Mercoledì 1° settembre 2021
Si è imposta negli anni ’50 nella Rd Congo, rielaborando i modelli della canzone afrocubana, e si è diffusa fino a diventare la musica dell’Africa nera moderna. [
Nella foto: Rumba congolese a Kinshasa (credito: Wikimedia). Testo: Marcello Lorrai – Nigrizia]

Avviata a Kinshasa la campagna perché sia accolta nell’elenco Unesco

Rumba congolese
patrimonio immateriale dell’umanità

Nel corso di una cerimonia presieduta dalla ministra della cultura della Repubblica democratica del Congo, Catherine Kathungu Furaha, il 17 agosto a Kinshasa è stata lanciata ufficialmente una campagna per promuovere l’inserimento della rumba congolese fra i patrimoni immateriali dell’umanità protetti dall’Unesco: la campagna è sostenuta da un comitato misto, che coinvolge entrambe le repubbliche del Congo, Congo-Kinshasa e Congo-Brazzaville.

L’elenco dei patrimoni immateriali dell’umanità è stato creato dall’Unesco nel 2001, affiancandolo a quello dei siti patrimonio dell’umanità, con lo scopo di favorire la tutela e la valorizzazione di forme espressive per lo più di origine popolare e di trasmissione “orale”, ma anche di tecniche (per es. i muri a secco) e di culture (come la dieta mediterranea). La candidatura della rumba congolese è stata depositata lo scorso anno.

Il grosso dei patrimoni immateriali di ambito musicale e artistico che via via nel corso di questi venti anni sono stati accolti dall’Unesco è costituito da tradizioni piuttosto specifiche. L’Italia è presente nell’elenco – per fare solo due esempi – con l’opera dei pupi siciliani e col canto a tenore sardo, ma l’Unesco ha riconosciuto anche larghissimi generi musicali come il tango argentino e uruguayano e il reggae giamaicano, che, partiti da una dimensione tradizionale e marginale, hanno conosciuto enormi processi evolutivi (e anche di globalizzazione).

Ritmo unificante

Date queste premesse, sarebbe difficile negare alla rumba congolese lo statuto di patrimonio immateriale dell’umanità. Nata da una metabolizzazione da parte della sensibilità locale di modelli offerti dalla canzone afrocubana (e paradossalmente non dalla rumba cubana, che è altra cosa), la rumba congolese ha cominciato ad emergere prepotentemente nei primi anni Cinquanta, in particolare a Kinshasa. Cantata per lo più in lingala (la lingua franca dei due Congo), con giganti come Franco e Tabu Ley Rochereau la rumba ha raccontato con grande poesia e acuto occhio sociologico le trasformazioni indotte dalla colonizzazione e dall’inurbamento: l’irrompere del denaro nei rapporti interpersonali e sentimentali, la corruzione dei costumi, persino la individualizzazione della relazione con la morte.

La rumba ha messo in scena la “commedia umana” del Congo moderno. Ma la sublime qualità e la travolgente verve della rumba l’hanno fatta amare anche dove il lingala non veniva capito. Così la rumba ha egemonizzato le scene musicali dei paesi circostanti ed è stata ascoltata e ballata con passione in buona parte dell’Africa nera nella fase delle indipendenze e almeno fino a tutti gli anni Ottanta: se c’è stata una corrente musicale che nel secolo scorso ha unificato l’Africa nera, è la rumba.

Oggi Kinshasa è dominata da forme esasperate di soukous, l’erede della rumba: lo status di patrimonio immateriale alla rumba non cambierebbe dinamiche che hanno delle loro logiche e che, piacciano o no, sono radicatissime. Ma sancirebbe il valore di una storia gloriosa e, premiando una corrente musicale che è stata uno dei fenomeni più nobili e importanti di tutta la musica del Novecento (tutti i generi considerati), sarebbe un riconoscimento non solo per le due repubbliche del Congo, ma per tutta l’Africa che si è identificata nella rumba.

[Marcello Lorrai – Nigrizia]