Giulio Albanese: “La sfida della sostenibilità con i crediti di carbonio”

Immagine

Sabato 30 ottobre 2021
È ormai evidente come lo sviluppo sostenibile rappresenti una sfida globale. Infatti, le attività umane sono completamente connesse tra loro e dunque interagiscono su scala planetaria. In particolare, le emissioni di gas serra mettono a rischio l’equilibrio dell’ecosistema e quindi si è imposta, a livello internazionale, la necessità di trovare delle modalità per contrastarle. Se si vuole che un qualsiasi bene non venga sprecato, il modo migliore è quello di farlo pagare. [
L’Osservatore Romano]

L’intento, d’altronde, è quello di instaurare un circolo virtuoso perché chi non compie alcuno sforzo per combattere un problema che interessa l’intera comunità viene penalizzato, mentre chi riesce a ridurre le proprie emissioni ottiene un riconoscimento. Per questo motivo sono stati ideati i «carbon credits» («crediti di carbonio»), un sistema che consente ad aziende e istituzioni di compensare le emissioni di anidride carbonica, promuovendo progetti «zero carbon» in tutto il mondo, con l’obiettivo di raggiungere la cosiddetta carbon neutrality.

Introdotti con il Protocollo di Kyoto del 2005, poi confermati dagli Accordi di Parigi nel 2015, i progetti promossi tramite i crediti di carbonio rappresentano uno strumento per la lotta all’inquinamento e il sostegno di uno sviluppo sostenibile, una strategia incentrata sulla condivisione, la collaborazione e la partecipazione. La tutela dell’ambiente è un problema che riguarda il consesso delle nazioni, una sfida complessa che interessa ogni azienda, cittadino e istituzione pubblica per il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione.

Il meccanismo consiste nella creazione di un mercato in grado di fornire incentivi economici a chi intende ridurre le proprie emissioni di gas ad effetto serra; una sorta di borsa che però non utilizza come unità di misura una valuta come può essere il dollaro o l’euro per effettuare le transazioni, ma la CO2 espressa in tonnellate.

Il funzionamento dei crediti di carbonio ha inizio dalla misurazione delle emissioni prodotte da una qualsivoglia azienda. Si tratta di un’analisi realizzata secondo severi standard internazionali. In seguito, l’impresa può decidere come intervenire, riducendo quanto più possibile le emissioni e convertire la parte rimanente in carbon credits. L’azzeramento dell’impatto delle attività aziendali è infatti impossibile e i crediti di carbonio vengono certificati da apposite associazioni internazionali. Le aziende possono ricorrere a questi strumenti per promuovere progetti green di sostenibilità ambientale nei paesi in via di sviluppo, tra i quali figurano quelli africani.

Ecco che allora vi sono oggi delle imprese, ad esempio in Europa, che si sono impegnate a generare crediti di carbonio per compensare parte delle emissioni residue difficili da abbattere con le attuali tecnologie, e al contempo in grado di sostenere le comunità locali in quelle che papa Francesco chiama le periferie del mondo. Sta di fatto che i crediti di carbonio generati da progetti forestali, oltre ad offrire benefici climatici e ambientali, come ad esempio il contrasto alla deforestazione, sono finalizzati alla conservazione e al ripristino della biodiversità, con l’obiettivo di garantire benefici in termini di sviluppo sociale ed economico delle popolazioni locali. Il progressivo incremento del portafoglio crediti, consente alle imprese virtuose di trasformare le proprie tonnellate di crediti – grazie ad esempio allo schema Redd+ (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation) in nuovi posti di lavoro, promuovendo peraltro una diversificazione economica, nell’ambito del percorso di crescita dei paesi coinvolti.

Emblematico è l’esempio del Gabon un paese dove la foresta pluviale copre l’88 per cento del territorio nazionale. Qui il governo locale ha sviluppato un modello economico che consentirà di sviluppare il paese mantenendo la foresta. Infatti, l’esecutivo di Libreville prevede di immettere 5 miliardi di dollari di crediti di carbonio sul mercato nelle prossime settimane.

L’obiettivo è quello di monetizzare il proprio patrimonio boschivo per promuovere investimenti sostenibili in modo che le foreste creino esse stesse posti di lavoro, garantendo mezzi di sussistenza per le popolazioni autoctone.

La possibilità di utilizzare la capacità di assorbimento netto dell'anidride carbonica da parte delle foreste gabonesi, non solo rappresenta un significativo contributo alla lotta contro i cambiamenti climatici, ma costituisce un modello davvero innovativo di cooperazione tra Nord e Sud del mondo. Infatti viene così riaffermata la vera matrice della circolare della cooperazione tra paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, che consiste nel dare e nel ricevere.

È bene ricordare che il Gabon è uno dei pochi paesi al mondo che assorbe più anidride carbonica di quanta ne emetta, attraverso le sue rigogliose foreste. Nell’Africa subsahariana alcuni governi hanno manifestato interesse nel salvaguardare il proprio patrimonio forestale. Ad esempio, hanno aderito al Central African Forest Initiative (Cafi), un’iniziativa lanciata durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 2015 a New York, oltre al Gabon, la Repubblica Centrafricana, la Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica del Camerun, la Repubblica del Congo e la Repubblica di Guinea Equatoriale.

Da rilevare che il Cafi è un partenariato tra questi paesi africani e una coalizione di donatori volenterosi: Unione europea, Germania, Norvegia, Francia e Regno Unito, oltre al Brasile come partner Sud-Sud.

La posta in gioco è davvero alta se si considerano le straordinarie potenzialità delle foreste pluviali dell’Africa Centrale. Basti pensare che esse assorbono tanta anidride carbonica quanto ne producono 385 centrali elettriche a carbone. I numeri parlano chiaro: le foreste africane regolano l’assorbimento e lo stoccaggio, ogni anno, di quasi 1,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica dall’atmosfera e il 4 per cento delle emissioni mondiali.

Inoltre, queste immense distese di verde, ospitano più di 10.000 specie animali e vegetali, molte delle quali endemiche. Da questo punto di vista, le foreste che attraversano l’Africa Centrale sono uniche per dimensioni e caratteristiche da punto di vista della biodiversità, avendo peraltro la capacità di assorbire più carbonio di quanto emettono.

S’impone pertanto una vera e propria conversione ecologica, come processo di transizione verso un nuovo assetto economico e sociale sganciato dalle fonti fossili di energia, irrinunciabile, che coinvolga tutti i paesi del mondo.

Tutto questo nella cristiana certezza che la crisi del pianeta si sviluppa, come ha ben spiegato Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, per un deficit di spiritualità visibile e operativa: «Se i deserti esteriori del mondo si moltiplicano, questo accade perché i deserti interiori sono diventati così ampi» (Ls 217).
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]