Lunedì 9 agosto 2021
Nel lontano 1962, l’intellettuale francese Raymond Claude Ferdinand Aron pubblicò un saggio che allora fece un certo scalpore dal titolo Paix et guerre entre les nations, (Pace e guerra tra le nazioni). L’autore s’interrogò, manifestando non poca inquietudine e preoccupazione sugli effetti perversi della globalizzazione dei mercati, allora ai primordi, e sulla crescente divaricazione tra ricchi e poveri, affermando: «L’ineguaglianza tra le nazioni assumerà il ruolo della lotta di classe».

Oggi, riflettendo sulle cause che determinano la mobilità umana dalla sponda africana, soprattutto in questa stagione pesantemente condizionata dalla pandemia di covid-19, la visione profetica di Aron sembra avverarsi.

D’altronde è fisiologico che persone in crisi a casa propria, sia per guerre che per povertà, si affannino alla ricerca di una vita migliore, correndo anche spaventosi pericoli pur di darsi una chance di successo, migliorando le proprie condizioni di vita appiattite sulla sopravvivenza. Tuttavia è importante anche sottolineare quanto la globalizzazione, intesa come la diffusione di standard e modelli consumistici di benessere, non faccia che acutizzare la frustrazione e l’impotenza a cui molte persone sono costrette a soggiacere nei rispettivi Paesi d’origine, spingendole a paragonare le loro condizioni di vita, di fatto perdenti, con quelle vigenti negli Stati più benestanti. Da rilevare a questo proposito che una parte degli immigrati in fuga non provenga dai Paesi più poveri dell’Africa, ma da quelli che si collocano al di sopra della soglia di povertà, senza, però, aver raggiunto standard di vita considerati soddisfacenti. Tra questi, ad esempio, l’Algeria, la Tunisia e il Marocco, che si collocano tutti in una fascia medio-alta di Hdi (Indice di sviluppo umano).

Ovviamente, tale indicatore stilato dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp) non concorre a spiegare la distribuzione interna della ricchezza ed è per questo che le stesse Nazioni Unite si sono convinte della necessità di una sua correzione, elaborando nel 2011 un nuovo indice di sviluppo umano, che tiene conto delle disuguaglianze interne ai Paesi (Ihdi). Tuttavia, il dato da solo basta ad evidenziare che la migrazione non avviene solo per congiunture imprevedibili come guerre, disastri ambientali o fame, ma anche per gli effetti di lungo termine della globalizzazione — i cosiddetti «migranti economici» —, come ben aveva previsto Aron.

La risposta europea a questo fenomeno strutturale, come hanno dimostrato i frequenti vertici di questi ultimi anni dei capi di Stato e di governo dell’Unione, almeno per il momento, non è considerata soddisfacente dalla società civile africana, dalle organizzazioni non governative e dalle varie componenti del mondo missionario. La dice lunga l’insistenza sulla necessità di rafforzare frontiere materiali, amministrative e simboliche volte a ostacolare il flusso di persone attraverso il continente africano e il deserto del Sahara, ampiamente a monte delle coste mediterranee.

La questione di fondo è che alla prova dei fatti l’Europa ha finora risposto all’immigrazione di massa come se si trattasse di un’emergenza securitaria e umanitaria, affrontando così — e solo parzialmente — le istanze che generano il flusso migratorio prodotto dal collasso di Stati e dalle guerre, ma trascurando del tutto quello generato dalla «questione sociale» delle migrazioni come inevitabile corollario della globalizzazione, in riferimento soprattutto a quei Paesi che non attraversano nessuna crisi particolare, ma che godono di un minore grado di prosperità e democrazia.

Il vero problema è che il diritto internazionale da questo punto di vista non aiuta a sufficienza non esistendo una normativa generale sull’immigrazione, ma solo un coacervo di fonti che riguardano il divieto di discriminazione e, più in generale, la protezione dei diritti umani. Lo stesso articolo 13, comma 2 della Dichiarazione universale sancisce che «ogni individuo ha diritto di lascare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese» e, all’articolo 14, comma 1, che «ogni individuo ha diritto di cercare e di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni». Da una parte si dichiara il diritto di «emigrare» (inteso come diritto di lasciare il proprio Paese) ma non anche quello di «immigrare» (in quanto diritto di raggiungere un altro Paese), e poi si dichiara il diritto di cercare asilo, ma non ancora quello di ottenerlo.

Come ha pertinentemente rilevato la professoressa Elena Paciotti, responsabile dell’Osservatorio sul rispetto dei diritti fondamentali in Europa, «La maggiore difficoltà che oggi si incontra per l’adozione di una comune politica europea in questo settore sta nel fatto che non vi è una vera competenza dell’Unione europea in materia, poiché le decisioni in materia di immigrazione richiedono l’unanimità dei governi dei Paesi membri dell’Unione, ciascuno dei quali bada unicamente agli interessi propri. In attesa che i cittadini europei prendano coscienza che non si può addebitare all’Europa la colpa di non governare in modo equo l’immigrazione — (come anche l’economia, la politica estera o la difesa) non essendovi un potere sovranazionale su questi temi, lasciati agli accordi fra i Governi — e decidano di affidare all’Unione, e in particolare al Parlamento europeo, i poteri necessari per decidere politiche comuni, sarebbe estremamente utile prevedere quanto meno che, ferma restando la libertà di ogni Stato membro di stabilire la quantità e qualità di immigrati da accogliere, si gestiscano insieme, tramite la Commissione europea, nei confronti dei Paesi di origine i flussi migratori». Si tratta di una proposta più che legittima perché, come osserva la stessa Paciotti, se così fosse si attuerebbe l’ articolo 79 del Tfue (Trattato sul funzionamento dell’Unione europea), «che prevede testualmente che “venga adottata una politica comune dell’immigrazione per assicurare la gestione efficace dei flussi migratori”, e consentendo, attraverso un insieme coordinato di iniziative, l’istituzione di consistenti canali di immigrazione regolare, che ridurrebbero significativamente i drammatici tentativi di immigrazione irregolare».

Nel frattempo — dispiace davvero doverne prendere atto -— la crescente vulnerabilità delle popolazioni afro in transito nella fascia sahariana, e la subordinazione degli aiuti allo sviluppo non già a criteri di buon governo come peraltro richiesto nel passato, in sede internazionale, ma alla disponibilità dei governi beneficiari nell’attuare politiche di contrasto alla migrazione, sono scelte politiche che non mancano di mettere in questione i postulati etici su cui in passato il consesso delle nazioni europee ha improntato la propria azione in Africa rispetto a quella di altri competitor. Fra l’altro, questa scelta appare in conflitto con lo stesso Tfue, il quale, all’articolo 208, indica come obiettivo della politica di cooperazione allo sviluppo sia la riduzione che l’eliminazione della povertà.

Occorre inoltre osservare che la maggioranza dei migranti che provengono dall’Africa è convinta di avere il diritto di migrare in Europa. La loro convinzione si origina dall’onda lunga del colonialismo, di cui l’Unione europea non si considera erede — in quanto non esistente, nemmeno come Cee, prima del 1957 —, Unione europea che però è percepita da molti migranti (e dai loro capi di Stato) come il governo di un continente che ha ancora un debito aperto con i loro Paesi, un tempo colonizzati dalle potenze europee. Una convinzione, questa, che trova la sua sintesi nella dichiarazione dell’ex dittatore gambiano Yahya Jammeh: «Per compensare lo sfruttamento del nostro Paese da parte dell’Inghilterra, i nostri giovani avranno il diritto di soggiornare in Gran Bretagna per almeno 359 anni».

È dunque evidente che occorre andare al di là delle logiche divisorie. Il Mediterraneo, che in questi anni si è trasformato tragicamente in un «cimitero liquido», non può venire considerato unicamente come una questione di sicurezza e una regione di frontiera. Un simile approccio è miope, perché non tiene conto dei processi umani, sociali e storici in corso nello spazio euro-mediterraneo e più a meridione, nell’Africa Sub-sahariana; ed è inefficace, perché non affronta le varie questioni pendenti alla radice, legate all’affermazione della globalizzazione dei diritti. «Il futuro delle nostre società — ha scritto Papa Francesco nel messaggio di quest’anno per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato — è un futuro “a colori”, arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali. Per questo dobbiamo imparare oggi a vivere insieme, in armonia e pace».
[P. Giulio AlbaneseL’Osservatore Romano]