Lunedì 16 agosto 2021
Gabriele Ferrari, di Rovereto (TN), già superiore generale dei saveriani, è stato presidente del SEDOS e direttore dei corsi di formazione permanente dell’istituto. Collabora con Settimana News e con la rivista Testimoni e trascorre ogni anno un semestre in Burundi, come professore invitato di ecclesiologia ed ecumenismo. Da missionario «in pensione» riflette in questa lettera sui cambiamenti che stanno coinvolgendo la missione ad gentes. [
P. Gabriele Ferrari – SettimanaNews]

È un argomento che oggi non dibattiamo più con il «furore» del passato, ma che rimane ancora vero ed attuale. Ne ho trattato molte volte e ancora oggi ogni tanto mi si interpella su quest’argomento. Confesso però di farlo ora con minore entusiasmo perché ho l’impressione di… battere l’aria, dal momento che questo discorso si scontra con diversi dati di fatto che sembrano smentirne l’importanza.

Una «missione» che cambia

Ho l’impressione che il termine «missione» stia progressivamente perdendo il significato che aveva qualche decennio fa; inoltre, il rapido ridursi numerico dei missionari ad gentes insieme con il calo di interesse di questo tema – nella transizione conciliare ancora incompiuta dalle «missioni» alla «missione» – fa sì che la missione ad gentes non sia più considerata come il compito specifico ed esclusivo dei missionari.

Questo non è per sé un male… ma il passaggio della missione dalla responsabilità degli Istituti alle singole Chiese locali ha prodotto un diluirsi dell’urgenza e della partecipazione alla missione da parte delle comunità cristiane. Tante sono le ragioni che giustificano la mia reticenza, anche se l’argomento conserva ancora una sua importanza che lo rende ancora vero e attuale. Quali sono i compiti della missione ad gentes che oggi ancora la riguardano e la giustificano e, insieme, quali sono i punti problematici della missione ad gentes oggi?

Il primo elemento di questa transizione in linea con l’ecclesiologia conciliare è proprio il fatto che il modello missionario in vigore fino alla metà del secolo scorso è oggi irrimediabilmente oggetto di una profonda evoluzione. La missione ad gentes trova ancora dei seguaci che non intendono abbandonare il modello tradizionale – sia detto senza alcun disprezzo da parte mia – da parte dei missionari che vanno in missione e continuano il loro servizio, sia da parte delle comunità cristiane che volentieri ancora li appoggiano e collaborano con essi, penso ai generosi gruppi missionari delle parrocchie e delle diocesi.

Il fatto che il Concilio abbia affidato la missione a ogni comunità cristiana di giovane o di antica origine, ha fatto evolvere il dovere missionario e sta mandando in archivio la specificità missionaria legata agli istituti missionari «vecchio stile».

Forse è proprio questa la ragione per cui la missione, pur teologicamente più corretta e politicamente o storicamente più libera, non attira più molti candidati. L’affermazione teologicamente molto vera che «tutti sono missionari» ha tolto urgenza e significatività all’impegno missionario. Allo stesso modo, la missione intesa come «comunione fra le Chiese» ha contribuito a purificare l’idea della missione da ogni forma coloniale, esclusiva ed eroica del passato, ma ne ha insieme diluito la forza.

Un ultimo elemento di questa mutazione è l’attuale sviluppo degli istituti missionari che hanno assunto un nuovo, ancorché inevitabile, volto interculturale: i nuovi missionari, frutto della prima missione, sono presenti ora nelle nostre chiese e sono dichiarati i missionari del futuro. Si tratta di uno sviluppo provvidenziale e inevitabile di quella circolarità della missione che – come si usava dire qualche tempo fa – «ritorna a casa», da dove era partita.

Verso una missio «inter gentes»

Un secondo elemento di questo cambiamento, di cui è oggi impossibile non tener conto, è l’allargamento degli obiettivi della missione.

Fino a qualche tempo fa, era facile stabilirne l’ampiezza, quando la missione ad gentes aveva un duplice – e, oggi, dopo Redemptoris missio 34 – triplice obiettivo o ambito: l’annuncio del Vangelo, la costituzione di nuove comunità cristiane con una gerarchia sempre più autoctona e la promozione dei «valori evangelici» detti anche «valori del Regno» (ivi). Quest’ultimo ampliamento, pur ancora abbastanza indefinito, ha forzato i confini dell’ad gentes che ora include nuovi campi di missione come l’impegno per la costruzione di un mondo nuovo secondo il Regno di Dio e soprattutto il dialogo interreligioso (non solo accademico!). Questo nuovo ambito impone di salvaguardare la verità della missione ad gentes e di escludere ogni forma di relativismo veritativo: un nuovo ineludibile impegno!

Per questo oggi non è più possibile mettere praticamente tra parentesi le religioni non cristiane come non fossero «vere» religioni, interlocutrici necessarie della missione: questo postula un allargamento dell’evangelizzazione fino a parlare di missione inter gentes dove le religioni non cristiane non sono più ignorate come ambiti non suscettibili di missione, perché resistenti all’annuncio del Vangelo o, peggio ancora, concorrenti dello stesso.

Altri allargamenti d’orizzonte

Così il tema della liberazione e dell’opzione preferenziale dei poveri che tanto ha travagliato la missione tradizionale per il rischio – esagerato – di ideologizzazione e che spesso le è stato contrapposto, oggi è una delle urgenze della missione cristiana.

Papa Francesco con Laudato sì’ ha ulteriormente dilatato gli interessi della missione cristiana al campo della dell’ecologia integrale, diventata una sfida dell’umanità tout court dalla quale la Chiesa non può esimersi per le sue implicazioni politiche e teologiche. L’ecologia integrale obbliga la Chiesa a collaborare con le forze socio-politiche e ad affrontare temi che, solo vent’anni fa, erano considerati, se non estranei, almeno non specificamente legati alla missione evangelizzatrice. Si pensi ai problemi del sottosviluppo del mondo, della pace e delle migrazioni interne e internazionali.

Mi fermo a questi tre aspetti dell’attualità della missione per non entrare, ad esempio, nel campo delicato dell’inculturazione del Vangelo che domanderebbe un capitolo a parte ed è stato già ampiamente trattato in passato. Ma non posso dimenticare che questi nuovi sviluppi costringono i missionari, e gli istituti che alla missione fanno riferimento, a rivedere e a rinnovare profondamente la formazione spirituale e accademica dei loro membri.

È fuori corso, morto e sepolto, quel principio dato per normale che per essere missionari bastava poco o nulla, oltre la buona volontà di partire e lavorare. Oggi le cosiddette opere, con il relativo impegno finanziario ed economico, non sono più il cuore della missione, perché molto più importante del denaro e degli strumenti tecnici è la testimonianza di una vita evangelica, povera e casta – che non è affatto una novità – dalla quale dipende la credibilità della missione stessa, base per una presenza umile e disarmata, e garanzia di un dialogo fraterno e vero con il mondo da parte di una Chiesa che si riconosce più sorella e madre più che signora e maestra, segno di comunione e di attenzione per il mondo.

Questa identità «spirituale» dovrà però essere accompagnata da una umanità ricca e aperta e da una preparazione intellettuale non qualunque, due realtà che non possono essere semplicemente date per scontate.
[P. Gabriele Ferrari sx – SettimanaNews]