Mercoledì 25 agosto 2021
A 79 anni è morto ieri a Dakar (Senegal) Hissène Habré, presidente dal 1982 al 1990. Ripercorriamo le turbolente vicende della sua ascesa politica e il declino a partire dal 1990. In esilio in Senegal da quando era stato estromesso dal potere da Idriss Déby Itno nel 1990, Hissène Habré era stato giudicato e quindi condannato all’ergastolo per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Un processo, il suo, senza precedenti, istituito dalle Camere straordinarie africane (Cae) il 27 aprile 2017.

Stava espiando la sua pena in una struttura penitenziaria del Cap Manuel, alla punta della penisola su cui è costruita la capitale del Senegal. È morto il 24 agosto all’ospedale principale di Dakar in seguito all’infezione da Covid-19. I suoi famigliari a lungo avevano chiesto che fosse rimesso in libertà per motivi di salute.

«Combattente del deserto», «uomo della macchia», «signore della guerra»: così venivano esaltate le qualità militari di Hissène Habré quando aveva preso il potere in Ciad. Forse a ragione: membro dell’etnia di pastori toubou, nato nel 1942 a Faya-Largeau, nel nord, il percorso di Habré negli anni ’70 e ’80 fa parte della storia turbolenta del Ciad indipendente di cui è stato il terzo presidente.

Cresce nel deserto del Djourab, tra pastori nomadi… e i suoi insegnanti lo scoprono come ragazzo intelligente che potrebbe studiare. Nel 1963 eccolo dunque in Francia per seguire i corsi all’Institut des hautes études d’outre-mer. Studia poi diritto, sempre a Parigi, dove frequenta l’Institut d’études politiques e perfeziona la sua formazione politica “divorando” appassionatamente le opere di Frantz Fanon, Ernesto “Che” Guevara, Raymond Aron.

Rientrato in Ciad nel 1971, si unisce al Fronte di liberazione nazionale del Ciad (Frolinat), di cui assume il comando prima di fondare con un altro uomo del nord, Goukouni Weddeye, il consiglio delle Forze armate del nord (Fan). Nel 1974, si fa conoscere internazionalmente perché tiene per tre mesi in ostaggio l’etnologa francese Françoise Claustre, costringendo così la Francia a negoziare con i ribelli. Diventerà in seguito primo ministro del presidente Félix Malloum, con cui finirà per rompere, e quindi ministro della difesa di Goukouni Weddeye, presidente del governo di unione nazionale formato nel 1979.

Signore della guerra al potere

Nazionalista convinto e feroce oppositore del leader libico di allora, Muammar Gheddafi, che gode delle simpatie di Weddeye, rompe con il suo ex alleato, scatenando la guerra civile a N’Djamena, che è costretto però a evacuare a fine 1980. A partire dall’est del paese, dove ha ripreso la macchia, combatte Goukouni Weddeye, sostenuto da Tripoli, ed entra trionfatore a N’Djamena nel 1982. Il suo regime, sostenuto contro Gheddafi da Francia a Stati Uniti, durerà 8 anni.

Un periodo segnato da una terribile repressione: gli oppositori, veri o presunti, vengono arrestati dalla Direzione della documentazione e della sicurezza (Dds, polizia politica), torturati, spesso giustiziati. Una commissione di inchiesta valuterà a più di 40mila il numero di persone morte in detenzione o giustiziate sotto il suo regime, ma solo 4mila di loro saranno identificate.

Nel dicembre 1990, Habré abbandona precipitosamente N’Djamena, di fronte all’attacco lampo dei ribelli di Idriss Déby Itno, uno dei suoi generali che 18 mesi prima si era ribellato e aveva invaso il paese a partire dal Sudan. Il presidente Déby, ucciso nell’aprile scorso da ribelli venuti dalla Libia (versione ufficiale), regnerà con mano di ferro in Ciad per 30 anni.

Cacciato dal potere, Habré trova riparo a Dakar: un esilio “dorato”, almeno i primi vent’anni. Dismette la divisa militare e l’elmetto kaki per un gran “bubù” e la calotta bianca. Musulmano praticante, si fa apprezzare dai vicini, con cui va a pregare nelle feste religiose, si mostra discreto e generoso, partecipa alla costruzione di moschee o al finanziamento di un club di calcio…

Ergastolo

Ma la giustizia lo perseguita. Nel 2011, quando il presidente senegalese Abdoulaye Wade, sotto pressione internazionale, sorprende tutti annunciando di volerlo espellere, la gente del quartiere di Ouakam a Dakar, dove abita, manifesta il proprio sostegno a Hissène Habré, protestando che ha moglie e figli senegalesi. Con l’arrivo al potere di Macky Sall, viene arrestato il 30 giugno 2013 a Dakar e quindi accusato da un tribunale speciale creato grazie a un accordo tra l’Unione africana e il Senegal.

Il suo processo, il primo in assoluto in cui un ex capo di stato veniva trascinato davanti alla giustizia in un paese che non era il suo, per presunte violazioni dei diritti umani, si apre il 20 luglio 2015. Il 30 maggio 2016, è condannato all’ergastolo per crimini di guerra, crimini contro l’umanità, tortura e stupro. Condanna confermata in appello un anno dopo.

Tra le prime reazioni all’annuncio della sua morte, quella delle organizzazioni della società civile che si sono battute a fianco delle vittime: «Mi spiace per la morte annunciata di Hissène Habré a causa del Covid-19. Da mesi chiedevamo che Habré venisse vaccinato – è la reazione di Reed Brody, difensore delle vittime e avvocato di Human Rights Watch – Habré resterà nella storia come uno dei dittatori più spietati al mondo, un uomo che ha massacrato il suo popolo per impadronirsi del potere e mantenervisi, che ha dato alle fiamme villaggi interi e spedito donne a servire come schiave sessuali le sue truppe».

Purtroppo, dallo svolgimento dello storico processo per l’Africa contro Habré, le vittime dell’ex dittatore sono ancora lì, in attesa di ricevere un inizio di indennizzo. Molte di loro sono totalmente indigenti e si sono battute per 25 anni perché Hissène Habré venisse giudicato. Era stato condannato, infatti, a versare a ognuna delle 8.600 vittime che si erano costituite parte civile 20 milioni di franchi Cfa (30mila euro circa). Quando si dice giustizia…
[Aurelio Boscaini – Nigrizia]

Il decesso di Hissène Habré

S’impone una breve riflessione a qualche giorno dalla morte a Dakar a causa del covid-19, dell’ex presidente del Ciad, Hissène Habré, che scontava, in una prigione della capitale senegalese, una condanna all’ergastolo, a seguito della sentenza a suo danno, per crimini contro l’umanità, negli anni della sua presidenza. il Ciad, nonostante la forte crisi economica, la pandemia covid 19, l’insicurezza alimentare, potrebbe conoscere una rinnovata stagione politico-culturale, dove i partiti politici, non più succubi del regime, siano in grado di canalizzare ed esprimere pacificamente, per via politica e non per le armi com’è (come è stata) consolidata tradizione, almeno fino alla morte del Presidente Maresciallo.

D’altronde questa pacificazione e partecipazione alla vita politica/partitica è auspicata dal Consiglio Militare Provvisorio, guidato dal figlio del defunto presidente Idris Deby Itno e da una comunità internazionale – Francia in primis – distratta da quanto sta accadendo a migliaia di chilometri di distanza ma che ha delle ricadute sul Ciad ed il Sahel: ricordiamo che l’Operazione Barkane é stata fortemente ridimensionata e che il Ciad, proprio in questi giorni ha dimezzato il suo contingente militare nella zona «calda» delle Tre Frontiere.

Il Ciad, negli anni ’80 e ’90, ha conosciuto una tragica sequela di conflitti. Ricordiamo che Habré fu in grado, col sostegno americano e francese, di sconfiggere la Libia di Gheddafi che aveva invaso il nord del Ciad e installarsi al potere a N’djamena iniziando così un sanguinoso capitolo di repressioni e uccisioni extra giudiziarie durante tutto il tempo del suo mandato. La cosa tragica fu che agli inizi degli anni ’90, Habré fu a sua volta rovesciato da un golpe guidato da Idris Deby Itno, suo ex capo di stato maggiore, colui che nel Ciad meridionale aveva fatto “terra bruciata”.

Deby, a seguito dell’uccisione di suoi familiari, fuggi in Sudan del Nord e da lì guidando una colonna di Toyota, dopo una sanguinosa battaglia, prese N’djamena e a sua volta si proclamò Presidente, da aggiungere, Fondatore del MPS, Maresciallo del Ciad.

Questi leader militari divenuti politici e capi di stato di per se non sono una novità nell’Africa contemporanea. È interessante ricordare la durata del loro stare al potere, continuità nella tradizione: 20 anni per Habré, 30 per Deby. Tutti questi anni sono espressione di dinamiche politico-culturali dove la proclamata indipendenza nazionale ha dovuto (deve) fare i conti con un Continente in preda ai giochi geo-politici delle antiche potenze coloniali, sostituite da élite locali legate a doppio filo ai loro referenti occidentali: i militari/presidenti/marescialli, appunto!

Il decesso di Habré all’estero potrebbe causare delle reazioni negative in Ciad dove ci sono ad oggi ancora dei suoi sostenitori e simpatizzanti. Credo, però, che al di là delle espressioni consuete di cordoglio, non accadrà niente di clamoroso: Habré è morto in esilio, condannato per crimini contro l’umanità e per quanto possa essere ancora amato/rispettato come colui che ha guidato il Ciad vincitore contro la Libia, le sofferenze causate dalla sua spietata repressione sono ancora ben visibili.

Una stagione di rinnovata vita politica, culturale, con la partecipazione attiva dei Ciadiani, che metta finalmente in soffitta gli anni sanguinosi dell’infernale ciclo guerra-repressione politica-guerra. Con questo decesso e quello di Idris Deby Itno, sembra chiudersi una pagina sanguinosa della recente storia del Ciad. Forse ora che i due capi storici del Ciad contemporaneo sono morti, si apre all’élite politico-militare (l’attuale Presidente è – guarda un po’ – Mahamat Idris Deby, figlio del defunto Deby) una chance di praticare delle politiche più inclusive, più attente ai diritti umani, più attente ai bisogni reali dei ciadiani: questo è il nostro augurio.
Enrico Gonzales, mccj
«Tenda d’Abramo», N’djamena