Sud Sudan, 9 luglio 2011: dieci anni di indipendenza molto complicati

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Giovedì 8 luglio 2021
Il Sud Sudan ha celebrato la sua indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011. Albeggiava appena, ma quel 9 luglio era stato preparato da mesi, anzi, da anni. Quel giorno era così denso di attese che fiumi di persone erano già arrivate da ogni parte del Paese con i loro abiti tradizionali, le bandiere e i tamburi.

Prima dello spuntar del sole, la grande piazza del mausoleo di John Garang, considerato l’eroe che aveva liberato il popolo dall’oppressione di Khartoum, era gremita da una moltitudine di gruppi etnici che cantavano e danzavano. Il protocollo della cerimonia annunciava l’arrivo di capi di Stato e delegazioni di alto rango, ma la gente continuava a festeggiare imperturbata, con spontanea semplicità.

Quanta gioia accolse la dichiarazione d’indipendenza letta dal portavoce del parlamento della neonata Repubblica del Sud Sudan! La radio la diffuse “in diretta” anche nei villaggi più sperduti del Paese, dove piccoli ricevitori alimentati a manovella o con pannello solare la rilanciarono nell’aria: Libertà! Pace e prosperità!

A 10 anni di distanza cosa rimane di quel tripudio di festa che aveva coronato la fine di mezzo secolo di guerra (1955-2005) costato oltre 2 milioni e mezzo di morti?

Due anni di ricostruzione euforica e disordinata sono stati spazzati via in pochi mesi. Dal 15 dicembre 2013 a oggi quasi 400.000 persone sono uccise in scontri “etnici” di indicibile efferatezza e l’infanzia cresce affamata e priva di futuro.

Luka Biong Deng, analista sud sudanese dell’Africa Centre for Strategic Studies, parla di “tradimento”: l’incapacità politica dei leader e una Costituzione provvisoria costellata di falle ha trasformato in incubo il sogno di quel popolo analfabeta e festoso, che per il 35% vive oggi nella desolazione dei campi profughi. La pace, firmata nel 2018 fra le fazioni belligeranti, rimane una tregua fragilissima.

Eppure c’è speranza: è quella che le donne non violente e capaci di dialogare alimentano. Lo hanno fatto prima che l’indipendenza venisse dichiarata e continuano a farlo oggi. Allora osavano chiedere ai parlamentari-soldati di consegnare l’arma prima di entrare in Assemblea legislativa o si dimettevano da ministeri di prestigio per dissociarsi da scelte politiche ingiuste.

Suor Bakhita Francis, della diocesi di Yambio, ritiene che il “tradimento” sia radicato nei decenni di violenza che hanno lacerato la popolazione prima del 2005: ai traumi sofferti, che hanno bisogno di molto tempo e di paziente cura per venire sanati, non è stata prestata la dovuta attenzione.

Elena Balatti, suora missionaria comboniana, parla da Malakal, una città rasa al suolo nel 2014 e non ancora ricostruita: «Per questo anniversario non sono in programma celebrazioni, ma dopo l’accordo di pace del 2018 il Paese si sta riprendendo, seppur molto lentamente: il conflitto nazionale, per esempio, si è ridotto a focolai locali. La nostra speranza è nella gente, che desidera una vita dignitosa e “normale”. Noi, comunità cristiane, continuiamo a offrire un messaggio: la pace è frutto della giustizia. E confido che, dopo 10 anni di immane fatica, i prossimi 10 saranno un po’ più lievi».
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