera sudanese” dei primi mesi del 2019, portò alla formazione di un esecutivo composto per metà da civili. La repressione messa in atto dalle forze di polizia, che anche sabato 13 novembre hanno portato alla morte di una decina di persone, non sembra fermare la folla.

Anche i giornalisti sono colpiti. Il 14 novembre, forze dell’esercito hanno sgombrato con la forza la casa di El Musalmi El Kabbashi, responsabile della sede della emittente “Al Jazeera” a Khartoum. A tutt’oggi, come riporta la stessa emittente televisiva, non sono state fornite ragioni del violento intervento. “Al Jazeera – si legge in una nota – condanna nel modo più fermo l’irresponsabile azione dell’esercito , chiede alle autorità che El Kabbashi venga rilasciato al più presto e che sia permesso ai giornalisti di svolgere le loro funzioni senza ostacoli, liberi di praticare la loro professione senza timore o intimidazioni”.

“Prima della rivoluzione – conclude la fontedi Fides – abbiamo vissuto 30 anni in dittatura sotto una dura legge islamica, con il curriculum scolastico che fomentavano l’estremismo nella società e insegnavano l'odio; speriamo davvero di non tornare al passato”.
[LA – Fides]