Da tre domeniche leggiamo il vangelo di Matteo in quella parte chiamata «Discorso della montagna». Con una dichiarazione programmatica Gesù vi afferma che la sua missione non consiste nell’abrogare la legge, confermata e interpretata dai profeti, ma nel portarla a compimento, rivelando le esigenze più profonde della volontà di Dio.

Quella vitalità nuova del cristiano
Sir 15,15-20; Salmo 118; 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37

Da tre domeniche leggiamo il vangelo di Matteo in quella parte chiamata «Discorso della montagna». Questo discorso si è aperto due domeniche fa con le Beatitudini, e è stato perseguito domenica scorsa con la definizione dei cristiani e della loro missione nel mondo: «sale della terra e luce del mondo». C’è poi in questo discorso una terza sezione molto ampia, che si ascolta questa domenica e domenica prossima, in cui Gesù presenta la legge del Regno o il codice morale dei cristiani.

Con una dichiarazione programmatica Gesù vi afferma che la sua missione non consiste nell’abrogare la legge, confermata e interpretata dai profeti, ma nel portarla a compimento, rivelando le esigenze più profonde della volontà di Dio. In questo consiste «la giustizia più grande» che egli richiede ai suoi discepoli come condizione per entrare nel regno dei cieli.

Gesù ricorre a delle antitesi, a enunciati contrapposti: “Avete inteso che fu detto agli antichi. Ma io vi dico», prima di formulare la sua nuova legge. Sei volte egli usa queste antitesi, indicando cosi sei situazioni in cui i suoi discepoli dovranno dare compimento alla legge antica, vivendola non secondo il legalismo esteriore degli scribi e farisei, ma secondo il comandamento dell’amore fraterno. Non è l’abolizione della legge, ma la suprema perfezione, il compimento della legge. La perfezione dell’interiorità dell’amore, un amore la cui unica misura è di non avere misura.

Quattro di questi argomenti li abbiamo incontrati nel brano evangelico odierno, cioè: l’omicidio, l’adulterio, il ripudio e il giuramento. Altri due argomenti li troveremo nel vangelo di domenica prossima, e sono: la vendetta, e l’odio verso i nemici. Cerchiamo di esaminare questi quattro primi punti considerati uno per uno.

«Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio». Gesù, con una autorevolezza che si pone sullo stesso piano di Dio, riporta il contenuto del quinto comandamento alla sua radice profonda; Ci accorgiamo che si può uccidere anche con la lingua. Il non uccidere riguarda anche l’ira, le parole malvagie e i sentimenti aggressivi. Inoltre, la questione dei rapporti con il prossimo mette in discussione il rapporto con Dio, come fanno capire le due istruzioni sulla necessità della riconciliazione. Comprendiamo che chi si accosta all’altare senza aver prima perdonato il fratello, è un profanatore del tempio.

«Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore». Anche lo sguardo di concupiscenza viene considerato come adulterio. Il desiderio equivale all’atto. Mediante un’immagine sommamente espressiva tratta dalla chirurgia, Gesù esorta a evitare con ogni cura le occasioni di peccato, specialmente del peccato della lussuria. La vita eterna e la vita della grazia sono un bene tanto grande che valgono qualsiasi sacrificio, per doloroso che sia.

Gli ultimi due esempi, l’istituto del ripudio e il comandamento sui giuramenti e i voti, sono portati a compimento nelle loro etica più profonda. Gesù proibisce di ripudiare la moglie e di accasarsi con la donna ripudiata, perché il vincolo del precedente matrimonio non è sciolto. Gesù, in altri termini, dichiara il matrimonio sempre indissolubile. Per quanto riguarda il giuramento, Gesù insegna che è buono per sé stesso, ma che i cristiani sono tenuti a mantenere tra loro rapporti improntati alla massima schiettezza e fedeltà, tali che non esigano mai il ricorso al giuramento.

Questi insegnamenti di Gesù hanno veramente spezzato via le migliaia di precetti di un moralismo o formalismo grigio e soffocante, per aprire la strada alla suprema libertà e al radicalismo dei figli di Dio.
Don Joseph Ndoum

Allargare la giustizia

Più volte nel Vangelo qualcuno si avvicina a Gesù e gli rivolge una domanda esplicita su quale sia il nostro dovere: “cosa devo fare?”. Si tratta di una domanda autentica e importante, che il Maestro non rifiuta: al contrario, Gesù afferma di non essere venuto per “abolire la Legge” e che neppure i suoi “minimi precetti” vanno disprezzati (Mt 5, 17.19).

Una cattiva interpretazione di queste parole ci potrebbe far cadere in un atteggiamento doveristico e minimalista, e a porci domande come queste: fino a che punto posso trattare con indifferenza mia suocera senza peccare? Quanto posso evadere le tasse senza rubare? Devo proprio rispettare sempre il codice stradale oppure a quest’ora, senza traffico…

Il Signore rifiuta in modo netto questo atteggiamento minimalista e per prima cosa sposta l’attenzione dai minimi e dagli obblighi fondati sul senso del dovere all’orizzonte della felicità e del dono, che si condensa nelle Beatitudini. E subito dopo parla con un’autorevolezza inaudita (usando una formula che ripete ben quattro volte: “avete inteso che fu detto… ma io vi dico”) e corregge e completa i dieci comandamenti. E afferma per esempio che non basta limitarsi a “non commettere adulterio” (Mt 5, 27), perché ognuno di noi è chiamato a prendersi cura e a proteggere ogni persona che incontra senza “desiderarla”, cioè senza mai usarla come se fosse un mero strumento. Non è sufficiente “non uccidere”, magari tranquillizzandoci la coscienza dicendo che “io in realtà non faccio male a nessuno”: siamo tenuti ad accogliere con amore il prossimo, a cominciare dai vicini e proseguendo, almeno con lo sguardo, anche con gli sconosciuti che incontriamo per caso in metropolitana.

La carità infatti è “un generoso traboccare della giustizia” e per accogliere con amore «ci vuole molta finezza, molta delicatezza, molto rispetto, molta affabilità. In una parola, occorre seguire il consiglio dell’Apostolo: “Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6, 2). Allora sì; allora vivremo pienamente la carità, allora osserveremo il comandamento di Gesù» (san Josemaría Escrivá).

Quando incontro una persona, non sono tenuto soltanto a un comportamento corretto, a non urtarla nella fretta o a evitare di litigare al semaforo o sui social (che già comunque non sarebbe cosa da poco). Sono tenuto a trasmetterle un po’ di affetto e di gioia.

Un personaggio del romanzo di Muriel Barbery, L’eleganza del riccio «fa tutto con gentilezza» cioè con quel «modo di fare che dà all’altro la sensazione di esserci». La cortesia, la gentilezza, l’affabilità sono un vero e proprio dovere di giustizia, di umanità nei confronti del prossimo, che parte dal riconoscimento del suo essere persona.

Nel capitolo 5 di Matteo Gesù ha definitivamente allargato i confini della giustizia, rendendola inseparabile dall’amore attento e delicato verso tutti, compresi i suoceri e i passanti. Allargare la giustizia comporta una vera e propria rivoluzione nei rapporti quotidiani: è la rivoluzione del Vangelo.
[Carlo De Marchi – L’Osservatore Romano]