Venerdì 22 ottobre 2021
Il primo Festival della Missione, realizzato nell’ottobre 2017 a Brescia, è nato da un'intuizione di Gerolamo Fazzini, giornalista e scrittore, già direttore di Mondo e Missione del PIME, da sempre impegnato nel mondo missionario nazionale. Il direttore di questo organismo è don Giuseppe Pizzoli, veronese, già fidei donum in Guinea Bissau e in Brasile, e direttore del Centro Missionario Diocesano di Verona. [
Festival della Missione]

Intervista ad Agostino Rigon, direttore generale del Festival della Missione

Come è nata in origine l'idea di dare vita
ad un Festival della Missione?

Il primo Festival della Missione, realizzato nell’ottobre 2017 a Brescia, è nato da un'intuizione di Gerolamo Fazzini, giornalista e scrittore, già direttore di Mondo e Missione del PIME, da sempre impegnato nel mondo missionario nazionale. Fazzini ha coinvolto il Centro Missionario Diocesano di Brescia, nella figura dell’allora direttore don Carlo Tartari, nella realizzazione di un evento che potesse riportare al centro dell’attenzione il mondo della missione in Italia. È nata quindi la prima edizione del Festival, i cui promotori sono gli stessi di quella che vivremo a Milano nel 2022.

La Fondazione Missio Italia, organismo pastorale della CEI, che riunisce l'Ufficio Nazionale per la Cooperazione Missionaria tra le Chiese, la Direzione Nazionale delle Pontificie Opere Missionarie e il Centro di Formazione Missionaria (CUM) di Verona. Il direttore di questo organismo è don Giuseppe Pizzoli, veronese, già fidei donum in Guinea Bissau e in Brasile, e direttore del Centro Missionario Diocesano di Verona.

E poi la CIMI, ovvero la Conferenza degli istituti missionari presenti in Italia, che mette insieme 15 istituti maschili e femminili di vario tipo, ma che sono specificatamente ed esclusivamente missionari, che hanno cioè come finalità esclusiva la missione ad gentes e ad extra.

Questi due grandi promotori chiedono poi ospitalità ad una diocesi per la realizzazione del Festival. In questa seconda edizione, anche come risultato di un lavoro di discernimento della Conferenza Episcopale Lombarda, si è giunti a scegliere la diocesi di Milano come diocesi ospitante, nella figura dell'arcivescovo mons. Mario Delpini e del suo delegato e vicario episcopale di settore per la missione, la carità e il sociale, mons. Luca Bressan.

L’interfaccia operativo all’interno degli uffici di Curia è l'Ufficio per la Pastorale Missionaria di Milano, nella figura del direttore don Maurizio Zago e di padre Piero Masolo.

In questo grande “laboratorio missionario” poi si connettono tantissimi altri soggetti missionari presenti sul territorio nazionale. Questo è infatti un Festival di carattere nazionale, non locale, anche se si realizza in un luogo fisico specifico.

Qual è stato il risultato di quella prima edizione?

L'esito di quell'edizione è stato sorprendente. Ha portato alla partecipazione di quasi 15mila persone, alla realizzazione di una cinquantina di eventi e al coinvolgimento di centinaia di volontari, di decine di testimoni e di autori che sono intervenuti durante i quattro giorni di Festival, dal 13 al 15 ottobre 2017. La risposta della Diocesi, in primis, e della città di Brescia poi, è stata veramente partecipativa, segnata da molta corresponsabilità e impegno. A detta di chi vi ha partecipato, questo evento ha fatto capire l'importanza di scendere in piazza, raccontare e condividere il sogno della missione, e di intrecciare queste esperienze con la vita della gente.  

Un risultato incoraggiante, quindi…

Assolutamente sì. Alla luce di quel risultato, i promotori - Fondazione Missio e CIMI - hanno subito cercato di dar vita a una seconda edizione, che era prevista per il 2020. Nel frattempo c'erano però stati degli avvicendamenti sia nella direzione della Fondazione Missio, sia tra i superiori dei vari istituti missionari italiani, ed era stata data vita a delle fasi di valutazione piuttosto articolate; la riflessione si è prolungata, non permettendo, di fatto, la realizzazione di un secondo Festival nell’anno previsto.

Nel gennaio 2020 si è tenuto un incontro tra i due promotori, con lo scopo di dare una struttura vera e propria al Festival della Missione. Poco dopo ha avuto inizio la pandemia, che ha chiaramente complicato tutto il lavoro che stavamo portando avanti. Alcuni mesi più tardi, a giugno 2020, si è dato finalmente il via libera alla seconda edizione, in programma dal 29 settembre al 2 ottobre 2022, a Milano.  

Quali sono le novità rispetto alla precedente edizione?

Una delle novità è la presenza di un direttore generale, ruolo che mi è stato affidato, che ha la funzione di rappresentare i promotori nei confronti della diocesi ospitante, ma anche di fare sistema del lavoro di animazione missionaria a livello nazionale, nonché di monitorare le varie fasi della progettualità, assicurando ai promotori il raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Se nella prima edizione è stato Gerolamo Fazzini a rivestire il ruolo di direttore artistico del Festival, per questa nuova edizione il ruolo è stato affidato a Lucia Capuzzi, giornalista di Avvenire. Accanto alla direttrice artistica vi è un team tecnico-artistico che la supporta e la aiuta nella programmazione, con l'ausilio di una nutrita segreteria di base a Milano.

Un altro elemento importante è rappresentato dall’aver dato una configurazione giuridica al Festival, con la nascita del Comitato culturale Festival della missione, con un consiglio di gestione che ha al suo interno alcune figure fondamentali - presidente, vicepresidente, tesoriere, segretario, direttore generale -, che si pone la finalità di salvaguardare gli obiettivi del progetto e di creare sistema a livello nazionale, con l'ausilio di quattro commissioni - una scientifica, una economico-amministrativa, una commissione giovani e una commissione comunicazione – che danno struttura e fisionomia al progetto.

Quale tema è stato scelto per questa seconda edizione del Festival?

La commissione scientifica, coordinata da suor Elisa Kidanè, al cui interno troviamo don Roberto Repole, teologo, padre Mario Menin, teologo e missiologo saveriano, poi Luca Moscatelli, suor Maria Teresa Ratti, Alex Zappalà. La commissione ha lavorato in quattro sessioni all'elaborazione dei contenuti, aiutandoci a capire quale poteva essere il tema che avrebbe fatto da traccia al Festival, tenendo conto della trasformazione della missione in corso in questi anni, del contesto pandemico in cui stiamo vivendo, ma anche di tutte le sollecitazioni geopolitiche, ambientali, globali che ben conosciamo.

Da questa riflessione è nato un lavoro la cui idea di fondo si rifaceva a una riflessione ampiamente sviluppata da Roberto Repole in due suoi recenti libri: il concetto della missione come dono. Da lì siamo partiti per ricercare quello che sarebbe stato poi il tema specifico e il titolo del Festival: “Vivere per-dono”, con la doppia valenza della parola “perdono” che diventa “per-dono”.

A partire dal contesto in cui ci troviamo, dalle tragiche esperienze della malattia, della pandemia, della morte, che ci hanno fatto riscoprire il senso del limite, ma anche il senso del vivere, che cosa significa “vivere”? Vivere come resistenza, come resilienza, nel quotidiano, per noi qui e per il resto del mondo – perché, come si ricorda Papa Francesco, siamo tutti sulla stessa barca.

“Per-dono”: il “per” sottolinea il senso della cura, la necessità delle relazioni, perché non è possibile vivere solamente per se stessi, in modo autonomo e indipendente dagli altri; da questo deriva la necessità di creare relazioni e reciprocità.

Il dono è legato alla logica dell'empatia, ma anche alla logica stessa della missione, che è quella di manifestare l'amore infinito di Dio. La missione è una storia d’amore, in cui noi riconosciamo, incontriamo, sperimentiamo - e a volte gridiamo al mondo - che Dio ama l'umanità, ama il mondo, chiama tutti, indistintamente.

Ecco che “vivere per-dono” ci sembrava un'espressione capace di contenere sia le condizioni della vita attuale, del momento storico in cui ci troviamo, e insieme la vision della missio Dei, la missione di Dio.

Il Festival non è però limitato ai quattro giorni previsti tra il 29 settembre e il 2 ottobre 2022 a Milano. È ricco anche il calendario di eventi pre-Festival…

Come Promotori abbiamo avuto da subito ben chiaro questo obiettivo: ritornare sulla strada, incontrare la gente, uscire dai nostri templi, dalle nostre case, dai nostri recinti, e far sì che tutto questo non rimanesse limitato ai quattro giorni del Festival, ma che avesse un momento di preparazione e un proseguo nel tempo, collegati al resto dell'animazione missionaria nazionale.

Vogliamo che questo Festival sia itinerante, che non identifichi con una regione o una città specifiche. Puntiamo a proporre i prossimi Festival anche nel centro e nel Sud Italia. Questo perché c'è la volontà di animare e rianimare i territori, e anche di far capire che la missione è in movimento, è un camminare continuo che percorre le strade.

L'idea del pre-festival si aggancia quindi alla necessità di creare, in questa fase di preparazione al Festival vero e proprio, una costruzione di sistema e di collegamento non solo con la diocesi di Milano - sul cui territorio si è già molto lavorato per costruire un insieme di iniziative che anticipino l’arrivo del Festival -, ma anche con tutto il resto del territorio nazionale, che potrà ospitare quindi degli eventi connessi nei mesi precedenti il Festival.

Come si colloca questo Festival in un momento – segnato dalla pandemia - così particolare per la storia globale?

Abbiamo recepito in modo molto forte l'invito fatto da Papa Francesco a mettere in moto quella immaginazione creativa, quella audacia missionaria, che tante volte lui ha evocato. Ed è accaduto che, nonostante tutte le difficoltà, questo fosse il momento propizio per ritrovare quello che lui definisce “il coraggio di una nuova immaginazione del possibile”. A partire da questo ci siamo convinti che il Festival potesse diventare un'occasione per riprendere fiato, per dare voce e dire che anche in questa fase storica, così particolare, Dio continua a guidare la storia.

A guidarci è stata anche una riflessione del cardinal Martini, che dice che dobbiamo imparare ad affidarci allo Spirito, “lo Spirito che arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi. A noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo e seguirlo”. Questa convinzione ci guida nel nostro operato, con molta umiltà; ci diamo da fare, ci impegniamo, ma lasciando che poi sia Dio a completare la storia. Siamo solo dei collaboratori in questo sogno, che è un sogno che ci supera, che è più grande di noi, perché è un sogno di Dio.
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