Sabato 27 febbraio 2021
I primi ad arrivare sono stati un uomo, la moglie, la figlia adolescente, e due loro vicine di casa. Le scarpe piene di polvere, lacerate, dopo quattro giorni di cammino nelle foreste e tra le sterpaglie dell’Etiopia nord-occidentale, per sfuggire al fuoco incrociato e ai massacri dell’ennesimo conflitto scoppiato tra il governo di Addis Abeba e i ribelli del Tigray.

Alla fine della loro fuga hanno guadato un fiume di confine con il Sudan e sono entrati nel villaggio di Hamdavet, qualche centinaia di case, strade sterrate, abitato da musulmani arabi. I fuggitivi erano cristiani, parlavano amarico o tigrino ed avevano, come è usanza tra molti etiopi, il simbolo della croce tatuato sulla fronte. Si sono buttati per terra in un vicolo, affamati e stravolti dalla stanchezza, ed hanno cominciato a chiedere l’elemosina. È qui che li ha trovati Mohamed Ali Ibrahim, cameriere-cuoco in un ristorante del villaggio.

Non ci ha pensato due volte, li ha portati a casa sua, li ha rifocillati ed ha offerto loro una capanna di fango di sua proprietà. Da quando l’Etiopia ha lanciato la nuova offensiva contro il Tigray, più di 61 mila etiopi — secondo dati recenti delle Nazioni Unite — hanno sconfinato in Sudan e di loro 43 mila sono approdati, dopo aver attraversato il fiume Tezeke, proprio nel tranquillo e pacifico villaggio di Hamdavet.

La maggior parte sono stati trasferiti dalle Nazioni Unite in campi profughi all’interno del Sudan. Molti però hanno preferito rimanere nel paesino musulmano, nella speranza di poter tornare presto nelle proprie case in Tigray, al di là del confine. Ad Hamdavet, un villaggio di allevatori di bestiame, senza energia elettrica e acqua corrente, si è creata una convivenza inaspettata tra persone di lingua, religione e cultura diverse.

«Abbiamo fatto del nostro meglio per offrire ai profughi cibo, da bere e vestiti. Sono nostri fratelli e abbiamo agito secondo la volontà di Allah» ha spiegato Mohamed Ali Ibrahim, il cameriere cuoco che ha aperto la strada della solidarietà collettiva. «Quello che è successo ad Hamdavet riscalda veramente il cuore ed è un inno alla vita, nonostante le guerre e le povertà di questa regione» ha commentato Will Carter, responsabile sudanese del Norwegian Refugee Council, che ha visitato il villaggio, ormai assediato dai giornalisti locali, dagli operatori umanitari, da funzionari della sicurezza. «La cosa incredibile è che la prima linea di aiuto verso i rifugiati etiopi non è stata attivata dalle autorità o dalla gente del posto, da persone per lo più povere».

Sudanesi ed etiopi hanno imparato a condividere cibo e fuoco. Gli etiopi danno una mano nel trasportare carichi di banane e altri prodotti agricoli nell’unico mercato del posto. Sono stati improvvisati — riferiscono i giornali sudanesi — piccoli locali dove i giovani rifugiati, per lo più uomini, bevono thè o caffè, parlano di politica, ascoltano la musica del loro paese e talvolta ballano. «Hanno bussato alla nostra porta e ci hanno chiesto se avevamo spazio per loro. Cosa dovevamo fare?

Li abbiamo ospitati» spiega Hassina Mohamed Omar che ha accolto in casa tre rifugiati. C’è persino chi, come Harum Mohammed Omar, si è trovato ad un certo punto ad avere 20 ospiti nella sua abitazione. Certo vi è la consapevolezza che la situazione non potrà andare avanti a lungo. Le risorse del villaggio sono limitate. I primi scricchiolii nella convivenza cominciano ad essere percepiti. «I sudanesi sono uno dei popoli più generosi del mondo», dice Thomas Weldu, uno studente universitario etiope che si è trovato in mezzo alla guerra mentre era andato a trovare la propria famiglia ad Humera, cittadina del Tigray, ed è finito, insieme ad altri fuggitivi, a Hamdavet. «Dobbiamo però capire che c’è un limite al cibo, all’acqua, all’ospitalità. Ha ragione chi chiede una soluzione politica. Non dobbiamo diventare un peso insostenibile».
[Elisa Pinna - L'Osservatore Romano]