Mercoledì 25 agosto 2021
La sete di lavoro ammassa schiavi “invisibili” dentro un insediamento disumano ad alta pressione. Mafia e caporalato la fanno da padroni mentre arrancano istituzioni e Chiesa. Una sfida da prima linea per la missione. “L’unico modo come Chiesa per portare una vera trasformazione è andare a viverci nel ghetto, come farebbe il Signore – dice il vescovo di San Severo, don Gianni Checchinato – perché siamo elementi di trasformazione solo se stiamo lì con loro nel quotidiano. Non possiamo pensare al servizio di evangelizzazione e annuncio solo quando abbiamo risorse perché così i poveri non avrebbero niente da dare e invece hanno tanto da insegnare. Siamo chiamati a dare noi stessi!”

Cantiere Casa Comune / I braccianti di Torretta Antonacci

Dove il degrado grida libertà

Il furgone della Caritas, tra improbabili stradine piene di buche e asfalto bruciato dal sole rovente di agosto, ci immerge nelle campagne tra Foggia e San Severo. Alla guida don Andrea Pupilla, direttore della Caritas di San Severo e cappellano del carcere, da anni a fianco dei braccianti di Torretta Antonacci, la località, a due chilometri oltre il confine comunale di Rignano Garganico, dove siamo diretti. Sullo sfondo il lungo versante delle colline del Gargano separa due mondi che non si incontrano quasi mai: quello di chi cerca briciole di vita con la schiena spezzata dalla fatica del lavoro nei campi e quello di chi trova riposo, in piena estate, sulle spiagge affollate del Mar Adriatico. Magari mangiando pomodori, olive, asparagi e altra frutta e verdura raccolti  a due passi di distanza dagli schiavi della terra accanto.

Gli inizi

Don Andrea, con evidente passione per la causa dei braccianti e una buona dose di dolore per la loro condizione ci racconta qualche frammento di storia: “Vent’anni fa, in queste campagne, arrivarono in cerca di lavoro alcuni africani che si installarono in qualche casolare diroccato. Molti trovarono rifugio presso uno zuccherificio sgomberato dando inizio ad un insediamento di “invisibili” dal momento che per tanti era meglio non esistessero”. Prima di lui, a colazione, il vescovo di San Severo, don Gianni Checchinato, sulla stessa linea, ci aveva confidato: “C’è chi vuole soltanto togliere questo insediamento, che negli anni si è strutturato e ha ospitato migliaia di braccianti, per non vedere più il problema e non interrogarsi mai sulle cause profonde del perché queste persone vengono qui e vivono in condizioni così degradate e disumane. Come se, non vedendoli più, i problemi sparissero”. Più o meno come, agli inizi, lo sguardo di uno Stato distratto e girato dall’altra parte lasciava campo libero a mafia e caporali. Realtà che ancora oggi spopolano nonostante incendi, morti, interventi muscolosi delle istituzioni e leggi contro il caporalato soltanto a tragedia avvenuta.

La svolta

L’ultimo sgombero risale al marzo del 2017 dopo le morti in un incendio di due giovani maliani. Da quel momento l’arrivo di alcuni container che ancora oggi ospitano nella parte “formale” circa 140 migranti in un progetto gestito dall’associazione locale Misericordia. Ma tutto attorno, in pochissimo tempo, il ghetto si è ripopolato con roulottes arrivate da diverse zone, macchine sgangherate e molte baracche di nuovo in piedi per ospitare le attuali 800 persone, in stragrande maggioranza dall’Africa subsahariana. Numeri che triplicano d’estate con la stagione nei campi. Il “ghetto”, come molti non vogliono chiamarlo, è ritornato con ancora più presenze, sfide e difficoltà: un piccolo gruppetto della “Lega Braccianti” che controlla e comanda il territorio, traffico di droga, ristorantini con salette notturne dove le donne presenti possono arrotondare. Ad ogni angolo rifiuti gettati a terra senza trattenere odori insopportabili aggravati dal caldo torrido e latrine costruite dietro le baracche con una buca in terra, qualche telo in plastica e secchi per lavarsi e fare il bucato. Per non parlare della sfida dell’acqua da centellinare rifornita dalla Regione dopo lunghe richieste e battaglie di don Andrea insieme al padre scalabriniano Arcangelo. Un servizio che costa un milione di euro l’anno.

Incontri

Verso mezzogiorno fermiamo il passo alla bottega di Youssouf, nigeriano, che ci serve bottigliette d’acqua a 20 centesimi. Parliamo con Ali, originario della Guinea Bissau che racconta il sogno di tornare presto al suo paese, mentre osserviamo Laurent, maliano, che acquista un ala di pollo per prepararsi il pranzo. Dopo diverse ore sotto il sole, la meta è ritrovare le energie: “Siamo partiti per i campi alle 5 di mattina e abbiamo lavorato sodo. Ora vado a prepararmi riso e pollo con la mia bombola di gas, poi relax”. In vista del corso di italiano serale con la Caritas e l’associazione Baobab di Foggia.

Appena svoltato l’angolo, si avvicinano in pochi istanti due ragazzi giovanissimi che mi chiedono una mano. Hanno ricevuto da poco un messaggio sul telefonino in italiano che, con dolore, provo a tradurre: “la vostra richiesta di reddito d’emergenza non è stata accolta per mancanza di requisiti”. Si tratta di una tipologia di aiuto per chi non ha avuto accesso al reddito di cittadinanza, misura limitata nel tempo e “ad hoc” per l’emergenza Covid. Ci hanno provato e, per capire le ragioni del diniego, li indirizzo verso l’avvocata che, all’ingresso dell’insediamento, nel presidio dell’Asl di Foggia, sta ascoltando Moustapha, originario del Gambia, desideroso di conoscere i passi da fare per ottenere il permesso di residenza. Molti chiedono all’avvocata dettagli su permessi di soggiorno e domande di lavoro. Insieme a lei un assistente sociale e un medico che sta conversando con “Mama Brigitte”, originaria del Camerun, sui dettagli dell’imminente vaccinazione all’interno dell’insediamento e sulla sua costante ricerca di medicine. Servono tachipirine e antibiotici per far fronte ai problemi maggiori di chi lavora “sul campo”: insolazioni, ferite da taglio, dolori ai muscoli e alle articolazioni per il duro lavoro. Maria, dell’associazione Baobab di San Severo, che ci accompagna nella visita, si dà subito da fare e attiva la sua vivace rete di contatti per dare una rapida risposta al bisogno. “Quando ci sono esigenze urgenti, come coperte, medicine, vestiti, cibo – racconta don Andrea - anche le nostre parrocchie si attivano velocemente. Ma se poi si chiede loro di ragionare sul fenomeno, di capirne le cause, di organizzare un incontro di sensibilizzazione e di venire qui a toccare con mano, beh, lasciamo perdere!”

A fianco del presidio Asl, su una stradina di terra che con le piogge diventa impraticabile, arriva dai campi un furgoncino con una decina di lavoratori. Michael, nigeriano sulla quarantina, appena sceso ci confida di essere al suo primo giorno per la raccolta dei pomodori dopo aver perso il lavoro al nord Italia. Ha i jeens devastati e ancora macchiati di pomodoro dopo sette ore di lavoro piegato a terra: “Sono sfinito e per fortuna che abbiamo terminato di caricare il camion così ci hanno rispediti a casa. Oggi almeno il tempo è stato clemente”. Qualche nuvoletta infatti attenua quei potenti raggi solari che, nel giugno scorso, sono costati la vita al giovane maliano Camara Fantamadi a Cerignola, in provincia di Foggia. Da allora un ordinanza della regione Puglia ordina lo stop dei lavori nei campi dalle 12 alle 16. Divieto che ha perso smalto ben presto dopo il rigore con cui veniva osservato nei primi giorni.

Passi di riscatto

“Guadagniamo tra i 2.5 e 4 euro a cassone - testimonia Mohammad, originario della Tunisia – ma dobbiamo pagarne 5 per il trasporto”. Funziona così la logica del caporalato che sguazza nelle situazioni di illegalità e degrado sulle spalle di coloro che non hanno neanche un permesso di soggiorno, una carta d’identità, uno straccio di documento. Ci tornano alla mente le parole del vescovo al mattino: “Come Diocesi abbiamo firmato un protocollo con il Comune per cercare di dare visibilità ai braccianti in modo da dare loro almeno una carta d’identità e una residenza. Forse sono passi ancora molto istituzionali ma almeno si tratta di elementi di forza contro il caporalato perché di fronte a dei documenti hanno meno gioco facile con lo sfruttamento”.

Altro tasselli di speranza vengono da un progetto di Caritas e Arci per lottare contro il fenomeno dello sfruttamento lavorativo in agricoltura attraverso l’orientamento al lavoro con aziende del posto e l’interfaccia con alcune agenzie immobiliari per favorire l’autonomia abitativa nelle città e dall’iniziativa di Casa Sankara in cui vennero alloggiati centinaia di braccianti dopo lo sgombero del 2017. Si tratta di una vecchia azienda agricola regionale abbandonata e trasformata dall’associazione di migranti “Ghetto out” in una foresteria dove si accoglie, si offre la cena, si verificano i contratti di lavoro e si mette a disposizione in modo gratuito una navetta per recarsi sui luoghi di lavoro. Hervé Faye, uno dei fondatori che incontriamo sul posto, ci confida: “Continuiamo a fare un percorso insieme alle istituzioni. Non ci siamo limitati a denunciare il caporalato e lo sfruttamento ma ci siamo dati da fare per uscire dal ghetto e mettere a disposizione della gente delle strutture alternative. Se vogliamo cambiare le cose dobbiamo accogliere le persone dove c’è lo Stato”.

E la chiesa non può fare di più per trasformare queste realtà disumane, vergogna dell’Italia e dell’Europa?

“L’unico modo come Chiesa per portare una vera trasformazione è andare a viverci nel ghetto, come farebbe il Signore – provoca il vescovo Gianni - perché siamo elementi di trasformazione solo se stiamo lì con loro nel quotidiano. Non possiamo pensare al servizio di evangelizzazione e annuncio solo quando abbiamo risorse perché così i poveri non avrebbero niente da dare e invece hanno tanto da insegnare.  Siamo chiamati a dare noi stessi!”

Noi discepoli(e) missionari(e) siamo pronti a raccogliere questa sfida?

Filippo Ivardi Ganapini
Rivista Nigrizia, settembre 2021, pp 63-65