Mercoledì 28 luglio 2021
Il 14 luglio, la Commissione Europea ha presentato il piano Fit for 55, che contiene le misure per ridurre del 55% (rispetto al 1990) le emissioni di gas serra nel 2030 e arrivare a zero emissioni nel 2050. Le proposte della Commissione sono autentiche sfide e, se riusciremo a realizzare ciò che è scritto nel piano, tra 15-20 anni la nostra vita sarà completamente diversa da quella di oggi. [
Settimana News]

Il pacchetto di proposte arriva dopo gli eventi estremi che hanno colpito varie parti del mondo: dai 50° C raggiunti vicino a Vancouver (Canada) alle terrificanti alluvioni in Germania, Olanda e Belgio. Il cambiamento climatico è tra noi e dovremo conviverci per molti anni. Tutti i Paesi si stanno impegnando per mitigarne gli effetti e l’Europa vanta, almeno per gli obiettivi che si è posta, la leadership mondiale.

Il Green Deal e i Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza (PNRR) sono le risorse a disposizione per compiere la rivoluzione verde, ma anticipo già che tutto questo lavoro non è sufficiente per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Le proposte della Commissione sono autentiche sfide e, se riusciremo a realizzare ciò che è scritto nel piano, tra 15-20 anni la nostra vita sarà completamente diversa da quella di oggi. A titolo di esempio, ecco alcune proposte: stop alla vendita delle auto a benzina e diesel dal 2035 e introduzione della tassa sulle emissioni, oltre ad un aumento consistente della produzione di energia solare ed eolica e ad un fondo sociale per sostenere i costi della transizione per le persone con difficoltà economiche.

Sarà interessante capire in che modo gli Stati membri recepiranno le indicazioni e, soprattutto, quali saranno le sanzioni. Le immediate prese di posizione dei Paesi dell’Est Europa, ma anche di Francia e Italia, dimostrano che il percorso è tutt’altro che semplice. D’altra parte, i partiti e le associazioni ambientaliste sottolineano come le azioni non siano sufficienti per rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Come è facile immaginare, le attività legate ai combustibili fossili, come le case automobilistiche e le compagnie aeree, stanno premendo per allentare le misure, facendo pressioni su Governi e Parlamenti. È auspicabile che questa logica miope e di breve periodo non trovi sostenitori, come già avvenuto in passato, ma è più che probabile che qualche risultato per diluire nel tempo gli interventi ci sarà.

Ci è capitato di leggere le seguenti tre dichiarazioni: la transizione ecologica sarà un bagno di sangue; con le auto elettriche, chiuderanno Ferrari, Lamborghini e Maserati; per produrre energia senza emissione di gas serra, saranno necessarie mini centrali nucleari e comunque solo la fusione nucleare ci salverà. Chi lo ha detto? L’amministratore delegato di ENI o di un’altra azienda petrolifera? Il ministro del petrolio saudita? No, è il nostro ministro Cingolani, che regge il neonato dicastero della transizione ecologica!

Sembra una barzelletta, ma è la triste realtà, denunciata, ormai quotidianamente, dagli ambientalisti e non solo. La transizione ecologica ha criticità e grandi opportunità, il ministro deve valorizzare le seconde, le prime le sostengono già i manager dell’economia fossile!

Impegnarsi dal basso

Se le azioni messe in campo dagli Stati non bastassero, che fare? Se vogliamo la transizione, dobbiamo impegnarci dal basso e farlo in fretta. Secondo alcuni studiosi, infatti, il tempo per mettere in campo azioni per il clima è già terminato, i più ottimisti parlano di qualche anno, meno di dieci, per salvare il salvabile: è chiaro che rimandare ancora significa perdere le residue possibilità di salvaguardare il nostro Pianeta.

Per attivare i cittadini e le comunità locali, è necessaria una svolta culturale perché le risorse, che ci sono, devono essere indirizzate in progetti coerenti con gli obiettivi europei del 2030 e del 2050. In definitiva, ogni cittadino deve sentirsi responsabile del futuro del proprio territorio e di tutto il Pianeta.

Cosa occorre fare in concreto? Dobbiamo tutti divulgare le grandi opportunità economiche degli investimenti verdi. Ognuno di noi può guadagnare grazie all’ambiente, perché è molto conveniente! Un dato: solo nel 2020, i conti correnti italiani sono aumentati di 175 miliardi di euro, per i risparmi di famiglie e imprese. Sono soldi che non danno alcuna resa, sono lì in attesa, ma di cosa?

Oggi l’attività più remunerativa e più necessaria è la produzione di energia rinnovabile, con sole e vento. In particolare, il sole è a disposizione di tutti e ci permette di rivoluzionare il sistema energetico che abbiamo conosciuto fino ad oggi.

La rete elettrica attuale prevede poche centrali che producono l’energia per tanti piccoli consumatori: i pochi produttori (producer) dominano il mercato, mentre i piccoli consumatori (consumer) dipendono totalmente da loro.

Anche in un mondo senza combustibili fossili è possibile replicare lo stesso modello, con pochi grandi impianti solari ed eolici, che riforniscono i tanti consumatori.

Esiste una seconda strada, molto più democratica, possibile solo grazie al sole, dove tanti piccoli impianti producono la gran parte dell’energia e i grandi impianti svolgono un ruolo marginale di completamento del fabbisogno.

Nel nuovo scenario, i consumatori si trasformano in prosumer (producer-consumer), che consumano l’energia da loro stessi prodotta o in associazione con altri (comunità energetiche), mentre la rete serve come accumulatore, quindi recupera l’energia in eccesso durante il giorno e la restituisce alla sera o alla mattina a seconda delle esigenze.

La nostra casa diventa una centrale elettrica, con la rete che ripartisce l’energia a seconda delle esigenze, limitandosi a modeste integrazioni in determinati periodi della giornata o dell’anno. Per l’Italia, la cui morfologia territoriale è piuttosto complessa, la “democrazia energetica” dei prosumer è la soluzione ideale. Infatti, la produzione distribuita riduce le perdite dovute al trasporto e rende il sistema più robusto e stabile.

Il PNRR italiano, purtroppo, incentiva molto di più l’attuale sistema rispetto al secondo, ma non tutto è perduto. Gli studi presentati dal prof. Setti dell’Università di Bologna sostengono che, per arrivare alla democrazia energetica, è sufficiente che ogni italiano installi 1 KW (kilowatt) di potenza fotovoltaica, quindi arrivare a 60 GW (gigawatt) complessivi. Oggi l’Italia ha 21 GW di fotovoltaico, mentre la Germania 53. Per raggiungere l’obiettivo occorre un impegno straordinario perché mancano 40 GW! Negli ultimi anni, l’Italia è riuscita a montare meno di 1 GW all’anno, mentre in Germania arrivano a 4… Detta così, sembra impossibile raggiungere i 60 GW nei prossimi anni, ma – attenzione! –, nel 2011, sempre in Italia, ci sono stati 9 GW di nuovi impianti in un solo anno!

Anche dal punto di vista economico, le risorse che servono ci sono già: 40 GW costano 60 miliardi di euro; quindi, se famiglie e imprese investissero un terzo dei risparmi sui conti correnti del solo 2020, saremmo già a posto.

Per una famiglia, metà delle spese viene restituita dallo Stato in 10 anni e quindi, dopo 6/8 anni, tutto l’investimento è già ripagato e i successivi venti e più anni di vita dell’impianto produrrà solo guadagni.

Chi non ha ancora montato il fotovoltaico a casa propria, deve immediatamente attivarsi, perché con poche migliaia di euro può davvero contribuire a salvare il mondo!

Come utilizzare l’idrogeno?

Concludo sull’idrogeno, tema di cui si parla per rendere ecosostenibili attività industriali molto inquinanti, come la siderurgia. Al di là dei colori e dei diversi metodi di produzione, l’unico modo per ottenere idrogeno verde, quindi senza l’emissione di anidride carbonica, è produrre energia elettrica da fonti rinnovabili in quantità superiore a quella necessaria.

Il surplus si può convertire in idrogeno, che, attraverso le celle a combustibile, genera corrente elettrica per azionare motori e impianti elettrici.

Fino a che il fabbisogno di energia elettrica non sarà totalmente coperto dalle fonti rinnovabili, il tema dell’idrogeno resta legato alla ricerca, ma non può avere applicazioni industriali, se non con l’emissione di anidride carbonica. Per questa ragione, dopo la verifica in sede europea, il progetto dell’idrogeno blu, ricavato dal gas e con la CO2 catturata e messa nei vecchi giacimenti di gas al largo di Ravenna, è stato tolto dal PNRR. Infatti, la tecnica in oggetto è solo un modo maldestro di ENI per mantenere il gas in un’economia senza combustibili fossili. Purtroppo, il Governo e il ministro Cingolani erano caduti nel tranello, ma, fortunatamente, l’Europa l’ha ritenuta incompatibile con la transizione ecologica.

Quindi, avanti a tutta forza sulla produzione di energia solare ed eolica, per arrivare alla copertura totale dei bisogni elettrici entro il 2030; da lì fino al 2050 anche l’idrogeno potrà dare un contributo importante per arrivare alla completa decarbonizzazione di tutte le nostre attività.
[Andrea Tolomelli - SettimanaNews]