Lunedì 19 luglio 2021
Guardiamoci attorno: quali sono i temi chiave del nostro tempo? L'emergenza climatica, le fortissime disuguaglianze, la crisi pandemica e sanitaria, la questione migratoria, per citare i principali. Tutti argomenti che il movimento portò all'attenzione globale proprio nel passaggio di millennio. Ce lo spiega Lorenzo Guadagnucci del Comitato Verità e Giustizia per Genova, autore dell'articolo uscito su Nigrizia di luglio-agosto 2021. [
Foto: Financial Times. Testo: Nigrizia]

L’anniversario / Quale eredità?

A 20 anni dal G8. Le pagine profetiche di Genova

Nel dicembre 2020 è comparso alla Borsa elettronica di New York il Nasdaq Veles California Water Index Future. Il primo strumento finanziario che “scommette” sul valore dell’acqua, o meglio sul prezzo dei diritti di sfruttamento idrico in California. Non sfugge la portata pratica e simbolica del passaggio: l’acqua è un bene essenziale, dal quale dipende la vita di ciascun essere vivente. Ma non è sfuggito alla logica dei mercati, per i quali qualsiasi cosa ha un prezzo e può essere oggetto di scambi commerciali e speculazioni.

Proprio vent’anni fa, fra i Forum mondiali di Porto Alegre (gennaio 2001 e 2002) e quelli europei di Firenze e Parigi (2002 e 2003), passando per la cruciale estate del G8 di Genova, nel luglio 2001, l’acqua era al cuore di una visione del mondo alternativa a quella corrente. Si discuteva di un Contratto mondiale dell’acqua che aveva come punto di partenza l’accesso alle risorse idriche come diritto umano: ciascuna persona, per il fatto stesso di esistere, doveva vedersi garantito un quantitativo minimo di acqua potabile gratuita. Un principio da recepire a livello globale e da mettere in pratica con legislazioni nazionali coerenti. È il modello al quale si ispirarono i promotori del referendum che nel 2011 in Italia cercò di sancire – venendo però disatteso negli anni successivi – il principio dell’acqua come bene comune.

Linea di continuità

È solo un esempio, fra i tanti possibili, dell’asse di continuità che lega il presente all’esperienza del “movimento per la giustizia globale” (giornalisticamente definito, in modo improprio, “no global”). A Genova, nel luglio 2001, quello strano movimento, con radici forti in America Latina e l’esperienza alle spalle della “battaglia di Seattle” (novembre 1999) durante una riunione dell’Organizzazione mondiale del commercio, presentò il suo volto, i suoi temi, la sua composita natura all’opinione pubblica europea. Il vertice dei cosiddetti “Otto grandi” era l’occasione per indicare i tratti salienti di una critica al neoliberismo dominante che poggiava su competenze, esperienze e sperimentazioni che si erano sedimentate negli anni. Il cuore delle “giornate di Genova”, così come dei Forum sociali, erano i seminari, i convegni, le piazze tematiche, le campagne, più ancora che le manifestazioni, i cortei, i sit-in, pur necessari per stimolare la partecipazione e rendere evidente la crescente opposizione popolare al “pensiero unico neoliberista”, come si diceva allora.

A Genova, dunque, si parlava fra molte altre cose di accesso all’acqua, all’interno di una critica al sistema che aveva due grandi direttrici: da un lato la denuncia della concentrazione di potere reale in organizzazioni sovranazionali sottratte al controllo democratico dei cittadini; dall’altro la contestazione del modello di sviluppo dominante, sia per la sua impronta ecologica, sia per il suo impatto sociale: l’esplosione delle disuguaglianze Nord/Sud e anche interne ai paesi più ricchi era messa a fuoco con grande forza e precisione. In breve, il movimento di Porto Alegre e Genova immaginava “un altro mondo possibile”, come recitava lo slogan nato nel gennaio 2001 nel campus universitario della città brasiliana.

Utopie praticabili

Erano sogni e impraticabili utopie, come sostenevano allora i circoli politici e mediatici dominanti? Forse no, se ci guardiamo attorno e consideriamo quali sono le questioni chiave del nostro tempo: l’emergenza climatica, le fortissime disuguaglianze, la crisi pandemica e sanitaria, la questione migratoria, per limitarsi ai macro temi. Tutti argomenti che il movimento portò all’attenzione globale proprio nel passaggio di millennio, nel momento di sua massima espansione, prima di finire soffocato dalla violenza istituzionale, proprio a Genova, e dal manicheismo implicito nella “guerra globale al terrorismo”, lanciata dopo gli attentati jihadisti negli Stati Uniti dell’11 settembre 2001.

A Genova si metteva in discussione l’attuale modello di sviluppo a partire dalla sua strutturale incapacità di darsi un limite nel consumo di risorse e nella conseguente distruzione degli ecosistemi. L’ideologia della crescita è il cuore dell’economia dominante e resta il convitato di pietra di ogni discorso sulla “sostenibilità” oggi tanto di moda: la necessità di abbattere l’estrazione di risorse, di uscire dal consumismo, di immaginare un “bem vivir” alternativo, cioè un benessere sganciato dall’aumento dei consumi materiali, era – e rimane – lo snodo cruciale nella lotta contro la catastrofe climatica in corso. Fra Porto Alegre e Genova si ragionava dei pilastri di una nuova “economia capace di futuro” (come diceva un felice slogan della Rete Lilliput). E si metteva al centro, con grande anticipo sui tempi, la questione migratoria. La piena libertà di movimento garantita alle merci e ai capitali (e ai cittadini dei paesi ricchi) era negata ai più bisognosi di muoversi, cioè i cittadini dei molti Sud del mondo, spinti all’espatrio dalle guerre, dalle carestie e dall’umanissimo desiderio di migliorare le proprie condizioni esistenziali. Il corteo dei migranti del 19 luglio 2001 fu forse la pagina più profetica delle intense giornate genovesi.

Walden Bello, sociologo e attivista filippino, durante il Public forum genovese puntò il dito sulla finanziarizzazione già allora incontrollata dell’economia globale: «Gran parte dei profitti e dei capitali si è mossa dal settore reale a quello finanziario. In poche settimane a Wall Street oltre 4,6 trilioni di dollari sono stati bruciati. Il settore finanziario non è in grado di stabilizzare il capitalismo». Parole premonitrici di quanto sarebbe avvenuto pochi anni dopo, con il crac finanziario del 2007-2008. E ancora, sempre Walden Bello: «La crisi è relativa al capitalismo e alla sua tendenza a trasformare ogni risorsa in un prodotto da vendere, un sistema antitetico all’interesse della biosfera». Siamo nel 2001, sei anni prima che l’Ipcc, la rete internazionale di scienziati facente capo alle Nazioni Unite, riceva il premio Nobel per la pace per i suoi rapporti sulla crisi climatica globale. E poi il tema del debito pubblico, divenuto strumento di dominio da parte degli stati più forti e della finanza globale e oggetto al tempo di Genova G8 di due distinte campagne per chiederne la revisione, fino alla cancellazione.

Contro i monopoli dei vaccini

Sempre a Genova Nicoletta Dentico, all’epoca responsabile per l’Italia di Medici senza frontiere, denunciava il fallimento (sul piano umano) del mercato della salute: «Nel mondo 14 milioni di persone muoiono ogni anno di malattie curabili con farmaci cui non hanno accesso». E Vittorio Agnoletto, nel 2001 portavoce del Genoa Social Forum ma anche presidente della Lila, Lega italiana per la lotta all’Aids: «Chi difende il monopolio sostiene che la proprietà intellettuale del brevetto permette alle aziende di recuperare i soldi spesi per la ricerca. In realtà, la spesa in ricerca delle multinazionali farmaceutiche non supera il 20% del bilancio, mentre per azioni di lobby, ossia soldi per pressioni sul mondo politico e sanitario, viene speso tra il 30% e il 39% del bilancio». Passati vent’anni, nel pieno della pandemia di Covid-19, il controllo dei brevetti su farmaci e vaccini da parte di Big Pharma è ancora un ostacolo insormontabile: rende impossibile una risposta equa e globale alla diffusione del virus.

Si è detto, in questi anni, che il movimento per la giustizia globale – criminalizzato prima sui media poi nelle piazze e quindi messo fuori gioco – si è trovato a svolgere il ruolo di Cassandra, il personaggio mitologico condannato a prevedere il futuro senza essere creduto. È un ruolo ingrato in una partitura che riguarda tutti e sulla quale è diventato urgente intervenire, in modo da provare a cambiare il finale. Il mondo oggi è in fiamme più di vent’anni fa e il tempo della storia – quella climatica, innanzitutto – non dà letteralmente respiro: se un altro mondo era allora possibile, oggi è diventato necessario.
[Lorenzo Guadagnucci – Nigrizia]

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Nigrizia in questi 20 anni ha dedicato molti articoli e analisi ai fatti del G8. Ripubblichiamo l’editoriale del settembre 2001, assieme all’ampio dossier che accompagnava quel numero della rivista, e l’articolo scritto nel 2011 a 10 anni dagli eventi.

La lezione di Genova

G8, la svolta. Genova, l’Africa e noi

Genova 2001, la breccia