Sabato 15 giugno 2019
In Eritrea, il governo ha ordinato alla Chiesa cattolica di consegnare alle autorità statali tutti i suoi centri sanitari. All’inizio di questa settimana, funzionari governativi hanno ordinato agli amministratori di ambulatori e centri medici di firmare un documento che sancisce il passaggio di proprietà. Tuttavia, la maggior parte degli amministratori si è rifiutata di firmare e ha chiesto ai funzionari governativi di confrontarsi con le autorità cattoliche. I funzionari hanno allora chiuso i centri sanitari, sgomberandoli dal personale. I Vescovi eritrei rispondono: “Dichiariamo che non consegneremo di nostra volontà e disponibilità le nostre istituzioni e quanto fa parte della loro dotazione”.

Una legge del 1995 prevedeva che tutte le strutture sociali (scuole, centri medici, ecc.) fossero gestite dall’autorità pubblica. La disposizione però è rimasta praticamente inapplicata per anni. Salvo essere stata più volte utilizzata come strumento di pressione sulle confessioni religiose. Così, negli ultimi due anni, sono state chiuse in tempi diversi alcune scuole ad Asmara e otto cliniche cattoliche. Tutte strutture che servivano la povera gente, la maggior parte di esse in zone remote del Paese.

L’azione del governo dei giorni scorsi appare proprio come una ritorsione nei confronti della Chiesa cattolica. Ad aprile, i vescovi cattolici avevano chiesto un processo di riconciliazione nazionale che garantisse la giustizia per tutti. Nella lettera di 30 pagine che avevano scritto sulla scia dell’accordo di pace firmato con l’Etiopia, affermavano che la nazione eritrea dovrebbe compattarsi e superare l’attuale posizione di chiusura. Si invitava il governo a fare riforme che trattenessero le persone dal lasciare il Paese. Probabilmente queste parole non sono state ben accettate dai vertici del regime. Da qui la reazione.

Una reazione che arriva mentre il governo risponde alle critiche presentate nei giorni scorsi da un gruppo di cento scrittori africani.  «La nazione – è scritto nella risposta – sta lavorando seriamente per recuperare il tempo perduto e sta affrontando questioni fondamentali  […] ma saranno gli eritrei a determinare il proprio futuro».  Il governo ha criticato la lettera degli scrittori. «In questi decenni difficili – afferma il governo – ci siamo trovati soli e voci africane, ufficiali o meno, brillavano per la loro assenza e per il silenzio assordante». Secondo Asmara l’intento della lettera degli scrittori è quella di destabilizzare l’Eritrea perché spesso «i poteri forti» tendono a usare le voci africane «per far avanzare i loro programmi sovversivi».

«La maggior parte dei firmatari non conosce in prima persona l’Eritrea o non ha mai visitato il Paese – conclude la lettera –. Quando si sfoglia la lista, non c’è un singolo individuo che abbia scritto un singolo articolo sulle situazioni difficili dell’Eritrea in tutti questi decenni. Se questi scrittori hanno un genuino interesse per l’Eritrea, vengano a visitarla».
[Africarivista]

100 scrittori: «Più democrazia in Eritrea»

Rifugiati eritrei.

Un gruppo di oltre 100 scrittori, intellettuali e attivisti africani ha scritto una lettera aperta al presidente dell’Eritrea Isaias Afewerki. Nella missiva lo si invita a «riportare» il suo Paese al suo «posto legittimo nella famiglia delle nazioni africane».

Gli autori, tra cui lo scrittore nigeriano e premio Nobel per la Letteratura (1986) Wole Soyinka, la scrittrice etiopica statunitense Maaza Mengiste e l’attivista anti-corruzione kenyota John Githongo, esprimono solidarietà al popolo eritreo, aggiungendo: «L’Eritrea è la società più chiusa del nostro continente».

Invitano il presidente a rilasciare, tra le altre cose, i giornalisti imprigionati. Nella lettera hanno anche detto: «Allo stesso modo, siamo scoraggiati dalla difficile situazione di molte migliaia di africani, compresi alcuni eritrei, che sono costretti a fuggire dai loro Paesi d’origine in cerca di una vita migliore per loro stessi e le loro famiglie».

Gli autori della lettera vogliono inviare una delegazione nella capitale, Asmara, per parlare con il presidente «così come con i cittadini comuni, inclusi giornalisti, scrittori e altre persone attualmente in prigione».

Uno dei firmatari, Rafael Marques, ha dichiarato alla Bbc che «era da tempo che noi africani, insieme, esprimessimo la nostra solidarietà a coloro che hanno bisogno di più nel continente. Siamo arrivati ​​al punto in cui abbiamo deciso di agire».

Il governo eritreo non ha rilasciato nessuna dichiarazione in merito. Da anni l’Eritrea è una sorta di prigione a cielo aperto. Ogni dissenso è duramente represso. Non esistono partiti di opposizione. I media, fatta eccezione per quelli statali controllati dal regime, sono stati chiusi. Alle diverse religioni è impedito o fortemente limitata la possibilità di effettuare qualsiasi azione sociale sul territorio (scuole, ospedali, ambulatori, ecc.). Neanche la pace con l’Etiopia ha permesso si cambiare la situazione. Fatta eccezione per una maggiore libertà economica, la presa del regime è ancora forte su tutte le attività sociali.
[Africarivista]

Eritrea. Sanità: rammarico dei Vescovi sulle decisioni del governo

L'Eritrea sta per nazionalizzare le strutture sanitarie della Chiesa.
Per questo, i vescovi locali hanno scritto una lettera al Ministro della Salute.

Celebrazione in occasione della festa annuale per l'arcidiocesi in Eritrea .

"Persone inviate dallo Stato (dall’esercito, dalla polizia e dai settori dei servizi della sanità) si sono presentate a chiedere la consegna delle strutture sanitarie della Chiesa cattolica; un fatto che non riusciamo a comprendere né nei suoi contenuti, né nei suoi modi".

Con una lettera ad Amna Nurhsein, Ministro della Salute, i vescovi eritrei esprimono il rammarico per quanto deciso dal Governo nazionale, ricordando che già nel 1995 la Chiesa Cattolica in Eritrea aveva consegnato al governo "per iscritto, una chiara ed articolata presentazione della natura, dello spirito e degli scopi del suo servizio spirituale e sociale".

Increduli e rattristati, i presuli richiamano il Governo alla sua natura di Stato di diritto, ricordando inoltre gli anni di servizio e collaborazione della Chiesa per il bene della popolazione locale: "In alcuni centri, i soldati sono stati visti intimidire il personale a servizio delle nostre strutture sanitarie, costringere i pazienti ad evacuare i locali, e a sorvegliare le Case dei religiosi. Come è possibile che simili fatti si verifichino in un Stato di diritto? E’ così che questo Stato recide di colpo, senza un gesto di riconoscimento, una collaborazione che la gli Chiesa ha offerto per decenni, per il bene popolo e della nazione?".

“Dichiariamo che non consegneremo di nostra volontà e disponibilità le nostre istituzioni e quanto fa parte della loro dotazione”.

Profondamente convinti dell'ingiustizia perpetrata, i vescovi ne denunciano inoltre la pericolosità delle conseguenze: "Diverse nostre strutture sanitarie sono situate all’ interno delle nostre Case religiose: ora, requisire le prime senza violare la libertà e lo spazio vitale delle seconde è impossibile. Privare la Chiesa di queste e simili istituzioni vuol dire intaccare la sua stessa esistenza, ed esporre alla persecuzione i suoi servitori, i religiosi, le religiose, i laici".

A conclusione della lettera, la decisione e la volontà dei religiosi:"Pertanto, nel manifestare la nostra profonda amarezza per quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi in questi gironi, dichiariamo che non consegneremo di nostra volontà e disponibilità le nostre istituzioni e quanto fa parte della loro dotazione".
Emanuela Campanile – Città del Vaticano