Cicloni e terrorismo sferzano il Mozambico. Le Nazioni Unite fanno appello alla comunità internazionale

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Venerdì 29 gennaio 2021
In Mozambico la stagione delle piogge rischia di aggravare le crisi umanitarie nel nord e nel centro del Paese. Il Paese africano, già alle prese con la lotta al covid, in questi ultimi giorni sta affrontando le conseguenze del ciclone Eloise, che ha colpito la città di Beira nella regione centrale, mentre a nord, nella regione di Cabo Delgado, agli effetti del clima si aggiunge anche l’azione di gruppi separatisti musulmani. (...)

Le Nazioni Unite fanno appello alla comunità internazionale

Cicloni e terrorismo sferzano il Mozambico

In Mozambico la stagione delle piogge rischia di aggravare le crisi umanitarie nel nord e nel centro del Paese. Il Paese africano, già alle prese con la lotta al covid, in questi ultimi giorni sta affrontando le conseguenze del ciclone Eloise, che ha colpito la città di Beira nella regione centrale, mentre a nord, nella regione di Cabo Delgado, agli effetti del clima si aggiunge anche l’azione di gruppi separatisti musulmani.

A Beira, gli sfollati sarebbero circa settemila e il ciclone Eloise avrebbe distrutto migliaia di ettari di coltivazioni, scrive Al-Jazeera. La stessa emittente riporta anche danni a scuole, ospedali e molte abitazioni, che si aggiungono ai danni causati nella stessa città dal ciclone Idai nel 2019. In quella occasione si ebbero anche mille morti, mentre ad oggi non si hanno notizie di persone decedute a causa del ciclone.

Secondo fonti della Croce Rossa citate da Africanews, in totale sarebbero centomila le persone colpite dagli effetti di Eloise, che potrebbe colpire anche il Sud Africa e l’eSwatini. Nel nord del Paese il fattore climatico si aggiunge al conflitto scoppiato in questi ultimi mesi tra le forze governative e il gruppo islamista collegato al sedicente Stato islamico (Is), Ahlu Sunnah Wa-Jamaa, che dall’estate scorsa controlla il porto di Mocimboa da Praia. In un comunicato dell’ufficio regionale, le Nazioni Unite hanno dichiarato che la crisi regionale riguardala sicurezza alimentare e il rispetto dei diritti umani della popolazione fuggita a causa del conflitto. Tra le violazioni dei diritti umani riportate vi sarebbero matrimoni forzati e casi di violenze sessuali nei confronti di giovani donne commessi dal gruppo islamista.

Sempre secondo l’Onu, sarebbe necessario raccogliere circa 254 milioni di dollari per affrontare la crisi per tutto l’anno 2021 e dare sostegno a tuttala popolazione regionale. La maggior parte degli sfollati sarebbero stati accolti da parenti o amici, quindi non si sarebbero formati campi profughi nel Paese. Il problema è che l’accesso ad alcune parti di Cabo Delgado in cui si trovano i rifugiati sarebbe già limitato a causa della presenza del gruppo terroristico e con la stagione dei cicloni l’accesso verrebbe ancora di più limitato. La situazione nella regione sta peggiorando di giorno in giorno, visto che le derrate alimentari del World Food Programme, riporta il quotidiano inglese «The Guardian», stanno esaurendosi. Il conflitto tra il gruppo Ahlu Sunnah Wa-Jamaa e le forze governative è scoppiato la scorsa estate quando Mocimboa da Praia, che si trova nei pressi di un importante giacimento di gas naturale, è passata sotto il controllo del gruppo armato.

Per far fronte al conflitto, il governo di Maputo ha anche assoldato contractors da altri Paesi. Sebbene il gruppo ribelle sia affiliato all’Is, vi è il sospetto che le sue azioni abbiano anche fini meramente autonomisti e non del tutto religiosi. Cabo Delgado è una delle regioni più ricche di materie prime del Paese, ma è anche una delle più povere, e nelle settimane successive alla presa della città, in alcuni video sono apparsi degli uomini in tenuta militare, come i membri di Ahlu Sunnah Wa-Jamaa, che rivendicavano la volontà di avere un governo di “credenti” vicino alla popolazione e non uno “ingiusto” e vicino a boss locali, scrive la «Bbc».
[Cosimo Graziani – L’Osservatore Romano]

Venti forti e allagamenti in Mozambico:
il ciclone Eloise colpisce la città di Beira

Venti a 170 km/h e 250 mm di pioggia si sono abbattuti su Beira, portati dal ciclone di categoria 3 “Eloise” nella notte tra venerdì e sabato. La città dove operano due missionari fidei donum vicentini, ancora segnata dal ciclone Idai del marzo 2019 (di categoria 4), si è trovata nuovamente allagata, con case scoperchiate e quartieri e strade impercorribili, mentre le vittime, secondo fonti ufficiali, sarebbero quattro.

Quartieri allagati, case distrutte. «Sapevamo che sarebbe arrivato e sapevamo che sarebbe stato violento – racconta don Maurizio Bolzon, missionario vicentino in servizio a Beira assieme a don Davide Vivian –. Il vento ha soffiato fortissimo nella notte tra venerdì e sabato dalle 23.00 alle 5.00 del mattino, la pioggia invece cadeva già da qualche giorno. Il mattino dopo ho passato la giornata a girare per i quartieri. Chi ha un cuore, in questo momento, se lo ritrova a pezzi: le case d’argilla si sono completamente sciolte, in teri quartieri sono allagati, l’acqua arriva al ginocchio e perfino al busto. Grandi danni li ha subiti la Casa del Vescovo, sede di tutte le attività diocesane e dove risiede il Vescovo di Beira mons. Claudio Dalla Zuanna, che è stata scoperchiata».

«È venuta già tantissima acqua, le strade erano fiumi in piena – racconta don Davide Vivian –. Ora la gente vive con la fobia... e si capisce! Comunque noi stiamo bene e ci sforziamo di incoraggiare e confortare le persone». Dopo aver colpito Beira, il ciclone si è spostato nell’entroterra, verso lo Zimbabwe e il Sud Africa, venendo riclassificato in “tempesta tropicale”. Le piogge e i venti forti hanno toccato anche Mafanbisse, dove sono presenti i missionari della Pia Società San Gaetano di Vicenza. «Molte case sono state scoperchiate o sono finite sott’acqua, i campi sono allagati – racconta padre Piergiorgio Paoletto –. Noi stiamo bene ma la gente sta soffrendo. Pregate per noi».

«Questa gente è forte». Ma non sono solo vento e pioggia a preoccupare gli abitanti di Beira: «Il coronavirus rende tutto più difficile – racconta don Maurizio – la seconda ondata è più virulenta e sta creando parecchie difficoltà. Sappiamo bene che di aiuti ne arriveranno gran pochi, a causa della difficile congiuntura economica mondiale. Ognuno, qui, dovrà cercare di rimettersi in piedi con le sue forze. Nonostante questo, ringrazio di essere qui, posso stare in mezzo alla gente, ascoltare le loro storie e cercare di dare coraggio. Ringrazio di essere qua, è qua che è bello essere. Questa gente è forte».

«Dalle testimonianze dei nostri missionari e delle nostre missionarie a Beira (nella città è infatti presente anche una comunità delle suore Orsoline di Vicenza – ciò che più mi colpisce non è solo la dedizione e l’abnegazione da loro vissute in questo particolare momento di emergenza, ma il loro essere “contenti” di stare lì accanto alla loro gente, condividendo tutto della loro vita – è la dichiarazione di Agostino Rigon, direttore dell’Ufficio missionario diocesano –. In fondo il missionario non è solo un annunciatore del Vangelo o il testimone dell’amore di Dio per tutti, ma è anche colui che si fa fratello tra fratelli, compagno di strada del popolo a cui è inviato».
[Andrea Frison, Lauro Paoletto, “La Voce dei Berici” (Vicenza) - SIR]