P. Giulio Albanese: “Africa, linea di faglia tra Oriente e Occidente”

Immagine

Lunedì 23 agosto 2021
“In questi giorni si è molto parlato del ritiro dall’Afghanistan delle forze alleate e del ritorno a Kabul dei talebani. (…) Occorre considerare che le potenze limitrofe all’Afghanistan, vale a dire Turchia, Cina e Russia, sono presenti con molteplici interessi anche in Africa. Lo stesso vale per gli Stati Uniti e i propri alleati che si sono ritirati dal multietnico Paese dell’Asia centrale. A tale proposito è auspicabile che comprendano la necessità, attraverso l’affermazione del multilateralismo, di preservare il continente africano dalla contaminazione islamista”.
[L’Osservatore Romano]

In questi giorni si è molto parlato del ritiro dall’Afghanistan delle forze alleate e del ritorno a Kabul dei talebani. Il 29 febbraio dello scorso anno a Doha era stato infatti siglato un accordo bilaterale tra l’allora segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, e il numero due dei talebani, il mullah Abdul Ghani Baradar, che prevedeva il ritiro completo delle truppe straniere, da concludersi entro la fine di aprile 2021. In cambio, il gruppo islamista s’impegnava a rompere con al-Qaeda e ad avviare un dialogo diplomatico con i politici afghani che conducesse, eventualmente, al silenzio delle armi.

I talebani hanno così ottenuto da Washington una sorta di legittimità internazionale, rafforzando la propria posizione sul fronte militare e diplomatico. Nel frattempo a nulla sono valsi i negoziati, avviati il 12 settembre del 2020 a Doha, tra i talebani e i rappresentanti del fronte repubblicano di Kabul. I jihadisti infatti non hanno mai riconosciuto il governo afghano come attore e interlocutore legittimo. Anche per questa ragione l’esercito afghano, pur composto da 300 mila soldati, non ha combattuto una forza che era già stata di fatto legittimata dalle potenze internazionali. Con il risultato che si è scatenato un fuggi-fuggi dal Paese dell’Asia centrale che ha coinvolto un numero cospicuo di civili i quali ritengono che l’imposizione sharìa da parte dei talebani rappresenti una minaccia per la loro incolumità.

A questo punto, con la rapida presa del potere da parte dei talebani in Afghanistan, sono in molti nell’Africa subsahariana ad aver manifestato apertamente la propria preoccupazione di fronte a questo scenario. Ad esempio, il presidente nigeriano Muhammadu Buhari, dalle colonne del «Financial Times», ha osservato che la partenza degli Stati Uniti dall’Afghanistan non deve essere interpretata come la fine della cosiddetta «guerra al terrore». La minaccia, secondo Buhari, si sta semplicemente spostando verso occidente, su una nuova linea di faglia, in Africa. Il timore del presidente nigeriano è che il nuovo corso afghano possa sortire un effetto incoraggiante per i gruppi jihadisti disseminati nel continente, rafforzando la loro resilienza e dunque il loro impegno in vista di un’ipotetica vittoria. «Nonostante i crescenti attacchi in tutta l’Africa negli ultimi dieci anni, l’assistenza internazionale — ha sottolineato Buhari — non ha seguito il passo», ricordando alcuni dei principali focolai di tensione che vanno dalla fascia saheliana al Mozambico, passando per la Somalia, con il risultato che «molte nazioni africane sono sopraffatte dall’incubo dell’insurrezione».

Un passaggio interessante della riflessione del capo di Stato nigeriano è quando egli afferma che «alla fine, gli africani non hanno bisogno di spade ma di vomeri per sconfiggere il terrore», sottolineando l’importanza degli investimenti stranieri e del supporto tecnologico e infrastrutturale che a suo avviso rappresentano il deterrente contro la povertà a favore del progresso. Si tratta di un aspetto importante nel senso che laddove vi è sottosviluppo, vi sono tutte le condizioni per affermare ogni genere di fondamentalismo.

In linea con questo ragionamento è il commento del parlamentare ghanese Francis-Xavier Kojo Sosu il quale ha rilevato, scrivendo sul sito internet https://www.myjoyonline.com, che «considerando le doppie sfide della disoccupazione e delle difficoltà economiche che sono state esacerbate dalla pandemia di covid-19 per noi in Africa, il ritiro delle forze armate degli Stati Uniti dall’Afghanistan potrebbe fornire terreno fertile per il reclutamento e la formazione di giovani africani all’interno di organizzazioni e reti terroristiche, consentendo in tal modo alle stesse organizzazioni di raggrupparsi, mobilitarsi ed elaborare strategie per rafforzare e far progredire le operazioni e le reti terroristiche in tutto il mondo, in particolare nell’Africa subsahariana». Sempre secondo Kojo Sosu «i capi di Stato e di governo africani devono essere “proattivi” (anticipando le soluzioni) invece di essere semplicemente “reattivi” (reagendo solo quando si registrano le violenze) sulle questioni di sicurezza garantendo allarmi di massima sicurezza, sistemi di sorveglianza rafforzati», auspicando al contempo «una maggiore tolleranza religiosa» per evitare attacchi terroristici, scongiurando il pericolo, sempre in agguato, di strumentalizzazioni della religione per fini eversivi. Kojo Sosu ritiene pertanto che ciò che è avvenuto in Afghanistan «deve essere di grande lezione per noi: una forte ed efficace integrazione regionale potrebbe essere una delle soluzioni». Questo, in sostanza, significa rilanciare il multilateralismo in una logica panafricana.

Da rilevare, comunque, che lo spirito solidale in Africa è sempre vivo, anche in tempi di ristrettezze economiche come quelle imposte dalla pandemia. Infatti, di fronte all’emergenza umanitaria in Afghanistan, il governo ugandese ha accettato di ospitare temporaneamente 2 mila rifugiati afghani su richiesta degli Stati Uniti. Lo ha dichiarato Esther Anyakun, ministro per i soccorsi, la preparazione alle catastrofi e i rifugiati del governo di Kampala, precisando che è stato il presidente Yoweri Museveni a chiederle di provvedere il prima possibile all’accoglienza.

In Sud Africa, come d’altronde in tutti i Paesi del continente, hanno suscitato sgomento e preoccupazione le immagini, diventate virali sui social media, di afghani che tentavano di lasciare il proprio Paese ormai già nelle mani dei talebani. A questo proposito il governo di Pretoria ha invitato le autorità talebane a garantire lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani in Afghanistan, nei confronti della stremata popolazione.

La riconquista del potere da parte dei talebani ha suscitato preoccupazione anche a Mogadiscio, in Somalia. Qui è dispiegata la missione dell’Unione africana (Ua) in Somalia, Amisom che continuerà a operare nel Paese fino al prossimo 31 dicembre. Tale missione ha conosciuto ogni anno una proroga del proprio mandato per la protezione di importanti strutture, il sostegno alle forze governative e la lotta contro l’organizzazione jihadista al-Shabaab. In particolare ha avuto un certo clamore l’intervista rilasciata a «Voice of America» da un ex funzionario dell’intelligence somala, Abdulsalam Gulaid, il quale ha affermato che «la Somalia potrebbe vedere uno sviluppo simile a quello afgano a meno che il governo di Mogadiscio non ponga fine alla sua eccessiva dipendenza dalle truppe internazionali».

Non è dello stesso parere il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente somalo, Abdi Said Ali, che ha fermamente respinto qualsiasi paragone tra Afghanistan e Somalia. Ha inoltre precisato che le forze armate somale hanno attualmente il controllo della sicurezza nella maggior parte del Paese con il sostegno delle forze di pace dell’Amisom. Aspetto questo controverso, sul quale molti osservatori dissentono nel senso che i gruppi jihadisti somali, combattendo una guerra asimmetrica, rappresentano un fattore altamente destabilizzante.

Rimane il fatto che il processo politico in Somalia, finalizzato al contrasto del terrorismo, continua a oscillare tra la ricerca di un risultato positivo e ostinate resistenze di centri di potere più o meno occulti, decisi a non arretrare rispetto alle proprie posizioni che, alla prova dei fatti, non guardano all’interesse nazionale. Fonti locali riferiscono che nel Paese sarebbero già iniziate le elezioni per i membri del parlamento, a cui seguirà nei prossimi mesi l’elezione del presidente. C’è da augurarsi che prevalga il buon senso per scongiurare un’ennesima deriva jihadista che destabilizzerebbe l’intero Corno d’Africa.

Dulcis in fundo, occorre considerare che le potenze limitrofe all’Afghanistan, vale a dire Turchia, Cina e Russia, sono presenti con molteplici interessi anche in Africa. Lo stesso vale per gli Stati Uniti e i propri alleati che si sono ritirati dal multietnico Paese dell’Asia centrale. A tale proposito è auspicabile che comprendano la necessità, attraverso l’affermazione del multilateralismo, di preservare il continente africano dalla contaminazione islamista.
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]