Padre Giulio Albanese: “Il seme del terrorismo attecchisce nel Sahel”

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Martedì 14 settembre 2021
Con la distruzione delle Torri Gemelle e l’attentato al Pentagono, l’11 settembre 2001, i Paesi Occidentali, Stati Uniti in primis, si sono sentiti minacciati dal terrorismo di matrice jihadista. La cornice geopolitica all’interno della quale si è collocato questo tragico evento fu quella del cosiddetto Clash of Civilization, una dottrina formulata dal politologo statunitense Samuel P. Huntington.

«La mia ipotesi — egli scrisse in un suo celebre saggio pubblicato nel 1996 — è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro».

Huntington sosteneva in sostanza che le identità culturali e religiose sarebbero state la fonte primaria di conflitto a livello planetario post-guerra fredda. Su questa visione, definita da alcuni antesignana di quello che sarebbe stato il fattore discriminante nel nuovo corso della geopolitica internazionale, è importante ricordare che essa trovò nutrimento anche in teorie giuridiche e segnatamente penali precedenti agli attacchi dell’11 settembre, ispirate da una concezione dell’avversario come «non persona», nel solco di una relativamente recente tradizione giuridico-filosofica cosiddetta del «diritto penale del nemico» presentata per la prima volta dal tedesco Gunther Jacobs nel 1985 alle Giornate dei Penalisti tedeschi a Francoforte sul Meno (anche se in questa sede non lo definì esplicitamente in questi termini), per poi essere ripresa con maggiore convinzione al Congresso di Berlino nel 1999 su «la Scienza del Diritto penale alle soglie del nuovo millennio».

In sintesi, è lo stravolgimento della primaria tutela giuridica dell’individuo, dell’essere umano in quanto tale, base dell’intera concezione dei Diritti umani, nel momento in cui la vita dello Stato risulta in pericolo da parte di soggetti anche solo sospettati, in base all’etnia o alla religione, di minare la sicurezza del patto sociale. In merito, va aggiunto che la promozione e la tutela dei Diritti umani, in quegli anni difficili (prima ancora dell’11 settembre vi erano stati i conflitti balcanici e gli attacchi terroristici alle ambasciate Usa a Dar es Salaam, in Tanzania e a Nairobi in Kenya, con forti componenti anche religiose) vide schierata in prima linea la Santa Sede, sia con il magistero di San Giovanni Paolo ii , sia con l’azione diplomatica. Sta di fatto che la tempesta mediatica abbattutasi sull’Occidente a seguito delle campagne militari in Afghanistan e Iraq, unitamente ad una raffica di sanguinosi attentati — Madrid (2004), Londra (2005), Parigi, con il feroce massacro della redazione di Charlie Hebdo (2015) e tanti altri — oltre a un’impressionante ondata di manifestazioni pubbliche di solidarietà, hanno scatenato una contagiosa psicosi, tornata in questi giorni alla ribalta con il ritorno dei talebani a Kabul. Contestualmente, la deriva delle Primavere arabe, in Paesi come la Siria, la Libia e lo Yemen, hanno scosso profondamente gli animi, in riferimento soprattutto alle crudeli esecuzioni, soprattutto nei confronti delle minoranze religiose, tra cui i cristiani.

Il continente africano da questo punto di vista si è trasformato, dopo l’11 settembre, in una delle macroregioni dove il jihadismo si è non solo infiltrato, ma anche consolidato, sortendo un effetto invasivo. Anche se poi, storicamente parlando, il primo vero e proprio atto terroristico compiuto in Africa risale al 1973, quando, la sera del 1° marzo, i militanti della fazione Settembre Nero, affiliata al movimento Fatah, occupò l’ambasciata saudita a Khartoum (Sudan), mentre era in corso un ricevimento, prendendo in ostaggio l’ambasciatore americano Cleo Noel, l’incaricato d’affari George Curtis Moore e altre persone. Il giorno successivo Noel, Moore e il diplomatico belga Guy Eid vennero assassinati a freddo dai sequestratori, a seguito del rifiuto del presidente Richard Nixon di negoziare la loro liberazione in cambio del rilascio di Sirhan Sirhan — il palestinese che aveva ucciso Robert Kennedy — e di altri terroristi detenuti nelle carceri israeliane ed europee. Ma la questione della presenza di cellule terroristiche islamiche nell’Africa Subsahariana divenne centrale a partire dalla fine degli anni Novanta quando il 7 agosto 1998 furono simultaneamente compiuti due attentati rivendicati da Osama bin Laden e dall’organizzazione da lui guidata, Al Qaeda, nelle sedi diplomatiche degli Stati Uniti in Kenya e Tanzania, con un bilancio complessivo di 223 morti (tra cui 12 cittadini statunitensi) e circa 4 mila feriti.

In questo contesto, un ruolo centrale nella diffusione dell’ideologia jihadista venne svolto dal regime sudanese. Infatti, con il graduale dissolvimento del regime sovietico, la fazione sudanese della Fratellanza musulmana guidata da Hassan al-Turabi (un intellettuale, ora defunto, poco amante delle cariche pubbliche che assunse il ruolo di ideologo del fondamentalismo islamico sudanese oltre che di eminenza grigia dell’allora regime) sostenne il golpe, il 30 giugno 1989, del generale Omar Hassan Ahmed al-Beshir, predicando una politica dichiaratamente antioccidentale. Sta di fatto che il Sudan finì nella lista degli «Stati Canaglia» stilata dal Dipartimento di Stato Usa, con l’accusa di sostegno al terrorismo. Oltre ad essere considerato uno dei principali covi dell’organizzazione di Osama bin Laden, Al Qaeda, Khartoum venne accusata di ospitare membri dell’Hizballah libanese, dell’egiziana Gama’at al-Islamiyya, di al-Jihad, della palestinese Islamic Jihad, di Hamas e dell’organizzazione Abu Nidal. Ritenuto uno dei maggiori centri di addestramento per terroristi, all’indomani degli attentati dell’11 settembre, il governo di Khartoum condannò ogni atto violento contro i civili e da allora il regime di Beshir (ora deposto) si sforzò di prendere le distanze — sul piano formale, s’intende — dal terrorismo; purtroppo non nella sostanza.

Dopo l’attacco alle Twin Towers, le milizie jihadiste, già presenti particolarmente nella fascia saheliana e nel Corno d’Africa, hanno intensificato le loro attività. Emblematico è il caso della Somalia dove l’organizzazione jihadista al-Shabaab ancora oggi semina morte e distruzione. Questa formazione, che un tempo rappresentava l’ala radicale delle ex Corti islamiche somale, continua ad avere una componente legata al network di Al Qaeda, un’operazione di franchising che le ha garantito visibilità sui media internazionali. Al contempo, però, si è insediato in Somalia il sedicente Stato islamico (Is) che ha avuto origine da una frangia dissidente di al-Shabaab, guidata dall’ideologo Abdulqadir Mumin. La forza combattente conta oltre 300 effettivi ed è composta da miliziani somali, ugandesi, keniani e tanzaniani, che compongono il bacino somalo dei foreign fighters. Le infiltrazioni jihadiste nell’Africa Subsahariana, che oggi interessano Paesi, oltre alla Somalia, come il Burkina Faso, il Niger, il Mali, la Nigeria, il Ciad, la Repubblica Centrafricana, il settore orientale dell’ex Zaire e il Nord del Mozambico, sono un dato di fatto incontrovertibile reso possibile soprattutto a causa della debolezza dei governi locali e dell’acuirsi dell’esclusione sociale in molti Paesi.

Sebbene gli islamisti siano contrari ai principi democratici, essi approfittano in molti casi della libertà religiosa concessa da molti governi, inviando predicatori nel subcontinente, tanto nei centri urbani quanto nei villaggi reconditi, per promuovere la religione e la cultura islamiche. Inoltre, molto spesso, sono tutelati da normative che regolano la libertà d’associazione, la creazione di partiti politici e la libertà d’iniziativa imprenditoriale; pertanto creano organizzazioni non governative e partiti politici collegati e spesso finanziati da fondi privati o pubblici provenienti prevalentemente dal Medio Oriente, a riprova che dietro queste milizie si celano anche interessi economici. Una cosa è certa: il jihadismo, parafrasando un proverbio africano, è come «quel serpente che ha già posto le sue uova nel nido delle aquile». Ecco perché la risposta più adeguata per contrastarlo e onorare le vittime del terrorismo islamista è quello di promuovere il Documento sulla fratellanza universale firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal grande imam dell’Università Islamica del Cairo Ahmed Al-Tayyeb, che «condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano».
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]