P. Giulio Albanese: “Troppa euforia sulla presunta crescita africana”

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Lunedì 16 agosto 2021
La crisi economica generata in Africa dalla pandemia di covid-19 è allarmante e le misure finora messe in campo non sembrano essere in grado di contrastare quello che potrebbe essere un vero e proprio tsunami. Da rilevare anzitutto che nel 2020 il continente africano è entrato in recessione per la prima volta nell’arco di 25 anni.
[L’Osservatore Romano]

Il covid-19 ha messo in ginocchio i Paesi a vocazione turistica, oltre ad aver penalizzato fortemente quelle economie esportatrici di fonti energetiche (petrolio in primis) e a quelle che dispongono di altre risorse, oltre ad acuire a dismisura le disuguaglianze. Da rilevare che lo scorso anno, la spesa pubblica in tutta l’Africa è aumentata; i governi, infatti, hanno tentato di far fronte non solo all’emergenza sanitaria, ma hanno anche adottato, a seconda dei Paesi, delle strategie per contenere gli effetti collaterali causati dalla pandemia. Secondo il recente rapporto della Banca africana di sviluppo (A fdb ) 2021, ciò ha comportato un impatto negativo diretto sui saldi di bilancio e sugli oneri del debito. Stando sempre alla stessa fonte, si prevede che il rapporto medio debito/Pil per l’Africa aumenterà di 10-15 punti percentuali nel breve e medio termine, in conseguenza dell’impennata della spesa pubblica e della contrazione delle entrate fiscali per effetto del coronavirus. Con queste premesse si prevede un rapido accumulo del debito nel breve e medio termine.

L’A fdb formula, a questo proposito, importanti raccomandazioni ai governi africani per un approccio politico su più fronti per affrontare a testa alta la crisi scatenata dalla pandemia. Oltre ad un supporto al settore sanitario con risorse per i sistemi sanitari per far fronte al virus e ad altre malattie endemiche, si auspica un sostegno monetario e fiscale per favorire la ripresa economica. Questo indirizzo, sempre secondo l’A fdb non può prescindere da un potenziamento e ampliamento delle reti di sicurezza sociale per consentire una crescita più equa e condivisa. Pertanto si raccomanda un contenimento sostanziale delle implicazioni a lungo termine causate dalla pandemia sull’accumulo di capitale umano, aprendo scuole e aumentando le politiche attive del mercato del lavoro per riorganizzare la forza lavoro per il futuro attraverso la digitalizzazione, l’industrializzazione e la diversificazione.

Di fronte a questo scenario segnato da molte incognite, nel rapporto già citato, pubblicato a metà marzo, l’A fdb riteneva comunque che l’Africa sarebbe stata in grado di conseguire una crescita del 3,4 per cento nel 2021. Un’indicazione, questa peraltro confermata dagli analisti della Banca Mondiale (WB) in Africa’s Pulse, il rapporto semestrale sul continente redatto dalla stessa WB e diffuso lo scorso 31 marzo.

Nel documento si parlava di una più lenta diffusione del virus e di una minore mortalità correlata al covid-19, accanto a una forte crescita agricola e a una ripresa più rapida del previsto dei prezzi delle materie prime che starebbe aiutando molte economie africane a superare la tempesta economica indotta dalla pandemia. Pertanto, la WB presagiva quattro mesi fa (nella data di pubblicazione del rapporto) una crescita a livello continentale compresa tra il 2,3 e il 3,4 per cento nel 2021, a seconda delle politiche adottate dai Paesi e dalla comunità internazionale. Ma era chiaro, già allora, che l’outlook sarebbe stato, comunque, soggetto a grande incertezza a causa di rischi sia esterni che interni. Lungi dal voler essere disfattisti, quelle previsioni di crescita, almeno per il momento, sono seriamente messe in discussione dalla cronaca.

Il fatto stesso che la campagna vaccinale stia andando molto a rilento, è inquietante e la dice lunga. Secondo l’Africa Centres for Disease Control and Prevention (Africa CDC), al 9 agosto il continente africano ha ricevuto 102 milioni di dosi di vaccino anti-covid-19, e ne ha somministrate circa 70,6 milioni. Per raggiungere l’obiettivo di vaccinare almeno il 60 per cento della popolazione (circa 780 milioni di africani) l’Africa avrà bisogno di circa 1,5 miliardi di dosi.

È evidente che di questo passo il continente africano non solo rischia di diventare un gigantesco serbatoio di nuove varianti, ma potrebbe assistere al collasso del proprio sistema sanitario ed essere inerme di fronte ad una possibile paralisi delle attività generatrici di reddito. La liberalizzazione dei brevetti, proposta da India e Sud Africa all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) — il cosiddetto Trips waiver (moratoria sulla proprietà intellettuale) — appoggiata da oltre cento Paesi tra cui gli Stati Uniti e sostenuta fortemente dalla Santa Sede, potrebbe certamente aiutare, ma l’Unione europea (Ue), almeno per il momento, si oppone. Considerando che al 15 luglio scorso risultava che la Ue avesse prodotto un miliardo di vaccini e che le previsioni indicano che nella seconda metà dell’anno si raggiungeranno i 2 miliardi, è palese che le società farmaceutiche abbiano già abbondantemente ammortizzato le spese di ricerca.

La sensazione è che ancora una volta si vogliano anteporre gli interessi economici sulla sacralità della vita umana. Con queste premesse, allora, come sarà mai possibile ipotizzare una ripresa dell’economia africana, consentendo, in particolare, all’area di libero scambio, l’African Continental Free Trade Area (AfCFTA), di decollare? Lanciata ufficialmente lo scorso 1° gennaio, per il momento sembra essere ancora un miraggio. Peraltro, da quando il covid-19 ha iniziato a contaminare l’Africa, all’inizio del 2020, i governi locali hanno annunciato pacchetti di incentivi fiscali che vanno da circa lo 0,02 per cento del Pil in Sud Sudan a circa il 10,4 per cento in Sud Africa. Questi pacchetti hanno avuto, come era prevedibile, implicazioni dirette e immediate per i saldi di bilancio, le esigenze di prestito e i livelli di debito. E siccome la pandemia continua, la stessa A fdb stima che i governi africani necessitino di finanziamenti lordi aggiuntivi di circa 154 miliardi di dollari per rispondere alla crisi.

A questo punto non è possibile continuare a procrastinare le decisioni in sede internazionale. Al recente g 20 di Matera, la questione di cui stiamo parlando non ha trovato un felice riscontro ed è stata di fatto bypassata, particolarmente nel nodo cruciale, quello del debito, non solo in riferimento all’Africa, ma in termini generali anche per quanto concerne i Paesi in via di sviluppo. Pertanto, è necessario uscire dal letargo prima che sia troppo tardi. Come ha rilevato Roberto Ridolfi, presidente di Link 2007, federazione di autorevoli ong italiane, «la sospensione temporanea dei pagamenti del debito fino al 31 dicembre 2021, da parte dei g 20, non è sufficiente per scongiurare un ulteriore aumento dei costi umani, economici e sociali della pandemia, soprattutto in Africa».

A questo proposito, Link 2007 ha proposto una conversione flessibile, totale o parziale, del debito sovrano, da parte di un qualsivoglia Stato africano debitore in un fondo di contropartita in valuta locale, finalizzato a promuovere iniziative collegate al perseguimento degli obiettivi della sostenibilità. «Tale proposta — secondo Ridolfi — garantirebbe un alleggerimento del peso del debito per gli Stati in questione e nello stesso tempo favorirebbe il progresso delle comunità tramite l’avvio di investimenti resilienti sul medio-lungo termine. Il fondo sarebbe gestito dal governo del singolo Stato, il quale, in assenza di pressioni fiscali dovute al debito, potrebbe vedere rafforzata la propria ownership in favore della realizzazione immediata di progetti inerenti agli obiettivi di sviluppo sostenibile». Una vera e propria conversione del debito che combinata con strumenti di blending potrebbe assicurare livelli di crescita, creare posti di lavoro dignitosi e raggiungere maggiori livelli di sostenibilità.

La posta in gioco è alta ed ogni proposta, a livello multilaterale, è certamente benvenuta, evitando così, di stare alla finestra a guardare. Urge una riqualificazione, in sede internazionale, della cooperazione, rafforzando la collaborazione tra gli Stati, con l’avvio di una effettiva programmazione di nuovi investimenti orientati dai principi della equità e della sostenibilità. Il vero progresso — sono parole di san Paolo vi – è «lo sviluppo della coscienza morale che condurrà l’uomo ad assumersi solidarietà allargate e ad aprirsi liberamente agli altri e a Dio». Parole sagge, purtroppo troppo spesso inascoltate.
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]