Lunedì 20 settembre 2021
Il continente africano ha dato un contributo non indifferente alla cristianità. È sufficiente leggere l’incipit della Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio di Paolo vi Africae Terrarum, del 29 ottobre 1967, per comprenderne il significato e la portata. «Nel rivolgere il Nostro saluto all’Africa, non possiamo fare a meno di richiamare alla mente le sue antiche glorie cristiane. [
L’Osservatore Romano]

Pensiamo alle Chiese cristiane d’Africa, l’origine delle quali risale ai tempi apostolici ed è legata, secondo la tradizione, al nome e all’insegnamento dell’Evangelista Marco. Pensiamo alla schiera innumerevole di santi, martiri, confessori, vergini, che ad esse appartengono. In realtà, dal sec. ii al sec. iv la vita cristiana nelle regioni settentrionali dell’Africa fu intensissima e all’avanguardia tanto nello studio teologico quanto nella espressione letteraria».

Basti pensare ai nomi dei grandi dottori e scrittori, come sant’Atanasio, san Cirillo, luminari della Scuola Alessandrina, e, sull’altro lembo della sponda mediterranea africana, san Cipriano, e soprattutto sant’Agostino, una delle luci più fulgenti della cristianità. E cosa dire dei grandi santi del deserto, come Paolo, Antonio, Pacomio, primi fondatori del monachesimo, diffusosi poi, sul loro esempio, in Oriente e Occidente. E, tra i tanti altri, non vogliamo omettere il nome di san Frumenzio, chiamato Abba Salama, il quale, consacrato vescovo da sant’Atanasio, fu l’apostolo dell’Etiopia.

Come se non bastasse, la città di Roma ha avuto tre santi Papi africani del calibro di Vittore i, Melchiade e Gelasio i i quali, come scrisse nella stessa missiva Papa Montini «appartengono al patrimonio comune della Chiesa, e gli scritti degli autori cristiani d’Africa ancor oggi sono fondamentali per approfondire, alla luce della Parola di Dio, la storia della salvezza». Da rilevare che oggi, qui da noi, vi è scarsa conoscenza di queste figure. Quanti, ad esempio sanno a Roma che san Saturnino Martire, le cui reliquie sono custodite nella parrocchia a lui dedicata nel quartiere Trieste, era originario di Cartagine? E cosa dire di san Zeno, protettore di Verona, proveniva anch’egli dal Nord Africa?

È evidente che questo patrimonio testimoniale di santità e saperi andrebbe davvero ravvivato sia nelle Chiese di antica tradizione, come anche nel vasto continente africano. A questo proposito è illuminante un aneddoto che venne raccontato, non molto tempo fa, a chi scrive, da una missionaria comboniana eritrea, attuale direttrice del Centro missionario diocesano di Roma, suor Elisa Kidane.

La missionaria, partecipando ad una celebrazione eucaristica in occasione della festa di San Patrizio, durante la preghiera dei fedeli rimase colpita dalle parole del sacerdote: «Preghiamo san Patrizio, patrono dell’Irlanda e della Nigeria». Suor Elisa ebbe un sussulto: «Nigeria? Pensai di aver capito male e chiesi alla mia vicina: “Ha detto Nigeria?”. “Sì, Nigeria”, mi rispose, guardandomi come a dire: “Che c’è di strano?”. Niente di strano...» pensò tra se la missionaria, anche se poi fece questa osservazione che provo, qui a riportare fedelmente.

Senza voler mancare di rispetto alla straordinaria figura di san Patrizio, il cui culto venne introdotto in Nigeria dai missionari, essa rilevò che forse sarebbe stato opportuno valorizzare i santi africani, già numerosi nel martirologio romano. «Mi succede spesso di pensare alla nostra Madre terra Africa — mi confidò — che deve prendere in prestito tutto. Penso ai suoi popoli, alle sue chiese. Penso ai santi e alle sante d’Africa invisibili. Penso al martirologio moderno dell’Africa: laici comuni, catechisti e catechiste, religiose e religiosi, vescovi… uccisi per aver professato la loro fede.

Penso a quanti nomi sono scritti in cielo, ma che non vengono presi ad esempio sulla terra. Penso a quelli che, per un colpo di fortuna, sono arrivati ad essere “beati” e a quelli che sono “in lista d’attesa” da secoli…». E qui sovviene la riflessione del teologo ivoriano padre Donald Zagore, sacerdote della Società per le Missioni Africane (Sma), pubblicata dall’agenzia missionaria Fides. Egli ritiene che «oggi sia necessario che i santi africani occupino un posto fondamentale nei programmi di evangelizzazione in generale, e in particolare della catechesi, in modo che siano meglio conosciuti dagli stessi africani, per ispirare continuamente le loro azioni», ricordando l’esperienza dei santi martiri d’Uganda, santa Giuseppina Bakhita del Sudan, la beata Marie Clementine Anuarite dell’ex Zaire, il beato Ghebre-Micheal dell’Etiopia. «L’Africa è davvero presente in Paradiso e questi santi africani — secondo il teologo — sono l’espressione tangibile della vitalità spirituale del continente africano, ma rimangono molto spesso sconosciuti e quindi tagliati fuori dalla vita concreta della popolazione».

Padre Zagore ritiene pertinentemente che questo grande deposito di santità debba «avere un impatto concreto sulla vita del nostro popolo. I santi possono e devono svolgere un ruolo importante nel rinnovamento del continente africano. Il loro modello di virtù, esemplarità, integrità e fede — conclude il teologo — rimane un lascito fondamentale per forgiare la coscienza e l’azione dei nostri cristiani africani in tutti gli ambiti della vita, specialmente in quei contesti socio-politici fortemente segnati da violenza, odio, divisione e corruzione».

A questo proposito, proprio perché la santità è espressione dei frutti prodotti dalla grazia santificante, è importante sottolineare che sono numerosissimi i cristiani in Africa che hanno lasciato il segno. Chi scrive, ai primi di gennaio del 1999, in qualità di direttore dell’agenzia d’informazione Misna (Missionary Service News Agency), diede la notizia del massacro di Makobola, nel settore orientale dell’ex Zaire, in cui persero la vita centinaia di civili. Proprio lì è sepolto Ruphin Ndama, responsabile della comunità cristiana locale e catechista che perse la vita in quella tragica circostanza.

Questo è il racconto di padre Giuseppe Dovigo, missionario saveriano: «Il 28 dicembre del 1998, la popolazione di Makobola era spaventata all’annuncio dell’arrivo dei soldati stranieri, con la missione di massacrare gente innocente, adirati per alcune decisioni del governo locale. Ruphin Ndama aveva già inviato moglie e figli al sicuro, ma lui era rimasto con gli altri della comunità. All’ultimo momento, anch’egli scappava sul monte, ai piedi del quale si stende il paese.

A un tratto, Ruphin ricorda l’Eucaristia, rimasta nel tabernacolo, che potrebbe essere profanata. Si sente responsabile. La deve salvare. Non ha dubbi. Lascia i compagni, prende il sentiero della discesa, allunga il passo, corre. Respira aria di bruciato, sente sparare colpi di fucile, vede colonne di fumo. I militari sono già arrivati e stanno violentemente distruggendo, uccidendo, bruciando. Ruphin arriva nello spazio aperto delle scuole e di casa sua, si dirige verso la chiesa e incrocia i militari. È fermato e arrestato. Si dice che tra lui e gli uomini armati ci sia stata una breve conversazione e una discussione tra gli assalitori. Prevale la violenza e lo uccidono». La tomba di Ruphin, di un colore bianco-giallo si illumina ogni giorno di luce sotto il sole di mezzogiorno ed è un segno evidente, per coloro che vi si recano per pregare, della fede nella Risurrezione.

È dunque ancora attuale l’appello lanciato da Benedetto xvi nell’Esortazione Apostolica post sinodale Africae Munus: «Incoraggio i Pastori delle Chiese particolari a riconoscere fra i servitori africani del Vangelo coloro che potrebbero essere canonizzati, non solo per aumentare il numero dei santi africani, ma anche per ottenere nuovi intercessori in cielo affinché accompagnino la Chiesa nel suo pellegrinaggio terreno ed intercedano presso Dio per il continente africano». Anche perché, come ebbe a dire Papa Francesco all’inizio dell’anno giubilare della Misericordia: «La pienezza della grazia è in grado di trasformare il cuore, e lo rende capace di compiere un atto talmente grande da cambiare la storia dell’umanità».
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]