Lunedì 5 luglio 2021
Ѐ femminile la maggior parte della popolazione di origine straniera presente in Italia. Sono donne che, per quasi il 70%, sono impiegate nel lavoro domestico e di cura. Tante sono irregolari, prive di contratto e sovra istruite. I sindacati le raccontano come “pilastro della società” e chiedono un loro riconoscimento.
[Nigrizia]

Quando si parla di migranti, si pensa a coloro che arrivano sui barconi. Scorrono davanti agli occhi le immagini di uomini neri che sbarcano a Lampedusa o quelle di chi, sempre in prevalenza maschio e africano, dall’isola siciliana parte, per essere trasbordato sulle navi quarantena, nei Centri cosiddetti d’accoglienza, sparsi in varie parti d’Italia.

Eppure, il volto migrante più numeroso nel nostro paese non abbiamo bisogno di accendere la televisione per vederlo. È un viso femminile, che per lo più arriva dall’est Europa e ha un’espressione che ci risulta familiare, perché è il volto di colei che si prende cura degli anziani, dei minori, delle case. È infatti femminile e straniero il 52,7% della popolazione non italiana residente nello stivale.

Secondo i dati Istat, a gennaio dello scorso anno, erano 2.748.476 le donne migranti che abitavano nel nostro Paese. Rappresentano l’8,6% dell’intera popolazione femminile. Costituiscono una parte importante e fondamentale del tessuto sociale e lavorativo italiano. Basti pensare che il 68,8% di questi oltre 2 milioni e mezzo di donne è impiegato nei servizi domestici e di cura alla persona. Impiegato spesso in maniera irregolare, come ha mostrato la sanatoria di emersione dello scorso anno che, per l’85% delle 207.542 domande, ha riguardato la regolarizzazione del lavoro domestico.

Pilastro economico e sociale

A questa importante rappresentanza di lavoratrici hanno dedicato un webinar, dal titolo “Il lavoro dei migranti nel settore della collaborazione familiare”, il Centro studi e ricerche Idos – arrivato alla sua 30esima edizione del Dossier Statistico Immigrazione -, ApiColf e FederColf.

Per sottolineare, come ha fatto Antonia Paoluzzi, presidente dell’associazione di categoria ApiColf, come «queste donne straniere rappresentino una professionalità poco riconosciuta, di cui non si può più fare a meno. Sono figure femminili che fanno emergere come si abbia bisogno di una nuova cultura del lavoro domestico, che deve partire innanzitutto da azioni concrete che abbiano a che fare con i diritti, che riconoscano ciò che queste lavoratrici rappresentano: un pilastro fondamentale della nostra società e del nostro Paese».

«Il peso sociale ed economico che rivestono – aggiunge la presidente – deve obbligare a mettere sul tavolo diverse questioni importanti: il loro riconoscimento giuridico e professionale, i diritti e doveri che le riguardano, la dignità e la sicurezza che devono essere garantiti, la valorizzazione della donna».

Un obbligo che, come sottolinea Silvia Ferrettisegretaria nazionale di Federcolf, «non ha nulla di paternalistico, ma passa attraverso quel che è riconosciuto dal contratto collettivo nazionale. Non si sta parlando di concessioni ai migranti, ma di un riconoscimento di diritti messi per iscritto dall’ultimo contratto siglato nell’ottobre del 2020, che riguarda 900mila persone, che diventano due milioni se si conta tutto il sommerso».

Perché, se tanto si parla di caporalato nelle campagne, spesso si omette come una grossa fetta del lavoro domestico e familiare risulta essere irregolare: secondo i dati diffusi dall’Osservatorio nazionale sul lavoro domestico Domina, nel 2019 era privo di contratto il 58,3%, delle collaboratrici domestiche e familiari, ovvero 1,2 milioni di persone.

Ghettizzate e sovra istruite

A definire il volto di questa presenza è Luca Di Sciullo, presidente di Idos: «In Italia abbiamo 850mila persone che lavorano in ambito domestico, tra queste quasi il 90% sono donne. Il 70% di questo 90 è di origine straniera. Rappresentano una nicchia non solo per via del genere, ma anche per la loro provenienza. Quello della cura, domestica e familiare, è un comparto riservato e, in qualche modo, ghettizzato anche. Basti pensare che il 50% della popolazione straniera nel suo complesso è impiegata in sole 13 professioni lavorative, che scendono a tre se si guarda alle donne: i servizi domestici, la cura delle persone e la pulizia di uffici e negozi. Per comprendere la differenza tra italiani e stranieri, basti pensare che la metà dei lavoratori italiani copre almeno 44 professioni, 20 se si considerano le donne».

Quel che poi mette in evidenza Di Sciullo è che vi è una differenza anche in termini di qualità del lavoro: «I dati ci dicono che gli stranieri sono sottoccupati, cioè lavorano complessivamente un minor numero di ore a fronte di una loro sovra istruzione. Svolgono mansioni più basse rispetto al loro grado di istruzione e formazione. E, anche in questo caso, le donne di origine straniera sono le più svantaggiate: hanno un tasso di sottoccupazione doppio anche rispetto alle donne italiane, nonostante siano, confrontate al dato maschile, ancora più sovra istruite.

Il loro tasso di sovra istruzione è di almeno 10 punti più̀ alto dei loro colleghi stranieri maschi. Possiedono in media titoli di studio relativamente alti, nonostante continuino a svolgere mansioni dequalificate. Quelle che, per la loro provenienza, sembrano essere le uniche a cui sono destinate».

A ricordarci che il tema del lavoro migrante è un tema di giustizia è papa Francesco. Lo ricorda don Pierpaolo Felicolo, direttore dell’ufficio Migrantes della diocesi di Roma: «Nella Fratelli tutti, c’è un intero capitolo, il 130, in cui vi è elencato nei minimi termini cosa occorre fare: incrementare e semplificare la concessione di visti; aprire corridoi umanitari; offrire un alloggio decoroso; garantire la sicurezza personale e l’accesso ai servizi essenziali; il diritto ad avere i documenti personali di identità, un accesso imparziale alla giustizia; dare libertà di movimento e possibilità di lavorare; promuovere il loro inserimento sociale; favorire il ricongiungimento familiare e preparare le comunità locali ai processi di integrazione.

Papa Francesco fa un elenco minuzioso e, nel capitolo 139, ci ricorda di sfuggire dall’utilitarismo e fa un richiamo a quei Paesi che pretendono di accogliere, tra gli stranieri, solo scienziati e investitori».
[Jessica Cugini – Nigrizia]