Sabato 31 luglio 2021
Il recente rapporto presentato al Consiglio di sicurezza dell’Onu sul terrorismo globale tratteggia un quadro in continuo peggioramento in Africa, il continente più colpito nei primi sei mesi del 2021. [
Nella foto: Combattenti dello Stato islamico (Credit: middle-east-online.com). Testo: Nigrizia]

Aumentata la capacità di raccogliere fondi e armi sempre più sofisticate
Terrorismo in Africa, una minaccia crescente

«Nella prima metà di quest’anno, l’Africa è diventata la regione più colpita dal terrorismo, dove i gruppi estremisti affiliati allo Stato islamico e ad al-Qaeda hanno ampliato la loro influenza, arruolato nuovi proseliti e inflitto pesanti perdite in termini di vite umane».

L’allarmante constatazione è l’incipit del nuovo rapporto, pubblicato dagli esperti del team delle Nazioni Unite per il monitoraggio e l’analisi delle minacce jihadiste a livello globale. Lo studio, presentato il 23 luglio al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, avverte che questi gruppi rappresentano una minaccia crescente in alcune zone dell’Africa occidentale e orientale, dove gli affiliati hanno anche aumentato la capacità di raccogliere fondi e armi, che comprendono l’impiego di droni.

Gli esperti dell’Onu hanno adottato un modello d’analisi deterministico, basato sul fatto che i gruppi jihadisti prosperano dove la pressione nei loro confronti risulta assente o poco incisiva. Per esempio, il report rileva che in Somalia continuano a registrarsi nuovi attacchi dopo il ritiro delle forze armate statunitensi e quello parziale della missione dell’Unione africana (Amisom), che hanno lasciato alle forze governative somale l’ardua incombenza di contenere l’insorgenza di al-Shabaab, affiliato ad al-Qaeda dal febbraio 2012.

Mentre in Mali, dove lo scorso giugno la Francia ha annunciato la fine dell’operazione Barkhane, con il ritiro graduale dei suoi soldati e la chiusura di tre basi militari nel paese, il rapporto afferma che i terroristi del Gruppo per il sostegno all’islam e ai musulmani (Jnim), che riunisce tutte le formazioni jihadiste affiliate ad al-Qaeda attive nel Sahel, hanno consolidato la loro influenza e il controllo di territori anche in aree densamente popolate.

Qui, in alcuni casi, hanno stretto accordi con i leader delle comunità locali per proteggere i civili dalle violenze, come dimostra il cessate il fuoco negoziato lo scorso 15 marzo dai cacciatori tradizionali dozo con la Brigata Macina nel circondario di Niono.

Nel Sahel molto preoccupante è il bilancio delle vittime provocate da attacchi terroristici dei gruppi affiliati all’Isis, che dall’inizio dell’anno hanno già ucciso centinaia di civili in una serie di attacchi in Burkina Faso, Mali e Niger, nonostante le trattative avviate da Burkina e Mali. E i gruppi fedeli ad al-Qaeda nel Sahel stanno concertando l’offensiva verso la costa atlantica, mettendo a repentaglio la sicurezza in Senegal, Costa d’Avorio, Benin, Ghana e Togo.

Il rapporto ricorda inoltre che in Mozambico, «l’assenza di adeguate misure antiterrorismo ha trasformato in una grave minaccia il gruppo Al Sunnah wa Jamaah (Aswj), legato allo Stato islamico in Africa centrale (Iscap)». La provincia settentrionale di Cabo Delgado è sotto continuo attacco della guerriglia islamista, tanto che lo scorso 24 marzo, i jihadisti hanno espugnato la città di Palma, che per 11 giorni è rimasta sotto il loro controllo. 

La città si trova a 15 chilometri dalla penisola di Afungi, dove si trova un importante impianto del gigante petrolifero francese Total, che ha sospeso a tempo indeterminato il suo progetto di estrazione di gas dal valore di 20 miliardi di dollari e ritirato tutto il personale dal sito.

Secondo gli esperti, il gruppo ha raccolto tra 1 e 2 milioni di dollari rapinando le banche della zona, oltre ad aver assaltato numerosi edifici amministrativi dove sono stati rubati carte d’identità, patenti e passaporti. E ha anche dimostrato la capacità di operare in mare nelle vicinanze delle isole Matemo, Vamizi e Makalowe, dove ha effettuato rapimenti, incendi dolosi ed estorsioni utilizzando dhow (la tradizionale barca a vela usata dalle popolazioni della costa dell’Oceano Indiano) e motoscafi.

Il livello della minaccia è elevato anche in Nigeria, dove il mese scorso il presidente Muhammadu Buhari ha riconosciuto che il paese è ancora alle prese con una grave insurrezione. Questo nonostante le battute d’arresto subite dal gruppo estremista Boko Haram, il cui leader Abubakar Shekau è stato ucciso a maggio durante un attacco della fazione rivale affiliata allo Stato islamico (Iswap).

Gli osservatori delle Nazioni Unite rilevano che «mentre Boko Haram dopo la scomparsa di Shekau si è significativamente indebolito, l’Iswap potrebbe ulteriormente rafforzarsi nella regione del Lago Ciad e cercare di estendere le sue operazioni verso la città nigeriana di Maiduguri, capitale dello stato federale di Borno».

Gli esperti dell’Onu focalizzano la loro analisi anche sugli effetti della pandemia da Covid-19, che sia lo Stato islamico sia al-Qaeda hanno continuato a esaltare per le perdite arrecate ai loro nemici. Nel complesso, però, non sono stati capaci di sviluppare una narrativa più persuasiva, che gli avrebbe consentito di sfruttare a loro vantaggio il malcontento di larghe fasce delle popolazioni locali.
[Marco Cochi – Nigrizia]