Ponte di fede e di speranza: Finanziati dall’episcopato statunitense cinquantasei progetti in Africa

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Lunedì 30 agosto 2021
C’è un ponte di fede tra il continente americano e quello africano che l’uomo rafforza giorno dopo giorno grazie a relazioni significative e al sostegno materiale e spirituale. Di recente l’episcopato statunitense ha stanziato 1.360.000 dollari per realizzare cinquantasei progetti, ideati dalle conferenze episcopali cattoliche africane, che partiranno nei prossimi mesi.

Fondi che cercano di soddisfare esigenze legate all’evangelizzazione, al ministero pastorale e all’insegnamento cattolico e sociale. «Stiamo lavorando per costruire la solidarietà tra le due Chiese. Questi doni riflettono il nostro desiderio di stare con i fratelli e le sorelle dell’Africa e la nostra gratitudine per le migliaia di sacerdoti, suore e laici che offrono una guida ispiratrice in molte parrocchie e seminari statunitensi». Parole, rilasciate a «L’Osservatore Romano», di Edward Kiely, direttore della sottocommissione dell’episcopato statunitense per la Chiesa in Africa, gruppo di lavoro presieduto dal cardinale Joseph William Tobin, arcivescovo di Newark.

Negli ultimi decenni la connessione plurisecolare tra i due continenti è diventata sempre più importante da un punto di vista economico e sociale. Questa evidenza è al centro della lettera pastorale A call to solidarity with Africa, pubblicata nel 2001, nella quale i vescovi statunitensi riconoscevano «una responsabilità morale» degli americani nei confronti del popolo africano e celebravano il rapporto spirituale tra i cattolici delle due sponde dell’Atlantico. «L’Africa — afferma Kiely — è la regione più povera ed emarginata della terra, afflitta da malgoverno, conflitti violenti, sfide ambientali e grandi flussi migratori. Eppure l’Africa è anche un luogo benedetto da una fede dinamica e da una rapida crescita delle vocazioni religiose che rendono la Chiesa cattolica una forza vibrante che anela alla pace e al bene comune».

L’obiettivo della sottocommissione è quello di collaborare con gli episcopati d’oltreoceano per rafforzare la pastorale locale. Una finalità perseguita attraverso sovvenzioni economiche e coltivando una fitta rete di relazioni che rinvigoriscono la Chiesa in entrambi i continenti. Ogni anno le diocesi statunitensi organizzano una colletta che confluisce nel Solidarity fund for the Church in Africa, da cui si attinge per finanziare i progetti delle diocesi e delle comunità religiose africane. Il sostegno riguarda attività annuali in vari ambiti: pastorale, catechetico, seminaristico, di formazione continua dei leader religiosi e laici, comunicativo, educativo, di protezione delle persone vulnerabili, di promozione della giustizia e della pace. La lunga chiusura delle parrocchie statunitensi imposta dalla pandemia ha determinato una riduzione della raccolta. Nonostante ciò, prosegue Kiely, «siamo stati in grado di supportare quasi l’80 per cento dei progetti presentati, anche se a volte con un importo inferiore a quello richiesto».

I cinquantasei progetti finanziati nel 2021 sono molti e variegati: si va dal rilancio dell’insegnamento cattolico nella Repubblica Democratica del Congo alla formazione sacerdotale in Ruanda, dalla pastorale per gli sfollati interni in Camerun a quella per le persone traumatizzate dalla pandemia in Zimbabwe, a iniziative dedicate ai rifugiati in Uganda e alle vittime di abusi in Burundi. Tra le azioni più interessanti c’è quella della Conferenza episcopale del Togo (finanziata con 10.000 dollari) che promuove l’evangelizzazione nelle lingue locali: verrà potenziato il centro di traduzione «Père Adjola», situato nella diocesi di Kara, acquistando attrezzature hardware, audiovisive e installando una connessione internet ad alta velocità. Sarà così possibile tradurre testi sacri, documenti e ascoltare il Vangelo proclamato nei principali idiomi e dialetti locali. Un altro progetto interessante è quello dei vescovi dello Zambia (sostenuto con 25.000 dollari) la cui missione è diffondere nelle diocesi il messaggio dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. Le attività includono seminari, programmi radiofonici e televisivi per la promozione della rigenerazione dei frutteti, sostenuta (a partire dal buon esempio delle parrocchie e della Chiesa locale) fornendo formazione, piante e supporto tecnico. «È un meraviglioso esempio di come i vescovi adottino un approccio pratico alla lotta al cambiamento climatico, che sta minacciando i mezzi di sussistenza di molte persone», afferma Kiely.

Dal 2007 a oggi il Solidarity fund for the Church in Africa ha erogato 1288 sovvenzioni per un totale di oltre 30.800.000 dollari. Attualmente ci sono 104 sussidi attivi per altrettanti progetti attuati da trentasette organismi ecclesiali in tutto il continente. «Le sfide che i cattolici africani devono affrontare sono varie e complesse. I problemi sociali hanno un impatto spirituale, e viceversa. Quindi spesso forniamo una risposta pastorale ai bisogni spirituali che derivano da guerre, conflitti civili o persino cambiamenti climatici», spiega il direttore della sottocommissione. I risultati di questi anni sono davvero incoraggianti. Quando nel 2019 in Malawi stava per scoppiare la guerra civile, il fondo statunitense ha supportato i vescovi che sono riusciti a calmare i cittadini, promuovendo elezioni libere, pacifiche e trasparenti. In Mali, invece, in risposta all’esortazione apostolica Amoris laetitia, l’episcopato ha avviato l’educazione sessuale nelle scuole cattoliche, attraverso la formazione di insegnanti da parte di educatori diocesani. Senza dimenticare i fondi per la pacificazione dei conflitti religiosi in Sud Africa, eSwatini e Botswana, o le sovvenzioni alle eparchie cattoliche in Eritrea per la creazione di consigli giovanili locali e nazionali.

«Nel 2020 — racconta Kiely — ho incontrato un vescovo di una diocesi rurale isolata che ha sofferto molto per le violenze che stanno devastando la Repubblica Centrafricana. Era profondamente grato e ci siamo un po’ emozionati mentre parlavamo. Ha detto che il solo fatto che la Chiesa statunitense seguisse gli eventi nel suo Paese per lui aveva un significato maggiore dei piccoli sussidi forniti dalla sottocommissione e dall’episcopato centrafricano. Le sue parole ancora mi toccano il cuore». La costruzione di relazioni significative con i fratelli e le sorelle d’oltreoceano sta alla base del lavoro della sottocommissione fin dalla sua fondazione, avvenuta nel 2004 per opera di monsignor John Huston Ricard, ex presidente dei Catholic Relief Services e attuale vescovo emerito della diocesi di Pensacola-Tallahassee. «Vogliamo promuovere un dialogo sinodale e strategico tra i vescovi africani, in modo che siano identificate e affrontate le esigenze pastorali prioritarie», conclude Kiely. Il fine è «costruire le capacità della Chiesa in Africa, aiutandola a diventare autosufficiente sotto il profilo sia pastorale sia materiale».
[Giordano Contu – L’Osservatore Romano]