Venerdì 17 settembre 2021
Arresti, sparizioni e ora anche un omicidio. Nessuna conferma officiale, ovviamente, ma i recenti fatti avvallano l’ipotesi di un accordo Nyusi-Kagame: sostegno militare contro gli islamisti a Cabo Delgado, in cambio dei rifugiati politici rwandesi in Mozambico. [
Nella foto: Il presidente mozambicano Filipe Nyusi (a sinistra) e quello rwandese Paul Kagame – Nigrizia]

Mozambico: il prezzo dell’aiuto militare del Rwanda
Sale la preoccupazione tra i rifugiati rwandesi

Un modello. È questo, secondo diversi alti dirigenti incontrati a Maputo e molto vicini al governo del presidente mozambicano Filipe Nyusi, il termine più appropriato per definire quanto Paul Kagame sta facendo per il suo paese, il Rwanda. Ordine, efficienza, pulizia pubblica e corruzione ai minimi livelli. Che, poi, Kagame sia ritenuto – come è possibile leggere, per esempio, nell’ultimo report di Human Rights Watch – un dittatore spietato con i propri oppositori e i giornalisti non allineati al suo regime è una circostanza che a Maputo poco interessa, derubricandola come questione interna a Kigali. Anche se ciò comporta persecuzioni in terra straniera, come in Mozambico che, evidentemente, contraddicono le leggi locali, oltre al diritto internazionale.

È questa, infatti, l’ipotesi a oggi maggiormente accreditata, di fronte a rapimenti, sparizioni e uccisioni di profughi rwandesi in Mozambico, che dal maggio scorso si stanno verificando, soprattutto nella conurbazione Maputo-Matola, guarda caso proprio all’indomani dell’arrivo delle truppe rwandesi a Cabo Delgado. Con una missione specifica: aiutare l’esercito mozambicano a sconfiggere gli attacchi di presunti terroristi islamisti in una regione diventata improvvisamente strategica, a causa dei suoi enormi giacimenti di gas.

Qui, la francese Total, socia di maggioranza di un pool internazionale che ha programmato un investimento per quasi 25 miliardi di dollari per l’estrazione di gas naturale, ha fermato le sue operazioni, a causa dell’instabilità presente nell’area. Si è dovuto scomodare il presidente Macron per dare una prima soluzione: in una riunione triangolare tenutasi pochi mesi fa a Parigi fra lui, il presidente del Rwanda, Kagame, e Nyusi, l’inquilino dell’Eliseo ha di fatto dato il suo beneplacito (e molto probabilmente una cospicua copertura finanziaria) affinché le truppe rwandesi, ben equipaggiate e preparate, aiutassero Maputo a porre fine al disastro, umanitario ed economico, che dal 5 ottobre del 2017 si stava consumando a Cabo Delgado.

E così è stato: in poco più di un mese, la più importante città occupata da circa un anno dai ribelli, Mocimboa da Praia, è stata riconquistata dai rwandesi, il cui incedere è stato inesorabile, liberando parecchie altre aree di Cabo Delgado e facendo sperare in un ritorno alla normalità non lontanissimo nel tempo. Tutto ha un prezzo, però: anche se nessuno conferma, a Maputo, le cui autorità si stanno trincerando dietro un assordante silenzio, appare piuttosto evidente che il Mozambico un prezzo al Rwanda lo sta pagando: dare il via libera alla persecuzione, la ricerca e cattura di rifugiati politici rwandesi. Il Mozambico, infatti, ospita un numero piuttosto consistente di rifugiati politici del Rwanda, da tempo fuggiti dal proprio paese a causa delle loro divergenze col regime di Kagame.

Il quale non ha mai cessato di cercarli, solo che, fino a oggi, il Mozambico aveva la fama di paese povero sì, ma estremamente aperto a ospitare profughi e perseguitati politici un po’ da tutti i paesi. Il lavoro fatto dal governo di Maputo, iniziato nel corso della presidenza di Joaquim Chissano (uscito di scena, in favore di Armando Guebuza, nel 2004) insieme all’Unhcr, ha infatti portato a un incremento di rifugiati politici da 100 nel 1997 a 4mila nel 2012, con quasi 10mila richiedenti asilo. Risultati, questi, che erano valsi attestati di umanità e stima, oltre che risorse economiche, da parte delle Nazioni Unite al Mozambico.

Da quando il Rwanda è entrato, col suo esercito, in Mozambico per aiutare le scalcinate truppe locali sul fronte caldo di Cabo Delgado, lo scenario è drammaticamente cambiato: prima, in maggio, il giornalista rwandese Cassien Ntamuhanga è sparito dalla circolazione. In poche ore, però, si è saputo che si trovava incarcerato presso il 18º comando della polizia mozambicana di Maputo, da cui è stato riportato direttamente in Rwanda, dove non si sa che fine abbia fatto. Il mese scorso, nei dintorni di Maputo, il segretario generale dell’Associazione dei rwandesi in Mozambico, Wellars Byiringiro, insieme a suo fratello, Jean Jacques Niyonteze, sono stati arrestati dalla polizia mozambicana e scarcerati dopo 24 ore, in seguito a forti pressioni della comunità rwandese a Maputo.

Infine, l’epilogo che un po’ tutti temevano: Revocat Karemangingo, cittadino rwandese, rifugiato politico in Mozambico dagli anni Novanta, è stato barbaramente assassinato nella città di Matola, in pieno giorno e in un orario di grande affollamento. La vittima era responsabile, all’interno dell’associazione dei rwandesi di Maputo, per la Commissione patrimonio, e aveva già ricevuto minacce di morte almeno dal 2016, da parte delle autorità del suo paese, secondo quanto scrivono i giornali mozambicani. Minacce che, però, non si erano potute concretizzare, ma che oggi, evidentemente con una situazione politica più favorevole (il Rwanda ha aperto la sua prima ambasciata a Maputo nel 2019), sono andate a buon fine.

Pare proprio questo il prezzo che Maputo sta pagando a Kigali: un prezzo che non soltanto sta disseminando il terrore nella comunità rwandese a Maputo e Matola, mietendo già le prime vittime, ma che sta ulteriormente intaccando l’immagine di un paese, appunto il Mozambico, che, nonostante i suoi enormi, atavici problemi, ha sempre fatto dell’accoglienza ai perseguitati politici una delle sue bandiere di tolleranza e accoglienza. Una bandiera che, se le ipotesi qui fatte verranno confermate, si sta tristemente ammainando.
[Luca Bussotti – Nigrizia]