Se mancasse questa pagina ai Vangeli, mancherebbe molto dello stile di Gesù. Giovanni descrive il Risorto vicino a un fuoco di brace, con del pesce sopra e del pane, lasciando intendere che stia cucinando. Anzi, quando i discepoli approdano con la barca piena di pesci, il Signore chiede di portargli un po’ del pescato, affinché cucini anche quello. Come gli altri viventi, uomini e donne si nutrono, ma a differenza di essi (ed è una differenza sostanziale) cucinano.

Lo stile di Gesù

Se mancasse questa pagina ai Vangeli, mancherebbe molto dello stile di Gesù. Giovanni descrive il Risorto vicino a un fuoco di brace, con del pesce sopra e del pane, lasciando intendere che stia cucinando. Anzi, quando i discepoli approdano con la barca piena di pesci, il Signore chiede di portargli un po’ del pescato, affinché cucini anche quello. Come gli altri viventi, uomini e donne si nutrono, ma a differenza di essi (ed è una differenza sostanziale) cucinano. Cucinare esprime in modo tutto speciale l’attenzione ai legami con le cose e con le persone. Significa avere fiducia sia nella qualità degli ingredienti, nella fattibilità del piatto e nell’apprezzamento di chi lo gusterà. Richiede un grande rispetto per le cose (ingredienti e arnesi) affinché un’azione maldestra o fuori tempo non rovini il sapore delle pietanze. Chi cucina ha bene in mente quanto piace al proprio ospite, ciò che può mangiare, cosa deve mangiare e cosa non è bene che in questo momento mangi. Perciò non sono sufficienti né la propria buonissima intenzione di nutrire né la propria competenza culinaria, poiché se chi cucina non coglie la reale situazione di chi mangerà, anche il più buono dei piatti risulta indigesto o perfino disgustoso, poiché non conforme alla salute e al palato del proprio ospite. La grandezza di un cuoco si misura anche nella capacità di rendere appetitosi cibi che non risultano immediatamente graditi, ancorché

necessari alla salute. Caso emblematico è quello del bambino che aborrisce la verdura; la mamma o il papà abili coi fornelli sapranno preparare pietanze dove la verdura nemmeno si vede e si sente, anche se ben presente. Ma, forse, la gloria del cuoco risplende ancor più quando riesce a stuzzicare l’appetito all’inappetente, a chi non ha fame, ha smesso di averla, o addirittura si è imposto di non sentirla. Qualora il cuoco riuscisse a riaprire il varco chiuso nella carne inappetente è come se risuscitasse un morto, visto che fame e sete sono le prime parole per dichiarare il proprio essere al mondo. In caso di pericolo di morte per fame, non si deve andare per il sottile. Proprio come fece il Signore nel deserto; nutrì tutti con pane e pesce. A tutti la medesima cosa, senza distinzione. Ma quando non si ha più paura — e il Risorto, se lo vogliamo, ci libera dal suo tremendo morso — allora si ha il tempo non solo di nutrire, ma di cucinare, mostrando per ciascuno una cura singolare, un’attenzione irripetibile, un affetto pieno di premura. Anche per questo il Risorto commuove.
di Giovanni Cesare Pagazzi
L’Osservatore Romano

Tutta la Chiesa è protesa verso il Signore Risorto

At 5,27-32.40-41; Salmo 29; Ap 5,11-14; Gv 21,19

In questa terza domenica di Pasqua, la Parola di Dio ci informa sul come gli apostoli hanno scoperto in Gesù risorto l'amico che ha dato la vita per loro e che è sempre pronto a perdonare. La prima lettura, raccontando l'inizio della Chiesa in Gerusalemme, presenta gli apostoli che vengono rimproverati dal sommo sacerdote perché annunciano a tutti il Cristo risorto. La predicazione dei discepoli di Gesù suona come un'accusa nei confronti dell'autorità del tempio che ha avuto un ruolo determinante nella sua condanna a morte di croce da parte del governatore romano. La riposta di Pietro, a nome del gruppo è un'affermazione della libertà di coscienza: "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini".

Il principio dell' "obiezione di coscienza" è proprio lì, quando un'autorità umana comanda qualcosa che va contro la coscienza e contro Dio. L'obbedienza di cui parla Pietro coincide con la piena adesione alla volontà di Dio che rivela il suo disegno di salvezza in Gesù Cristo morto e risorto. L'autore degli Atti chiude la scena con la flagellazione degli apostoli che vivono così la beatitudine evangelica dei perseguitati; e se ne tornano "lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù".

La gioia in mezzo alla tribolazione è segno e frutto della presenza e dell'azione dello Spirito Santo. La seconda lettura, dal libro dell'Apocalisse, scritto per confortare i cristiani in tempo di persecuzione, presenta Cristo con la figura molto suggestiva dell'Agnello immolato, che riceve da tutto il creato "lode, onore, gloria e potenza nei secoli dei secoli".

E' l'affermazione del fatto che "Gesù regna", dopo aver manifestato la prossimità di Dio all'uomo, sperimentata come alleanza e come intervento di liberazione. Il brano evangelico racconta la terza manifestazione pasquale di Gesù ai suoi discepoli. Vi compare in modo particolare la figura di Simon Pietro assieme a quella del discepolo amato. Nel primo brano narrativo, si tratta della pesca miracolosa. Pietro prende la decisione di andare a pescare nel lago di Tiberiade. A lui si associano altri sei discepoli. In quella notte non prendono niente. Al mattino si presenta Gesù.

Nel linguaggio biblico il mattino è il tempo dell'intervento liberatore di Dio. E il buio rappresenta l’assenza di Gesù. Egli invita i discepoli a gettare la rete sulla parte destra della barca. L'effetto della sua parola è immediato. Essi raccolgono una quantità enorme di pesci, quasi sfondano le rete. Giovanni va da Pietro e gli dice all'orecchio: "E' il Signore". Il discepolo prototipo dei credenti passa dal segno della pesca abbondante alla professione di fede pasquale. Appena sente queste parole, Pietro "si cinse ai fianchi la sopravveste, poiché era appoggiato, e si gettò al mare". Pietro si sente proprio spoglio davanti al Signore, dopo l'aver rinnegato tre volte, come Adamo ed Eva nel giardino dopo la disobbedienza a Dio. La rete era piena di 153 grossi pesci, benché fossero tanti, la rete non si spezzò.

Questo linguaggio simbolico allude alla diversità e all'unità della Chiesa. In tale ottica i 153 pesci rimandano alla missione universale della Chiesa resa feconda soltanto dalla presenza di Gesù. Nella seconda sequenza narrativa ricompare la figura di Pietro. C'è un dialogo tra lui e Gesù, con una triplice domanda: "Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?" Pietro risponde positivamente, e Gesù allora gli affida il compito di pascere il suo gregge. L'amore profondo di Cristo appare qui come la condizione sine qua non per pascere gli agnelli e pecore del Signore, per assumere il compito pastorale nella Chiesa. Gesù si comporta con noi peccatori come si è comportato con Pietro pentito. Ci perdona subito e ci restituisce la sua amicizia.
Don Joseph Ndoum