Martedì 10 agosto 2021
In questo tempo di restrizioni, di confinamento in casa, in città, nelle aree geografiche più vicine, le nostre autorità ci hanno ingiunto di spostarci per non fornire un mezzo di trasporto a questo maledetto virus. In quest'anno senza vacanze, le preoccupazioni dei giovani riguardano i brand di abbigliamento promossi dagli influencer, i master da studiare o in quale città farlo di questo nostro mondo super-sviluppato.

Però, nemmeno questa situazione estrema è riuscita a mettere porte al mare, a contenere chi combatte con l'unica cosa che ha, con la propria pelle, corpo a corpo contro il mare. Il mare che li nutriva, è il mare che li conduce ad una meta e che, a volte, li inghiotte. E lo sento come un dovere mio nei loro confronti, così come nei confronti dei fratelli europei che hanno cura di loro, lanciare un messaggio di allerta a quanti possono o vogliono ascoltare.

So benissimo di cosa sto parlando perché per tre volte sono venuto in una piccola barca alle Isole Canarie, con risultati diversi, finché sono riuscito a restarci. So molto bene cosa li spinge a partire, e anche cosa li aspetta qui: condizioni di lavoro che rasentano la schiavitù, la criminalizzazione, l'esclusione, il razzismo, l'islamofobia o il diffuso e opportunistico incitamento all'odio in vista dell'enorme crisi che incombe sull’Europa.

È primavera, il clima si fa mite, i venti più deboli e i giovani non riescono a frenare l'impulso di lasciare il loro villaggio per cercare il loro futuro all'estero. Non vogliono realizzare sogni, non optano per gli abiti firmati dei negozi europei, non vogliono togliere nulla a nessuno. I loro sogni, quelli veri, consistono nel poter mettere in piedi una piccola impresa familiare partendo dalla pesca dei loro antenati, un negozio, una bancarella del mercato, poter crescere i propri figli vicino ai nonni, ricevere i loro insegnamenti come fecero i loro padri. Poter studiare e avere un futuro professionale sicuro, invece di lavorare e vivere di stento fin dall'età di 12 anni, godendosi il proprio paese, la propria natura, la propria cultura, la propria religione. Ma oggi, questo è impossibile.

Navi europee, cinesi o turche invadono le nostre acque sponsorizzate da politici corrotti che ingrassano le loro fortune a spese della fame dei loro pescatori. Le proteste di piazza non bastano, loro hanno le redini in mano e i governanti europei li sostengono facendosi belli di un'aura di paternalismo diretto all'Africa. Non ci sono opzioni per i giovani in Africa, non ci sono porte che possano contenere il bisogno di cercare altrove il futuro della famiglia.

Cosa ti consente di studiare nel paese che scegli, partire in vacanza in qualsiasi parte del mondo, cosa fa sì che tutte le opzioni si aprano davanti a te, mentre le acque avide dell'Oceano Atlantico si chiudono sopra ad altri giovani?

Niente di tutto questo fermerà tutte queste persone. Morire di virus non fa più paura che il morire lentamente di paesi interi quando le loro riserve sono impoverite dall'installazione di una miniera, dall'incursione di navi che devastano i fondali marini distruggendo la produzione di pesce anche per diverse generazioni. Non fa nemmeno più paura morire avvolti dalle onde durante una tempesta che gioca con le nostre barche come se fossero giocattoli.

Questo è un problema globale, nessuno di noi ha il diritto di guardare dall'altra parte. Né i governi europei dovrebbero continuare a tirare i fili dei politici africani. Né la società africana può permettersi di perdere la sua forza che rappresentano le migliaia di giovani che intraprendono un esodo che terminerà per tradire le loro aspettative. O che forse le distruggerà per sempre.

I cittadini dei paesi ospitanti non possono nemmeno cadere nell'odio e nel rifiuto di persone che non conoscono e cercano solo ciò che gli europei stessi si sentono in diritto di avere. A coloro che dovranno affrontare il problema di accoglierli, è mio dovere far loro sapere che continueranno ad arrivare, che questa crisi sanitaria, sociale ed economica non farà che peggiorare le cose. Verranno a migliaia e moriranno a centinaia lungo la strada.

A quanti pensano di partire, posso solo chiedere di non farlo. Di non salire su quelle barcacce. Di formarsi, studiare e lavorare per il loro paese all'interno del loro paese. Questa ferita della corruzione e rovina non può rimarginarsi che dal profondo, da dove è stata aperta. Dalle viscere del continente. Formando cooperative, lavorando insieme, unendo le forze. Quelli di noi che siamo già andati lontano sappiamo cosa abbiamo sofferto, gli anni che abbiamo perso per strada, gli amici e fratelli che sono morti. E non ne vale la pena. Da qui possiamo appoggiare, promuovere, fornire esperienza e conoscenza. Approfittiamo di tutti questi insegnamenti che sono solidi. Miglioriamo questo per l'Africa, per gli africani, per tutti. O questo sarà, anche per l'immigrazione clandestina, il peggiore degli anni.

Maguette Sow è autore, insieme a Carmen Yanguas, di Word of Sow (edito da Editorial Mundo Negro). In esso, questo senegalese racconta la storia della sua esistenza, dalla famiglia e dal lavoro di pescatore nel suo paese, al suo viaggio migratorio e alle lotte per farsi strada per vivere in libertà e del suo lavoro in Spagna per offrire un futuro migliore alla sua famiglia. Questa storia è un contributo per smettere di pensare, una volta per tutte, che gli immigrati in generale, e gli africani in particolare, siano fonte di problemi. Sow, e molti come lui sono esseri umani esemplari, con i loro punti di forza e di debolezza, i loro successi e i loro errori... instancabili ricercatori della vita, del futuro, dell'amicizia, della crescita, di un mondo migliore...

[Leggere l’originale in spagnolo. En la pandemia… el año de las migraciones. Maguette Sow – Mundo Negro – Tradotto da: Jpic-jp.org]