Sud Sudan: Manifestazione contro il governo. Impedita con minacce e violenze

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Martedì 31 agosto 2021
Ieri 30 agosto doveva essere la Giornata nazionale del risveglio organizzata dalla società civile per chiedere le dimissioni dell’esecutivo. Ma tra arresti arbitrari, internet saltato e la paura alimentata tra la gente la protesta è stata rinviata.
La dimostrazione avrebbe dovuto svolgersi in concomitanza con l’insediamento ufficiale del nuovo parlamento.

Segno di debolezza di Juba verso dimostranti pacifici
Manifestazione contro il governo. Impedita con minacce e violenze

Lunedì 30 agosto, avrebbe dovuto essere un giorno “storico” per il Sud Sudan, il National awakening day (Giornata nazionale del risveglio), in cui avrebbe dovuto svolgersi la prima dimostrazione pacifica pubblica per chiedere le dimissioni del governo, accusato di non essere al servizio dei cittadini e di riportare il paese alla guerra civile. La dimostrazione avrebbe dovuto svolgersi in concomitanza con l’insediamento ufficiale del nuovo parlamento.

Era stata organizzata dalla Coalizione popolare per un’azione civica (Pcca), una rete di organizzazioni della società civile, attivisti, giuristi ed ex funzionari governativi che, alla fine di luglio, aveva presentato la campagna Ne abbiamo avuto abbastanza per chiedere un passo indietro alla leadership del paese. Nel manifesto politico, un documento di 22 pagine, l’aveva descritta come «un sistema politico fallito diventato pericoloso, che ha sottoposto la nostra gente a immense sofferenze». Ma il governo è riuscito a impedire la riuscita della dimostrazione con una serie di misure intimidatorie preventive attuate su tutto il territorio nazionale.

Misure intimidatorie

La scorsa settimana sono stati arrestati attivisti, giornalisti e leader religiosi in diverse parti del paese. Il 25 agosto a Yei, nello stato dell’Equatoria Centrale, è stato fermato Justoson Victor Yoasa, direttore esecutivo di una ong locale. Il giorno dopo è toccato al vescovo Yemba, della chiesa evangelica presbiteriana del Sud Sudan e poi, secondo le dichiarazioni di un parente, a suo fratello Guya Robert. Tutti sarebbero stati accusati di essere sostenitori del Pcca.

Il 27 agosto a Wau, capoluogo del Bahr el Gazal occidentale, sono stati arrestati tre operatori di Iniziativa strategica per le donne nel Corno d’Africa (Siha, nell’acronimo inglese), una ben nota e autorevole rete regionale. I tre – Jal Atem Moses, Peter Rizik e Mustafa Juma – erano diretti allo stadio dove era in programma il lancio di un progetto per l’empowerment di giovani e donne. La sera stessa il commissario della polizia dello stato, general maggiore Samuel Ajuang Chwar, aveva svelato l’intenzione intimidatoria – «Stavano distribuendo T-shirt ed era evidente che questa gente è parte delle dimostrazioni» –. Di fatto non avevano commesso alcun reato. E aveva colto l’occasione per avvisare la cittadinanza e i giornalisti di non scendere in strada per la dimostrazione organizzata dal Pcca perché le forze dell’ordine erano schierate in tutta la regione con l’ordine di impedire ogni assembramento.

Sempre il 27 a Bor, nello stato di Jonglei, il Servizio per la sicurezza nazionale (Nss) ha chiuso Radio Jonglei 95.9 FM, una radio comunitaria locale, e ha arrestato e trattenuto per qualche ora tre giornalisti. Il direttore, Matuor Mabior, ha dichiarato che erano sospettati di voler trasmettere informazioni riguardanti la manifestazione del 30 agosto. Un altro giornalista, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha detto di essersi nascosto perché teme per la propria vita. La chiusura della radio è stata definita illegale dall’Unione dei giornalisti in Sud Sudan, così come le minacce agli attivisti della società civile sono state stigmatizzate da diverse persone note ed autorevoli.

Saltata la Rete

Il 30 agosto, come ulteriore e persuasivo deterrente alla manifestazione programmata, la rete internet non funzionava e le maggiori città del paese, e Juba in particolare, erano presidiate dall’esercito in assetto antisommossa, armato di kalashnikov. Nei giorni precedenti i capi delle forze di sicurezza avevano sprezzantemente osservato che i loro uomini non erano dotati di gas lacrimogeni o di pallottole di gomma, ma solo di proiettili veri e propri.

Non meraviglia, dunque che la gente abbia preferito rimanere a casa. Secondo numerose testimonianze, erano chiusi anche numerosi esercizi commerciali, mentre le strade delle città erano semideserte e silenziose.

La debolezza dell’esecutivo

Complessivamente però, il governo del Sud Sudan ha dimostrato una notevole debolezza, perché non ha saputo confrontarsi con una dimostrazione di dissenso pacifica e organizzata pubblicamente. «Il governo è nel panico» ha osservato James David Kolok, della Fondazione per la democrazia e un governo responsabile e presidente del Forum della società civile sudsudanese. Dello stesso parere è Jok Madut Jok, antropologo, professore in università americane e fondatore del centro di ricerca sudsudanese Suud. Il 29 agosto ha postato sulla sua pagina Facebook un documento, apparentemente del Pcca, in cui si dice che la dimostrazione prevista per il 30 agosto è stata spostata a data da destinarsi. Jok Madut assicura che il documento è falso e si chiede se «il regime di Salva Kiir è così disperato?». Continua con una osservazione: in questo momento cittadini che amano il paese, che rispettano la dignità umana, che rifiutano la violenza si confrontano con la forza delle armi. «È la verità contro le armi. Chi vincerà sulla lunga distanza?».
[Bruna Sironi  -  Nigrizia]