I santi sono stati in mezzo a noi, si sono dedicati alle nostre stesse occupazioni ordinarie, e hanno avuto i nostri stessi problemi. Solo che hanno privilegiato la fede, il timore e l’amore di Dio, la carità e la preghiera. Essi hanno risposto all’amore di Dio facendosi imitatori di Cristo.

Solidarietà e intercessione missionaria
Ricordo di tutti i santi e dei fedeli defunti
1-2 novembre 2021

Ap 7,2-4.9-14; Sl 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12

Riflessioni
Feste di famiglia, feste di fraternità! La festa di Tutti i Santi e il ricordo di tutti i fedeli defunti ci fanno sentire che siamo tutti membri di una famiglia grande, allargata fino ai confini del mondo. Sono due giornate (1 e 2 novembre) che ci riportano ad una nostra celebrazione familiare. Nostra, perché i santi e i defunti sono parte dell’unica famiglia di Dio e degli uomini. È la famiglia di tutti i santi: non solo dei ‘canonizzati’, cioè dei pochi riconosciuti ufficialmente come tali dalla Chiesa, ma di tutte le persone di buona volontà, di tutti coloro che hanno cercato Dio con cuore sincero e nel rispettoso amore del prossimo. Tali sono i molti “santi della porta accanto”, come li chiama Papa Francesco. È la famiglia di tutti i defunti, non solo dei nostri parenti e amici. A tutti loro ci uniscono vicende comuni, fatte di gioie, speranze, dolore, fragilità, fatiche. Fino alla strettoia inevitabile della morte, in un cammino che accomuna tutti: santi e peccatori, ricchi e poveracci, credenti e non.

Le donne e gli uomini che riempiono il calendario annuale dei santi e dei beati della Chiesa sono molti, ma quelli che sono scritti nelLibro della Vita, il registro di Dio, sono infinitamente di più. Di tutti loro fa memoria e ad essi si rivolge oggi la preghiera supplicante della Chiesa. Sono uomini e donne di ogni tribù, lingua, popolo, nazione, età, epoca, professione, condizione sociale, famosi e sconosciuti, fedeli e peccatori convertiti… Sono tutti presenti nella liturgia cristiana della solennità di Tutti i Santi. L’universalità è, quindi, la prima caratteristica di questa festa. A ragione alcuni la chiamano “festa nazionale della Chiesa”, la quale vive e crede nella “comunione dei santi”.

È la festa della famiglia allargata, dalle dimensioni universali, senza confini. Dove nessuno è sconosciuto o straniero per Dio e per coloro che vivono in Lui. Dove Dio conosce ogni volto e chiama ciascuno per nome. Una famiglia dove c’è una fraternità circolare di rapporti a beneficio di tutti: i santi del cielo intercedono presso Dio a nostro favore, mentre siamo pellegrini sulla terra; noi, pellegrini, diamo lode e rendiamo grazie a Dio per la sua misericordia e per le cose belle che Egli opera nei santi; noi e i santi offriamo suppliche per i defunti che ancora attendono di contemplare pienamente il volto di Dio; anche i defunti, in forme che noi non conosciamo, vivono una speciale comunione con Dio, che ridonda a beneficio nostro. È, quindi, una intercessione circolare: di Cristo e dei santi per noi; della nostra intercessione a favore dei defunti in Purgatorio; e dei defunti - che sono già dei salvati! - a favore dei parenti e di tutta la famiglia umana.

Siamo come in una immensa “cattedrale della santità”, dove vi è accesso, posto e gloria per tutti, come cerca di spiegare san Giovanni nel libro dell’Apocalisse (I lettura). Egli parla di “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare” (v. 9), che celebra una liturgia di lode a Dio, al quale soltanto appartiene la salvezza che Egli offre a tutti (v. 10.12). Sarebbe una pretesa assurda limitare la salvezza a 144.000 segnati (v. 4) o escluderne altri, come vorrebbero alcune sette che male interpretano il testo biblico con motivazioni disparate. L’unico tesoro dei santi è di essere realmente e di vivere da figli di Dio (II lettura), amati dal Padre (v. 1), tutti chiamati a essere simili a Lui (v. 2). Perché la felicità vera si realizza nella qualità di una vita spesa per Dio e a servizio dei fratelli. Persone con mentalità mondana li chiamano poveretti, o poveracci… Ma chi ha ragione? chi ha indovinato la vita? Gesù nel Vangelo li chiama beati! Beati i poveri, i sofferenti, i miti, i puri, i misericordiosi, i perseguitati, gli operatori di pace…

Le beatitudini sono, in primo luogo, la autobiografia di Gesù, parlano di Lui, ne descrivono le scelte e i comportamenti. Sono lo specchio di Cristo, e quindi diventano il programma per ogni discepolo. Le beatitudini sono scelte di radicalità che trasformano il cuore delle persone e le rendono strumenti della ‘rivoluzione’ di Dio per la trasformazione del mondo. Una lettura obiettiva e serena della storia mette in luce le energie positive e le forze di trasformazione sociale e culturale messe in opera da uomini e donne che vissero per realizzare il progetto di Dio, come: Agostino e Benedetto, Francesco e Domenico, Atanasio, Cirillo e Metodio, Caterina da Siena e Teresa d’Avila, Ignazio di Loyola e Francesco Saverio, Rosa da Lima e i Martiri d’Uganda, Daniele Comboni e Don Bosco, Teresa di Lisieux e Charles de Foucauld, Lorenzo Ruiz e Martin de Porres, Maria Goretti e Clementina Anuarite, Teresa di Calcutta e Giuseppina Bakhita, Oscar Romero e Annalena Tonelli, Gandhi e i martiri di Tibhirine... Essi, come tantissimi altri, sono veri amici di Dio e autentici benefattori dell’umanità.

Sono essi i giganti spirituali, i modelli riusciti dell’umanità rinnovata in Cristo, che è per tutti l’Uomo nuovo e perfetto, il modello per ogni forma di santità. La loro testimonianza di vita e di dottrina perdura nel tempo come modello, esemplarità, energia di attrazione per noi. I santi e le persone di buona volontà, anche se lontani nel tempo e ignoti, non sono mummie secche da museo, più o meno inutili, ma esseri tuttora viventi e dinamici, che esercitano un influsso positivo sulle nostre persone e sui fatti della storia.

L’esistenza di persone come loro è la prova che vivere da santi, cioè da discepoli di Gesù, è possibile. Per tutti. La santità nella vita ordinaria e feriale non è un recinto chiuso, riservato ad alcuni privilegiati, ma un condominio aperto a inquilini sempre nuovi. Non occorre un passaporto speciale, al limite neppure il sacramento del Battesimo. Vivere da figli di Dio è un dono che Egli offre a chiunque lo cerca con cuore sincero. Un dono da vivere non solo nelle grandi occasioni, ma nella vita quotidiana. Con fedeltà e gratuità.

Il vero successo di un’esistenza umana riuscita è una vita spesa per Dio e a servizio dei fratelli. La felicità vera è legata alla santità nella vita ordinaria. I santi sono come la parte più sana della pianta, la più vitale e rigogliosa, il ramo più sicuro e vigoroso. Contemplare la loro sorte finale porta a riflettere sul ‘dopo’ dell’esistenza terrena, che dipende ed è necessariamente legato all’adesso della vita presente. La miglior preparazione al dopo è certamente l’uso onesto e creativo dei talenti ricevuti; tra questi anche il dono della fede. Fede vissuta con gioia e condivisa con umiltà. 

Queste considerazioni non tolgono nulla al rigore e amarezza della morte, quel “duro calle”, di dantesca memoria, che fa paura, ma che è il passaggio obbligato verso la Vita in pienezza. Un passaggio da affrontare senza evasioni, con realismo umano e cristiano! Ce ne ha dato un esempio recente, tra molti altri, il Card. Carlo Maria Martini, gesuita, arcivescovo di Milano (+ 2012). Ammalato di Parkinson, “nel contesto di una morte imminente”, sentendosi “già arrivato nell’ultima sala d’aspetto, o la penultima”, confessava di essersi “più volte lamentato col Signore” per la necessità di dover morire. Martini non nascondeva il suo travaglio interiore fino ad accettare quel duro calle, oscuro e doloroso: “Mi sono riappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Di fatto, in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle uscite di sicurezza. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio”. Davanti al mistero della morte, che richiede “un affidamento totale”, Martini concludeva: “Desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo ad occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani”.

Di fronte alla morte, appare ancora più ricco il dono della fede cristiana, l’unica che è capace di gettare una luce nuova e definitiva sul senso della vita, il senso di Dio, del dolore, della storia. Una luce che fa la differenza. Una luce che altre fedi religiose non riescono a dare. Ancora una volta, emerge la novità del messaggio cristiano. E quindi l’urgenza della Missione per annunciarlo a tutti.

Parola del Papa
«I primi due giorni del mese di novembre costituiscono per tutti noi un momento intenso di fede, di preghiera e di riflessione sulle “cose ultime” della vita... La solennità odierna ci aiuta a considerare una verità fondamentale della fede cristiana, che noi professiamo nel “Credo”: la comunione dei santi… È la comunione che nasce dalla fede e unisce tutti coloro che appartengono a Cristo in forza del Battesimo… Questa realtà ci colma di gioia: è bello avere tanti fratelli nella fede che camminano al nostro fianco, ci sostengono con il loro aiuto e insieme a noi percorrono la stessa strada verso il cielo. Ed è consolante sapere che ci sono altri fratelli che hanno già raggiunto il cielo, ci attendono e pregano per noi».
Papa Francesco
Angelus, 1° novembre 2014

[P. Romeo Ballan MCCJ]

La via della santità non conosce confini

Apocalisse 7,2-4.9-14; Salmo 23; 1Giovanni 3,13; Matteo 5,1-12

La solennità di Tutti i Santi celebra quei numerosi santi, non compresi nel calendario ufficiale della Chiesa. Siamo quindi invitati a far festa con questa moltitudine di uomini, donne, bambini, adulti e anziani, che vivono nella gioia e nella gloria del paradiso. In loro l’evento della salvezza è divenuto storia personale e il mistero pasquale si è reso quotidianità. Facendo memoria di loro, viene anzitutto celebrato l’amore misericordioso di Dio che li accoglie; e poi, è una festa di speranza per noi nella Chiesa pellegrinante e sofferente.

I santi sono stati in mezzo a noi, si sono dedicati alle nostre stesse occupazioni ordinarie, e hanno avuto i nostri stessi problemi. Solo che hanno privilegiato la fede, il timore e l’amore di Dio, la carità e la preghiera. Essi hanno risposto all’amore di Dio facendosi imitatori di Cristo.

La solennità di tutti i santi appare allora come una sfida, perché la santità è un affare che ci riguarda da vicino. Purtroppo le nostre strategie di base sono spesso la mediocrità, l’indifferenza e l’allontanamento. Immaginiamo la santità per gli altri, per alcuni privilegiati o predestinati; l’osserviamo da lontano come inarrivabile, inavvicinabile, in una dimensione che non è quasi del nostro mondo. La solennità di tutti i santi ci invita a fare l’operazione inversa, di avvicinare la santità come vocazione e condizione normale del cristiano, a nostra portata.

La santità è quindi l’affare di tutti e fa parte delle nostre possibilità. Queste affermazioni danno ragione a quel autore che diceva che: “C’è una sola tristezza nel mondo, quella di non essere santi”. Ed un altro lodò il Signore perché aveva reso la santità così semplice, gioconda e bella. Infatti, il vangelo di questa solennità ci presenta una serie di beatitudini in quel senso, come percorso ideale per i chiamati al regno di Dio.

Questo brano evangelico presenta l’orizzonte in cui si dispiega la regalità di Dio, fonte e garanzia di felicità per tutti noi. A questo annuncio gioioso fa eco il brano della prima lettera di Giovanni, nella seconda lettura, che risale alla fonte di quel processo di assimilazione tra Dio e i suoi figli che si concluderà con una piena comunione finale, e noi lo vedremo così come egli è. Lo stesso tema appare nella prima lettura con un linguaggio apocalittico. L’identificazione dei servi di Dio contrassegnati dal suo sigillo è data mediante una simbologia numerica: “144 mila da ogni tribù d’Israele” e “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua”. Il loro statuto di salvati viene espresso con la scena simbolica della liturgia celeste attorno al trono di Dio e dell’Agnello. Indossano vesti candide, segno di festa, con le palme in mano, simbolo della vittoria che hanno riportato sul male e sulla morte.

L’espressione “Beati”, che appare otto volte nel vangelo, è fin dall’Antico Testamento, una formula di congratulazioni, di felicitazione. Ma è anche l’annuncio di una gioia a venire. Le qualità celebrate qui non sembrano troppo diverse, e potrebbero essere ricondotte in due beatitudini: (il primo) “Beati i poveri in spirito” e (il secondo) “Beati i perseguitati per causa della giustizia”. Così gli altri sarebbero rispettivamente solo il loro sviluppo. “Beati i poveri in spirito” (espressione usata soltanto da Matteo) riguarderebbe allora i miti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace e quelli che hanno fame e sete di giustizia.

L’espressione di Matteo “poveri in spirito” sarebbe allora comprensiva di tutte queste categorie o attitudini spirituali. L’ottava o meglio la seconda importante beatitudine concerne “i perseguitati per causa della giustizia”. La giustizia è il termine evangelico più generico per designare la virtù, il bene, la religione.

La ricompensa della prima beatitudine , “di essi è il regno dei cieli”, riappare solo all’ottava (seconda importante beatitudine), nello stesso tempo indicativo, formando così un’ inclusione poetica e una distinzione netta con le altre beatitudini intermediarie che sono nel futuro. L’apparente nona beatitudine è uno sviluppo dell’”ottava” per un applicazione diretta sugli apostoli e auditori presenti. A chi segue fedelmente Gesù sulla strada delle beatitudini, Gesù assicura felicità piena e duratura.
Don Joseph Ndoum