P. Giulio Albanese: “In Africa l’acqua c’è ma occorre una governance”

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Lunedì 9 agosto 2021
La mancanza di acqua potabile in Africa costituisce un grave problema. Basti pensare che nella sola macroregione subsahariana sono oltre trecento milioni le persone che non hanno accesso a questa fonte vitale. Stiamo parlando di un continente che viene spesso associato a frequenti siccità e carestie. Eppure, paradossalmente, nel sottosuolo vi sono immense falde acquifere la cui quantità è stimata cento volte superiore a quella trovata in superficie.
[P. Giulio Albanese - L'Osservatore Romano]

Lo sostengono i ricercatori del British Geological Survey (Bgs) e dell’University College London (Ucl) che nel 2012 hanno mappato in dettaglio la quantità e la resa potenziale di queste risorse idriche sotterranee a livello continentale, precisando che non tutto questo stoccaggio è disponibile per l’estrazione.

Questo straordinario potenziale idrico sotterraneo è distribuito in modo non uniforme e i maggiori volumi di acque sotterranee si trovano sotto il Sahara, nelle grandi falde acquifere sedimentarie dei Paesi nordafricani: Libia, Algeria, Egitto, Ciad e Sudan. In particolare, questi depositi, che in gergo tecnico vengono denominati di «acqua fossile», si sono formati a seguito di infiltrazioni nel sottosuolo risalenti ad un periodo compreso tra l’Olocene e il Pleistocene (10.000-40.000 anni fa).

Uno studio pubblicato nel febbraio scorso, condotto dal B gs e che ha coinvolto un team internazionale di Regno Unito, Sudafrica, Francia, Nigeria e Stati Uniti, ha quantificato i tassi di ricarica delle acque sotterranee in tutta l’Africa — in media su un periodo di cinquant’anni — che aiuterà a identificare la sostenibilità delle risorse idriche per le nazioni africane.

Utilizzando i dati raccolti in 134 studi di ricarica delle falde acquifere prodotti nel periodo compreso dal 1970 al 2019, è stato messo a punto un modello per tutto il continente, in grado di indicare per approssimazione la rinnovabilità dello stoccaggio delle acque sotterranee in Africa. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista «Environmental Research Letters» (I op ), e le mappe e i dati sono disponibili gratuitamente online per l’uso che vorranno farne i governi locali, i ricercatori e le organizzazioni non governative (https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/abd661).

Si tratta di un contributo significativo per la promozione di una governance in grado di indirizzare gli investimenti su dati affidabili, non solo relativi all’ubicazione delle acque sotterranee, ma anche sulla velocità con cui questi depositi sotterranei vengono riforniti. La mappatura delle acque sotterranee ha messo in evidenza il fatto che la maggior parte dei Paesi africani con scarso stoccaggio di acque sotterranee (come Liberia, Guinea, Sierra Leone e Burundi) hanno precipitazioni elevate e quindi ricariche regolari mentre, al contrario, molti Paesi nordafricani con precipitazioni trascurabili, generalmente considerati insicuri, possono vantare un notevole stoccaggio di acque sotterranee che si sono raccolte in profondi invasi, sotto il deserto.

Secondo il professor Adriano Mazzarella, docente di Climatologia, nel Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università Federico ii di Napoli, al di sotto del Sahara Orientale «si sono raccolti circa 150 mila chilometri cubici d’acqua dolce, tra i 500 e 3.500 metri di profondità, residuo dei tempi in cui le piogge cadevano con continuità». La Libia — è bene rammentarlo — era piovosa ancora in epoca romana, e lo storico Erodoto di Alicarnasso nel v secolo a. C. parlava del lago Tritonide (noto anche come lago Tritone, o anche palude Tritonide), forse un residuo di quando il Mediterraneo ricopriva il deserto del Fezzan millenni prima.

Una cosa è certa: «Cinque-dieci mila anni fa — spiega il professor Mazzarella — il Sahara era, una regione sicuramente più umida, bagnata da intense piogge estive e su cui si estendeva una sterminata savana che dava ospitalità ad antilopi, leoni e anche tribù di uomini primitivi. Dove sono finite allora le nuvole e le piogge? Sono migrate altrove per colpa… dell’asse terrestre! L’inclinazione dell’asse di rotazione varia ciclicamente nel corso di migliaia di anni: quando la Terra è più inclinata rispetto al piano di rotazione, aumenta la differenza tra inverno ed estate». Gli studiosi hanno infatti dimostrato che il cosiddetto «periodo umido africano» fu la diretta conseguenza della variazione dell’inclinazione dell’asse terrestre, un ciclo che si compie periodicamente ogni 25.800 anni: la nota «precessione degli equinozi».

Secondo Kathleen R. Johnson, professore associato presso la California University a Irvine, quello che preoccupa maggiormente è il cambiamento climatico scaturito dal riscaldamento globale, di cui l’uomo è la principale causa. Molti scienziati, dunque, non possono prevedere come l’aumento dei gas inquinanti influenzerà il ciclo climatico naturale del futuro. Ma tornando all’attualità è evidente che per i Paesi del Nord Africa, oggi la questione idrica è impellente e l’estrazione dell’acqua ha dei costi legati non solo alla costruzione degli impianti, ma anche alla loro manutenzione. Prendiamo ad esempio la Libia, ancora oggi profondamente segnata dalla violenza di bande armate, dove solo il 5 per cento del territorio nazionale è esposto ad almeno 100 millimetri di pioggia annui. Qui l’approvvigionamento idrico dipende per il 95 per cento dalle estrazioni effettuate attingendo dalle falde sotterranee, ricorrendo in particolar modo allo sfruttamento del Nubian Sandstone Aquifer System (N sas ), il più grande bacino fossile di acqua dolce del mondo, situato tra i 600 e i 2.000 metri di profondità sotto il deserto del Sahara e si estende tra i confini di Libia, Egitto, Sudan e Ciad.

Nel 1953, gli sforzi per trovare petrolio nella Libia meridionale portarono alla scoperta di grandi quantità di acqua fossile potabile sotterranea e negli anni Ottanta il colonnello Muammar Gheddafi diede il via ai lavori per la costruzione del Great Man-Made River (G mr ), il progetto di irrigazione più grande al mondo, una rete di tubi che fornisce alla popolazione insediata principalmente nel nord del Paese. Rimasto parzialmente incompleto rispetto al progetto originale, questo complesso sistema di infrastrutture, costato la stratosferica cifra di 25 miliardi di dollari e finanziato con i profitti derivanti dalle attività petrolifere, consiste oggi in centinaia di pozzi e più di 3.000 chilometri di tubature sotterranee, ed è in grado di soddisfare a più del 70 per cento del fabbisogno idrico nazionale. Il restante 30 per cento è invece coperto attraverso gli impianti di desalinizzazione di acqua marina e lo sfruttamento di falde a bassa profondità.

Detto questo è evidente che vi sono delle preoccupazioni. Infatti, come rileva pertinentemente Irene Pasqua, Research Trainee per il M ena Centre dell’I spi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), con l’inizio della guerra civile in Libia, «tutti gli investimenti nel settore sono stati congelati. I sistemi fognari e di distribuzione dell’acqua, privi di riparazione e manutenzione, hanno in alcuni casi contaminato la qualità delle risorse idriche per uso domestico. La mancanza di investimenti ha compromesso anche la produzione degli impianti di desalinizzazione, l’80 per cento dei quali risulta attualmente fuori uso».

A questo si aggiunga la valutazione degli studiosi, dal punto di vista geologico, su quella che è la reale consistenza del bacino di acqua fossile sotto il deserto, lo N sas . Questo deposito si è formato a causa dello scioglimento graduale del ghiaccio a partire dall’ultimo massimo glaciale e non viene reintegrato. Secondo uno studio di Unep (https://na.unep.net/atlas/webatlas.php?id=377) se i tassi di recupero del 2007 non verranno incrementati, l’acqua potrebbe durare mille anni. Ma non è detto perché «stime indipendenti indicano che la falda acquifera potrebbe esaurirsi tra 60-100 anni», afferma Stephen Lonergan, professore di Geografia alla Victoria University in Canada.

Ed è proprio per questo motivo che lo studio condotto dal British Geological Survey, con la collaborazione di un team internazionale e pubblicato su «Environmental Research Letters», è importante. Si spera, infatti, che le mappe di ricarica delle acque sotterranee africane aiutino non solo a localizzare il potenziale per sviluppare in modo sostenibile il processo estrattivo delle acque, ma anche ad individuare, attraverso il monitoraggio, quelle falde acquifere che potrebbero essere a rischio di esaurimento o suscettibili di siccità. È per questo motivo che è necessaria una governance responsabile che coinvolga i governi, le imprese e la società civile.

[P. Giulio Albanese - L'Osservatore Romano]