P. Giulio Albanese: “Lotta alla fame una sfida per l’Africa”

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Sabato 13 novembre 2021
Sono 45 milioni le persone che rischiano la fame in 43 Paesi del Sud del mondo. La stima è del World Food Programme (Wfp) e molti di loro sono anche in Africa. L’agenzia Onu, in una nota rilasciata questi giorni, ha precisato che il peggioramento in Africa si riscontra particolarmente in Etiopia, Somalia, Angola, Kenya e Burundi e dipende da conflitti, cambiamenti climatici e dal covid-19. [
L’Osservatore Romano]

Purtroppo, le risorse disponibili, spiega il Wfp, non sono in grado di tenere il passo con la domanda, proprio in un momento in cui i flussi di finanziamento tradizionali sono in difficoltà. Si stima che il costo per scongiurare la carestia a livello globale ammonta ora a 7 miliardi di dollari, contro i 6,6 dell’inizio dell’anno. Nel frattempo i prezzi del cibo sono in continua lievitazione.

L’Indice Fao dei prezzi alimentari (Ffpi) ha registrato una media di 133,2 punti nell’ottobre scorso, segnando un aumento di 3,9 punti (3,0 per cento) da settembre e 31,8 punti (31,3 per cento) da ottobre 2020. Dopo essere cresciuto per tre mesi consecutivi, a ottobre questo indice si è attestato al suo livello più alto dal luglio 2011. Secondo la Fao i rialzi dipendono da vari fattori che vanno dai biofuel, all’aumento della domanda nei mercati emergenti, per non parlare degli effetti del cambiamento climatico.

Particolarmente preoccupante è il rincaro del grano le cui quotazioni sono salite del 38,3 per cento: «La disponibilità più limitata sui mercati globali a causa della riduzione dei raccolti nei principali esportatori, in particolare Canada, Russia e Stati Uniti — scrive la Fao — ha continuato a esercitare pressioni al rialzo sui prezzi. La riduzione delle forniture globali di grano di qualità superiore, in particolare, ha esacerbato la pressione, con le qualità premium che hanno guidato l’aumento dei prezzi». Tra le cause vanno però annoverati anche gli incrementi registrati dalle altre materie prime come le fonti energetiche e gli aumenti registrati dai fertilizzanti, spinti dalla decisione delle autorità cinesi di limitarne l’export. Come se non bastasse, la speculazione ha reso lo scenario a dir poco drammatico, attraverso strumenti derivati come i contratti «future» sui prodotti agricoli che hanno acuito la volatilità dei prezzi. Si tratta di prodotti finanziari che non vengono più solo acquistati da chi ha un interesse diretto in quel determinato mercato, seguendo le tradizionali leggi della domanda e dell’offerta, ma anche da soggetti finanziari come i fondi pensione, le assicurazioni o hedge fund che investono grandi somme di denaro con l’obiettivo esclusivo di ottenere il miglior rendimento evitando la transazione reale dei prodotti in questione.

A questo proposito è bene rammentare che la crisi finanziaria dei mercati del 2008, travolgendo asset tradizionali come azioni e obbligazioni, ha determinato uno spostamento degli investimenti verso asset più sicuri e promettenti come le commodity (materie prime). Ecco che allora si è generata una domanda artificiale che ha gonfiato i prezzi causando una vera e propria bolla finanziaria. La verità, spesso sottaciuta dalle classi dirigenti, è che il comparto delle commodity è soggetto a un evidente oligopolio in cui poche entità controllano segmenti chiave come cereali, fertilizzanti, prodotti di largo consumo in genere, incluse le fonti energetiche. Insomma, un mercato non certamente concorrenziale e di certo niente affatto «libero» come spesso si professa nei circoli dell’alta finanza, da Wall Street a Londra, da Francoforte a Tokyo. Sta di fatto che ai problemi causati dai cambiamenti climatici, che penalizzano anche le aree produttive del pianeta, si aggiungono i meccanismi di un sistema finanziario che sta avendo ricadute drammatiche, in particolare sulle popolazioni africane. Parliamo di paesi in cui la gente destina più dell’80% del proprio reddito al fabbisogno alimentare e che nell’attuale congiuntura non sono assolutamente in grado di far fronte all’aumento dei prezzi del cibo.

Da diverso tempo, in alcuni circoli occidentali, per far fronte a queste emergenze alimentari che penalizzano particolarmente l’Africa, si sta sempre più consolidando la vecchia tesi dell’economista inglese Thomas Malthus, fondatore della scienza demografica, secondo cui il tasso di crescita della popolazione umana, essendo esponenziale, avrebbe presto superato quello della produzione alimentare che segue una legge lineare di sviluppo. Nel suo saggio sul principio della popolazione del 1798, Malthus spiega che la popolazione tenderà a espandersi consumando tutto il cibo disponibile senza lasciare alcuna eccedenza a meno che la crescita demografica non venga interrotta da guerre, carestie o pandemie. Se si trattasse di una valutazione solo economica, il suo ragionamento non farebbe una piega; ma il criterio di giudizio non può prescindere dal fenomeno sociologico che bene o male ha riguardato nel passato anche l’Europa. Le famiglie numerose si sono assottigliate perché la società dei consumi ha reso la vita più comoda e offerto una serie di garanzie che all’inizio del ‘900 erano considerate unanimemente utopistiche. L’innalzamento della classe operaia, dal punto di vista retributivo, anche attraverso l’azione sindacale, ha innescato maggiore oculatezza nella gestione del denaro e le donne hanno in gradualmente abbandonato il ruolo di casalinghe a tempo pieno. In molti Paesi africani la situazione è ben diversa. Anzitutto perché la vita media è ancora molto bassa rispetto ai Paesi industrializzati e fare figli significa garantirsi l’assistenza durante la vecchiaia, visto e considerato che non esistono sistemi previdenziali degni di questo nome.

Un’altra risposta, al problema della fame è quella dell’utilizzo degli Organismi geneticamente modificati (Ogm), un indirizzo sostenuto a spada tratta da alcuni governi come quello di Washington. Al di là del pur lecito principio cautelativo — che, se applicato, dovrebbe valere per tutti, ricchi e poveri, e in ogni settore — gli Ogm sono espressione di una cultura mercantile che guarda con particolare interesse al profitto. L’agricoltura di sostentamento, cioè il nocciolo essenziale dell’economia reale oggi schiacciata dalla finanza, viene soppiantata da coltivazioni destinate soprattutto ai consumi del Nord ricco del mondo. Al tempo stesso, il Sud povero deve pagare per ottenere quei prodotti agricoli che è obbligato a produrre. Il vero problema è rappresentato infatti dal diritto di proprietà sulle sementi Ogm, che indiscutibilmente, anche alla luce dei principi dell’etica sociale della Chiesa Cattolica, acuisce a dismisura la dipendenza dei paesi poveri dai paesi ricchi.

La distribuzione di sementi Ogm, nelle aree di emergenza, determina infatti la mercificazione della solidarietà, trattandosi di prodotti brevettati, peraltro non riproducibili. In altre parole, il vero rischio, spesso sottaciuto, è che i prodotti Ogm determinano paradossalmente una maggiore insicurezza alimentare, essendo brevettati ai sensi delle leggi sui diritti di proprietà intellettuale. I contadini, così, sono costretti a comprare sementi ogni anno, al punto tale che è reato ripiantarle. Insomma, sugli Ogm è in atto uno scontro commerciale di proporzioni gigantesche, con forti risvolti politici.

Da questo punto vista, allora, occorre davvero andare al di là della solita diatriba tra ambientalisti e paladini del biotech, tenendo presente che il cibo è innanzitutto e soprattutto un diritto tanto quanto l’acqua, la salute o la fissa dimora. Tutti argomenti importantissimi che non possono lasciarci indifferenti rispetto alle istanze del bene comune.

Ferme restando le critiche più che fondate all’idea stessa di un libero mercato, alla prova dei fatti speculativi, per un bene primario come il cibo, l’ideale sarebbe quello di creare un sistema a doppia economia, vale a dire su due binari. La prima legata al soddisfacimento dei bisogni fondamentali a gestione collettiva, fuori dagli attuali meccanismi speculativi dei mercati (e qui il riferimento è innanzitutto alle commodity alimentari e alle fonti energetiche), mentre la seconda a conduzione privata, legata all’appagamento del superfluo.

Non v’è dubbio che a questo punto urge la definizione di una riforma dell’economia globale, come peraltro auspicato da papa Francesco in varie occasioni, che possa riaffermare il primato della persona umana sul mercato. Prima che sia troppo tardi.
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]