Venerdì 30 luglio 2021
La rete globale anti-tratta Talitha Kum – che comprende più di tremila suore cattoliche e amici – lancia la campagna #CareAgainstTrafficking in vista della Giornata mondiale delle Nazioni Unite contro la tratta di persone che si celebrerà il prossimo 30 luglio. Questa Giornata mette in evidenza lo sfruttamento di uomini, donne e bambini in tutto il mondo e invita a sostenere la loro protezione, in particolare quella dei migranti e dei rifugiati.

Cura contro la tratta:
campagna delle suore per un modello incentrato sulla cura
per spezzare il circolo della tratta di persone

Fondata nel 2009 dalla UISG (Unione Internazionale delle Superiore Generali), Talitha Kum International coordina 50 reti in oltre 90 paesi. Nel 2020, le reti di Talitha Kum in tutto il mondo si sono prese cura di 17.000 persone sopravvissute alla tratta, offrendo case sicure, opportunità di istruzione e di lavoro, supporto per accedere alla giustizia e al risarcimento, e assistenza sanitaria e psicosociale. Nello stesso periodo, quasi 170.000 persone hanno beneficiato delle attività di prevenzione e sensibilizzazione organizzate da Talitha Kum.

Un viaggio di cura

La campagna Care Against Trafficking vuole dimostrare che la cura può fare la differenza in ogni fase del percorso per combattere la tratta di persone: cura per chi è a rischio, cura per le vittime e cura per i sopravvissuti. Dalla loro esperienza sul campo, le suore sanno che gli approcci a lungo termine incentrati sulla cura possono ridurre il rischio che i sopravvissuti siano nuovamente trafficati e sfruttati. Tuttavia, dicono, questi approcci richiedono una partecipazione a livello istituzionale che le suore da sole non possono garantire.

Suor Gabriella Bottani, CMS, coordinatrice internazionale di Talitha Kum, dice: “Chiediamo a tutte le persone di buona volontà di unirsi per affrontare le cause sistemiche della tratta di persone, per trasformare l’economia della tratta in un’economia della cura. In particolare, chiediamo ai governi di impegnarsi per sostenere i sopravvissuti nel lungo termine, garantendo istruzione di qualità, opportunità e permessi di lavoro, accesso alla giustizia e al risarcimento, e assistenza medica e psicosociale.”

La forza delle suore

Alimentate dalla forza del loro impegno spirituale, le suore di Talitha Kum hanno aiutato decine di migliaia di persone a sfuggire alla tratta e trovare un modo di ricostruire vite libere e dignitose.

Suor Patricia Murray, IBVM, segretaria esecutiva della UISG, afferma: “Talitha Kum è impegnata non solo a sostenere le comunità vulnerabili ed marginalizzate di tutto il mondo, ma anche a smantellare i sistemi che permettono la loro oppressione e il loro sfruttamento.”

Sito: https://www.talithakum.info/it
Social media: Twitter, Instagram, Facebook
Contatto: communication@talithakum.info – 0039 344 1734506

#CareAgainstTrafficking
TESTIMONIANZE DEI SOPRAVVISSUTI DELLA TRATTA

PAKISTAN: Talitha Kum
In pochi giorni la nostra vita è stata completamente stravolta
Io e mia moglie vivevamo una vita felice nel villaggio con i nostri5 figli, tre maschi e due femmine. Avevamo una piccola casa.  Lavoravamo nei campi tutto il giorno e guadagnavamo il necessario per sfamarci. In pochi giorni la nostra vita è stata completamente stravolta. Successe quando un Chudery (uno dei capi del villaggio, autorizzato a prendere decisioni importanti per tutti gli abitanti) venne nella nostra casa insieme al proprietario della fornace di mattoni, proponendomi di lavorare lì. Avremmo potuto guadagnare di più e i nostri figli sarebbero potuti andare a scuola. Dopo aver parlato con mia moglie, accettai.

Per due anni abbiamo lavorato alla fornace, ricevendo quasi nessuna paga. Non eravamo in grado di soddisfare i nostri bisogni quotidiani. Così lo scorso anno abbiamo deciso di non lavorare più lì. Il proprietario ci ha citato in giudizio chiedendoci un risarcimento di 195mila rupie (1250 dollari), adducendo che avevamo avuto un prestito di pari importo, ma era tutto falso. Mandava regolarmente i suoi scagnozzi a casa mia. Alle volte mi chiamava e mi insultava, minacciava di bruciare vivi i miei bambini e di rapire le mie figlie.

Sette persone della mia famiglia lavoravano nella fornace per 12 ore al giorno. Tiravamo fuori i mattoni cotti e li immagazzinavamo. Era il lavoro più duro, lavoravamo sotto un caldo torrido e, come se non bastasse, dovevamo fare i mattoni con una fornace ardente. Le nostre mani avevano ustioni di primo grado dappertutto. E non avevamo cure adeguate. Non c'era nessun medico ad assisterci al forno. Soltanto guardando le mani dei miei figli, ci si può rendere conto di quanto fossero caldi i mattoni. Le loro mani hanno i segni di bruciature dappertutto.

Certi giorni non sono in grado di usare le mani neppure per mangiare, a causa del prurito e del dolore. Al forno, il proprietario ha abusato di mia moglie e dei miei figli, e molte volte li ha brutalmente aggrediti con bastoni. Le cicatrici sono visibili sui loro corpi. Le donne e le ragazze devono affrontare la maggior parte dei problemi nella fornace di mattoni. Non ci sono bagni e servizi igienici adeguati. Nessuna privacy. Il parroco e le suore di quella zona visitavano regolarmente la fornace. Non avevamo detto loro della nostra situazione a causa delle minacce del proprietario della fornace.

Ma un giorno abbiamo preso il coraggio e abbiamo condiviso con loro tutta la nostra storia. Io e mia moglie siamo scoppiati a piangere: quel giorno non avevamo neppure da mangiare. Subito il prete ci diede del cibo e mi chiese di dargli il contatto del proprietario della fornace. Ci accolse nelle stanze della parrocchia e ci offrì un lavoro: io cucinavo e pulivo la casa, mentre mia moglie lavorava in convento. I nostri figli potevano finalmente andare a scuola.

Il prete, con l'aiuto del Ministro dei Diritti Umani, ha anche fatto in modo che il nostro caso riguardo al falso prestito fosse archiviato. Incontrò anche il proprietario. Riuscì a far liberare molti bambini costretti a lavorare nella fornace. E anche loro furono iscritti a scuola. E ora viviamo molto meglio. Io e mia moglie abbiamo un lavoro, i nostri bambini stanno ricevendo un’educazione adeguata. Abbiamo cibo e riusciamo ad avere una vita dignitosa. Andiamo in chiesta regolarmente. Viviamo in un ambiente spirituale molto positivo e i nostri bambini partecipano agli incontri di catechismo. La nostra vita è migliorata grazie a Dio, ai padri, alle sorelle e al Ministro dei Diritti Umani che ci hanno aiutato ad uscire dalla fornace. Perdoniamo chi ha sbagliato con noi. È grazie a loro che abbiamo ricevuto tutto questo.

MEXICO: Carmen
Vengo da una famiglia messicana molto povera
Volevo lavorare per aiutare i miei genitori. Così, pur essendo ancora una ragazzina, accettai volentieri la proposta di mia cognata di occuparmi dei bambini di una sua conoscente in un’altra città. Quando arrivai, mi costrinsero a prostituirmi, minacciando di fare del male alla mia famiglia se mi fossi opposta. Non ero sola, c’era anche un’altra ragazza, anche lei minorenne. Fummo picchiate e stuprate. Ai miei genitori venne detto che ero morta. Ero arrivata al limite della sopportazione quando ebbi l’opportunità di fuggire.  Quel giorno c’era molta confusione nella metropolitana e mi nascosi tra la folla. Chiesi aiuto ad una donna che, dopo aver ascoltato la mia storia, mi portò dalle suore di Talitha Kum.

Ora sono in un posto sicuro, in contatto costante con la mia famiglia e ho ripreso i miei studi, completando il ciclo di scuola secondaria con merito. Ho 17 anni e non è facile per me fare i conti con la violenza della tratta. Sono grata per la nuova possibilità che mi è stata data. Quando le Sorelle mi hanno aperto la porta della loro casa, è stato come se il Signore in quel momento mi stesse dicendo “Vieni. È arrivato il momento, figlia mia”.

NIGERIA: Kate
Credo che fosse mia zia a portare gli uomini che incontravo

Mi chiamo Kate e ho 14 anni. Ho vissuto con i miei genitori e i miei 12 fratelli nel villaggio di Uka-Ita in Nigeria. Entrambi i miei genitori lavoravano la terra, l'unico mezzo di sostentamento per la mia numerosa famiglia. Ho dovuto lasciare la scuola al quinto anno delle elementari per poter contribuire anche io ai bisogni della mia famiglia. Un giorno mia zia, la sorella di mio padre, venne dalla città di Lagos, proponendo di prendermi sotto la sua custodia e promettendo di iscrivermi a scuola. Io l’avrei aiutata nelle faccende domestiche. Ma non ha fatto nulla di quello che aveva promesso.

Mi ha introdotto nel mondo della prostituzione, dove sono stata sfruttata sessualmente. Poi mi ha portato in un bordello a Egbeda, dove sono stata costretta a prostituirmi. Sono rimasta lì per qualche giorno. Credo che fosse mia zia a portare gli uomini che incontravo. Non volevo prostituirmi, ma quando protestavo o mi rifiutavo, mia zia mi chiudeva in una stanza del bordello e mi dava da mangiare solo una volta al giorno. Dopo due mesi, mi ha portato ad Aboru, a casa sua, dove mi ha aggredito fisicamente. Un giorno, dopo essere stata picchiata, mi chiese di fare una commissione. Fu così che riuscii a scappare e andare a casa di uno zio. Il caso è stato segnalato a un'organizzazione per i diritti umani che ha informato la polizia. Mia zia è stata arrestata per traffico di esseri umani.

PERU’: Rosa
Sognavo di diventare uno chef

Quando avevo 19 anni volevo trovare un lavoro per potermi pagare gli studi di gastronomia. Sognavo di diventare uno chef e dimostrare la ricchezza della mia cultura attraverso la cucina. Ho risposto a un'offerta di lavoro su internet in un ristorante che prometteva un ottimo stipendio. Mi sono presentata il giorno stesso per non perdere l'occasione.

Sono arrivata al luogo e all'ora previsti per il colloquio, invece mi hanno messo in una macchina e, dopo molte ore di viaggio, mi sono ritrovata in un'altra città, lontana da casa. Hanno preso i miei documenti e l'intermediario mi ha consegnato al proprietario del ristorante. Il loro piano era quello di portarmi fuori dal Paese alla fine della pandemia per sfruttarmi sessualmente. Ho approfittato della distrazione dell'uomo che mi sorvegliava e sono riuscita a contattare la mia famiglia. La polizia è intervenuta rapidamente e ha arrestato il proprietario del ristorante. Ora sto meglio e mi sto riprendendo grazie anche alle sorelle di Talitha Kum che mi accompagnano e mi aiutano a realizzare il mio sogno.

UGANDA: Jessie
Lavoravo in un impianto chimico in Uganda
Dopo essermi ammalata per un'allergia ai materiali che usavamo, ho dovuto lasciare il lavoro. Ho comprato un piccolo chiosco per vendere cibo ai passanti. Andava tutto bene, finché non sono stato truffata da un'agenzia che mi aveva offerto un lavoro in Medio Oriente. Pensavo di aver di fronte una grande opportunità, invece mi sono ritrovato vittima di quella che si chiama “schiavitù domestica”. Ho lavorato instancabilmente e non ho ricevuto cibo e compenso. Pensavo solo a scappare da quella terribile situazione. Durante un primo tentativo di fuga, sono stata violentata da un tassista a cui avevo chiesto aiuto. Ma la disperazione mi ha portato a fuggire di nuovo e fortunatamente l'altro tassista mi ha accompagnato all'Ambasciata.

Fu l'inizio di una nuova vita: arrivai in una casa di suore che si presero cura di me, donandomi cibo, vestiti, dignità. Un giorno ho chiesto alle suore la possibilità di tornare a casa, pensando alla felicità legata al periodo in cui gestivo il mio piccolo chiosco. Le suore mi hanno aiutato a ottenere i documenti e a prendere contatto con il mio Paese di origine. Oggi vivo in Uganda e le suore continuano ad aiutarmi nel mio percorso di lavoro e di reinserimento sociale”.