Martedì 14 settembre 2021
Una vita dedicata agli orfani e ai più poveri d’Etiopia, ai quali ha saputo dare non solo cibo e cure, ma anche concrete prospettive di un futuro migliore. Oltre 1 milione e mezzo le persone accolte dalla sua organizzazione dagli anni ’80. Molte di più quelle che oggi piangono la sua scomparsa. [P. Giuseppe Cavallini – Nigrizia]

Morta lo scorso luglio a 85 anni la fondatrice della storica ong etiopica Agohelma

Abebech Gobena Heye, la “madre Teresa d’Africa”

La “madre Teresa d’Africa”. Così era stata definita Abebech Gobena Heye, morta per Covid lo scorso luglio a 85 anni. Conosciuta a livello internazionale per aver fondato e sostenuto per decenni il più grande orfanotrofio d’Etiopia, con risorse limitate ma con altrettanta convinzione, Abebech si è votata al servizio dei più poveri con la fede e la determinazione di chi è disposto a darsi totalmente per aiutare il prossimo. Una testimonianza ancor più significativa in questo tempo in cui l’Etiopia si trova nuovamente nel mezzo di un conflitto civile che sembra non trovare soluzione.

Nata in una famiglia di agricoltori nel villaggio di Shebel Abo, a nord di Addis Abeba, il 20 ottobre 1935, Abebech dopo solo un mese perse il padre, ucciso nella seconda guerra italo-abissina, quando Benito Mussolini invase l’Etiopia. Con la madre Wosene Biru, Abebech venne allora accolta nella casa dei nonni paterni. A soli dieci anni, tuttavia, venne data in moglie ad un uomo molto più anziano di lei.

Fuggì due volte da costui e giunse infine ad Addis Abeba dove una famiglia la adottò. Conclusa la scuola si risposò e divenne ispettore di controllo in una compagnia di esportazione di granaglie e caffè, lavoro che le permise di raggiungere un certo benessere allorché iniziò a sua attività umanitaria.

Nel 1973, mentre l’Etiopia era afflitta da povertà, carestia, guerra, fame e la piaga dell’Aids, Abebech iniziò infatti il suo impegno e giunse a fondare nel 1980 un’organizzazione umanitaria chiamata Agohelma, inizialmente dedita all’accoglienza di bambini orfani e col tempo capace di espandersi nel campo dell’educazione e dell’assistenza a centinaia di famiglie povere.

Il 1973 segnò l’ultimo anno del governo dell’imperatore Hailè Selassiè, quando le province di Wollo e del Tigray furono colpite da una carestia e una siccità che – a lungo ignorate dall’imperatore – provocarono la morte di centinaia di migliaia di persone. Fu allora che Abebech, tornando ad Addis Abeba da un pellegrinaggio al santuario di Gishen Mariam nel Wollo, dove gli etiopici credono sia conservata una reliquia della vera Croce, vide steso a terra – tra i tanti in fin di vita –  il corpo di di una donna morta per la fame, con un bimbo che ancora succhiava al suo seno.

Dopo aver offerto del pane e cinque litri di acqua santa che aveva attinto al santuario, Abebech caricò in macchina la donna defunta e il figlioletto e li portò con sé ad Addis Abeba. Tornò il giorno successivo nelle province colpite dalla carestia e raccontava «Al rientro a casa, tra i sofferenti sulle strade, vedemmo cinque persone; tre erano già decedute e due ancora in vita. Uno degli uomini in fin di vita mi chiamò dicendomi con un filo di voce “Questa è mia figlia e sta morendo insieme a me, per favore, salvala”».

Abebech prese la bimba e la portò con sé nella capitale salvandola dalla fame. Fu così che alla fine dell’anno aveva raccolto in casa sua altri 21 bimbi orfani. «Mio marito – raccontava Abebech – che all’inizio mi aiutava, mi costrinse a scegliere tra il rimanere con lui o prendermi cura degli orfani».

Lasciò perciò casa sua e si stabilì con i bambini in una ampia costruzione di fango situata su un terreno da lei acquistato per allevare galline nella foresta vicino alla capitale. Per sostenere le tante spese di mantenimento vendette i gioielli, adattò i propri vestiti trasformandoli perché si adattassero ai bambini e avviò una produzione di miele e di injera, un cereale, cibo basilare degli etiopici.

Nel 1986, dopo aver superato il complesso iter burocratico, in pieno regime marxista con a capo Menghistu Haile Mariam, l’associazione di sviluppo e cura dei bambini da lei fondata venne registrata dal governo come organizzazione ‘no profit’. In tal modo Abebech ebbe la possibilità di raccogliere donazioni e finanziare i nuovi progetti attraverso una catena di benefattori. Oggi, infatti, con la raccolta di fondi e il sostegno economico di una organizzazione umanitaria svizzera, Agohelma si è consolidata, divenendo una tra le maggiori organizzazioni umanitarie del paese.

Le attività di Agohelma negli anni si sono andate diversificando e includono costruzione di scuole e organizzazione di corsi professionali in campo alimentare, falegnameria, idraulica, ricamo, cucito, stampa, fotografia ed altro. Abebech, divenuta col tempo per tutti ‘emaye’, termine che in amharico significa ‘madre magnanima’, provvedeva inoltre le risorse necessarie a favorire l’avvio di nuove attività per i ragazzi più grandi; fece costruire un ospedale per donne povere e altre infrastrutture tra cui  case per famiglie povere, pozzi e latrine, avviando inoltre programmi di riforestazione, corsi per consulenti in pianificazione famigliare e salute, inclusi prevenzione contro l’Aids e programmi di vaccinazioni per immunizzare da malattie infettive. Aveva infine promosso lo sviluppo delle donne con la creazione di programmi di micro-credito e metodi di risparmio.

Ad oggi, oltre alle migliaia di persone povere, sono oltre seimila i ragazzi che annualmente beneficiano dell’aiuto di Agohelma; un’attività di cui, secondo i dati dell’associazione stessa, a partire dal 1980 hanno potuto beneficiare in vari modi oltre un milione e mezzo di persone.

«Abebech Gobena è stata una tra le persone più magnanime e di buon cuore che io abbia mai incontrato» ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, già ministro etiopico della sanità, proseguendo: «Ha aiutato migliaia di bambini non solo a sopravvivere ma ad avere successo nella propria vita».

E Tony P. Hall, già parlamentare statunitense e rappresentante per gli Usa nelle agenzie di aiuto alimentare delle Nazioni Unite, impegnato per anni in programmi di nutrizione per alleviare la fame in Etiopia, ha dichiarato: «In Abebech non vi era traccia di egoismo e aveva acquistato un’autentica fama di santità».

Emaye Abebech aveva contratto il coronavirus lo scorso giugno; entrata nell’unità di terapia intensiva dell’ospedale san Paolo ad Addis Abeba spirava il 4 luglio scorso.

Rahel Berhanu, a suo tempo accolta e cresciuta nell’orfanotrofio da Abebech Gobena e divenuta sua collaboratrice, ha dichiarato alla sua morte: «Non ho parole per descrivere emaye, è stata tutto ciò che ho avuto dalla vita; una madre sopra tutte le madri». Abebech non ha mai avuto figli ma al Times di Londra che la intervistò nel 2014 disse: «Non ho avuto alcun figlio ma ho cresciuto una famiglia di centinaia di migliaia di loro e non ho alcun rimpianto». Per questo Abebech è diventata per molti la “madre Teresa d’Africa”.
[P. Giuseppe Cavallini – Nigrizia]