Venerdì 24 settembre 2021
Centinaia di organizzazioni chiedono lo stop dei finanziamenti all'Alleanza per una rivoluzione verde in Africa, progetto nato per aumentare la produttività e ridurre l'insicurezza alimentare che, denunciano, ha invece danneggiato gli agricoltori africani. [
Antonella Sinopoli – Nigrizia]

La denuncia in occasione del vertice Onu sui sistemi alimentari, il 23 settembre

La Green Revolution in Africa ha fallito

È un giudizio duro e senza appello quello sottoscritto da 35 organizzazioni dell’Alleanza per la sovranità alimentare in Africa (Afsa) e 165 organizzazioni partner in 40 paesi in tutto il mondo. In una lettera aperta i firmatari (una lunga lista) chiedono ai tanti donors (ong, associazioni, agenzie governative) di cessare i finanziamenti all’Alleanza per una rivoluzione verde in Africa (Agra), ma anche a tutti gli altri programmi di rivoluzione verde mirati a sostenere l’agroecologia il cui scopo e tecniche è quello di garantire produzioni a basso impatto ambientale.

L’Afsa e le altre organizzazioni, ritengono, in sostanza, che l’Agra abbia fallito in quella che era la sua principale missione: aumentare la produttività e il reddito e ridurre l’insicurezza alimentare. Al contrario, anziché sostenerli, avrebbe di fatto danneggiato gli agricoltori africani. In realtà, già lo scorso anno, un report assai accurato – dal titolo False Promises (False promesse) – denunciava l’insuccesso del progetto fondato nel 2006 dalla Bill and Melinda Gates Foundation e dalla Rockefeller Foundation.

Lo studio sottolineava che dopo quasi 15 anni e una spesa di oltre 1 miliardo di dollari per promuovere l’uso di sementi commerciali, fertilizzanti chimici e pesticidi in 13 paesi africani e poi l’ulteriore spesa di 1 miliardo all’anno di sussidi dei governi africani per sementi e fertilizzanti, l’Agra non è riuscita a fornire prove che i raccolti, i redditi o la sicurezza alimentare sono aumentati in modo significativo e sostenibile per le famiglie dei piccoli proprietari nei paesi di destinazione.

Anzi, dall’inizio del programma Agra, nel 2006 appunto, il numero di persone denutrite in questi 13 paesi è aumentato del 30%, vale a dire 130 milioni di persone. Situazione che – dicono gli esperti – la pandemia di Covid-19 e i cambiamenti del clima non hanno fatto altro che peggiorare. Gli obiettivi iniziali di Agra erano quelli di raddoppiare i redditi per 20 milioni di famiglie rurali su piccola scala entro il 2020, e di dimezzare l’insicurezza alimentare in 20 paesi attraverso miglioramenti della produttività.

Poi, addirittura, gli obiettivi sono diventati più ambiziosi: raddoppiare rendimenti e rendite per 30 milioni di famiglie rurali entro il 2020. All’epoca Agra rispose alle critiche con una dichiarazione nella quale in sostanza si affermava che la ricerca che esaminava i risultati del programma non soddisfaceva “gli standard accademici e professionali di base della revisione tra pari” e dunque ne svalutava i risultati.

Eppure, risulta che Agra non abbia ancora fornito dati che smentiscano le accuse di inefficienza e dannosità per le migliaia di famiglie di agricoltori a cui negli anni sono stati rivolti i programmi di “aiuto”.

Un altro ricercatore, Timothy Wise, nel 2019 pubblicò un testo, Eating Tomorrow, in cui si evidenziava già il dato dell’aumento del 30% di “persone affamate” nel bel mezzo della “rivoluzione verde” pensata per l’Africa. Si affermava anche che la produttività in 12 anni era aumentata solo del 29% e per il mais, la coltura più sovvenzionata e supportata, molto al di sotto dell’obiettivo di un aumento del 100%.

Inoltre, si affermava che molte colture nutrienti e resistenti al clima sono state nel frattempo sostituite dall’espansione di colture supportate. Come il mais, appunto. E che, anche dove la produzione di mais è aumentata, i redditi e la sicurezza alimentare sono migliorati appena per i “beneficiari” di Agra. In realtà, dice lo studioso, non ci sono prove che il progetto e milioni e milioni di finanziamenti stiano sostenendo famiglie di agricoltori a basso reddito e con accesso a scarse porzioni di terra coltivabili.

Al contrario, a vedere miglioramenti della produttività, sarebbero aziende agricole di medie dimensioni. Sono vari i motivi che destano preoccupazione nell’approccio di Agra (e nei suoi finanziatori), così come si legge nella lettera aperta dell’Afsa e delle organizzazioni partner. Il primo è che Agra “persegue un criterio mal concepito che promuove la produzione di beni monoculturali fortemente dipendente da agenti chimici a scapito di mezzi di sussistenza sostenibili, della fertilità del suolo a lungo termine, del clima e dello sviluppo umano”.

Inoltre, la strategia per convertire gli agricoltori all’uso di sementi commerciali, fertilizzanti e pesticidi “ad alto rendimento” in realtà li danneggia poiché aumenta la loro dipendenza dalle società e dalle lunghe catene di approvvigionamento. Inoltre, danneggia l’ambiente, indebolisce la resilienza e aumenta i rischi di indebitamento per i piccoli agricoltori di fronte al cambiamento climatico.

Agra – denunciano i firmatari del documento – usa la sua leva finanziaria per incoraggiare i governi africani a concentrarsi sull’aumento dei raccolti agricoli, a spese di interventi per ridurre la fame e la povertà. Senza contare la mancanza di attenzione (e non aver fatto tesoro dell’esperienza) a secoli di sfruttamento della popolazione del continente e delle risorse naturali che non hanno, ovviamente, beneficiato gli africani.

La forte preoccupazione è che tale approccio continuerà, e peggiorerà le cose visto che Agnes Kalibata, presidente di Agra, guiderà il prossimo vertice sui sistemi alimentari delle Nazioni Unite (23 settembre) come inviata speciale dell’Onu. Un vertice fortemente denunciato da centinaia di organizzazioni come un tentativo di promuovere in Africa un’agricoltura industriale guidata sempre più dalle aziende estere e secondo il modello di Agra.

Nel giugno scorso, inoltre circa 500 leader religiosi africani hanno inviato una lettera alla Fondazione Bill e Melinda Gates per porre fine “al suo dannoso sostegno all’agricoltura industriale”. La missiva, inviata dal Southern African Faith Communities Environment Institute (Safcei), respinge l’attuale approccio della Fondazione alla sicurezza alimentare, di fronte tra l’altro all’intensificarsi della crisi climatica, poiché sta facendo più male che bene al continente. E invitano la Fondazione Gates e altri donatori Agra ad ascoltare i piccoli agricoltori e le loro esigenze.

“Gli agricoltori di tutto il continente hanno mostrato risultati molto più promettenti condividendo le conoscenze e lavorando con gli scienziati per stabilire metodi di coltivazione a basso input che lasciano il controllo della produzione nelle mani degli agricoltori africani” scrive l’Alleanza per la sovranità alimentare in Africa che esorta a valutare la visione davvero sana, sostenibile ed equa degli agricoltori africani e ad ispirarsi alle Dichiarazioni di Nyéléni e di Addis Abeba, basate sulla conoscenza, la saggezza e sul vivere nel rispetto delle persone e della natura. Un approccio olistico e davvero sostenibile, contrario a quello dagli effetti considerati distruttivi finora adottato.
[Antonella Sinopoli – Nigrizia]