La quarta domenica di quaresima ci mette davanti ad una di quelle pagine più belle del Vangelo, che proprio esigono silenzio e meditazione interiore, più che di commento. Si tratta della pagina della parabola detta del figlio prodigo, o meglio, del padre misericordioso.

Un Padre che corre incontro ai suoi figli

Gs 5,9.10-12; Salmo 33; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

La quarta domenica di quaresima ci mette davanti ad una di quelle pagine più belle del Vangelo, che proprio esigono silenzio e meditazione interiore, più che di commento. Si tratta della pagina della parabola detta del figlio prodigo, o meglio, del padre misericordioso. Infatti, la figura principale o il protagonista indiscusso risulta il padre, che nella sua misericordia riconcilia i suoi figli a se. D'altra parte, si rimane affascinati dall'avventura di questo figlio che è preso da gran voglia di «vivere» e sperpera tutta la sua parte di eredità, e poi, attanagliato dalla miseria, torna a casa e trova la magnanimità di un padre, che cancella il passato ed organizza per lui una festa.

Questa parabola ci svela anzitutto il grande cuore di Dio, il suo amore e la sua misericordia. Essa ci svela pure il dramma dal peccato e il suo modo di toccare l'uomo. In effetti, il peccato appare qui come illusione di libertà e di felicità, sperpero dei doni di Dio e lontananza dalla sua sovranità, rifiuto di vivere in comunione con Lui, miseria, degradazione e tristezza a non finire. La stessa parabola traccia anche la via della conversione: riconoscimento della propria arroganza o superbia e delle sue funeste conseguenze, ricordo dalla benevolenza del Padre e nostalgia della casa paterna, pentimento e ritorno, nell'unità e nella fiducia, tra le mani di chi non l'ha mai dimenticato e che è pronto a l'accogliere con gioia e frenesia. Di questo padre stupisce anche molto il silenzio, quando il figlio minore esige di ottenere la sua parte di patrimonio. E' un silenzio di amore rispettoso della libertà altrui, un silenzio, segno o caratteristico della pazienza di Dio che sa dare al peccatore il tempo, la possibilità di conversione. E a sua volta, l'uomo (a chi è sempre offerta questa pazienza) deve mostrarsi paziente verso il prossimo. Colpisce ugualmente l'atteggiamento del figlio maggiore, che non gradisce la festa, non sopporta la gioia del padre, considera la casa paterna come un luogo di fatica senza gratitudine (neanche un capretto per far festa con i suoi amici), non riconosce il fratello (lo chiama «questo tuo figlio», e il padre di precisare: «questo tuo fratello»). Evidentemente, egli stima che il padre che aveva già sbagliato prima, lasciando partire quel fratello, sbaglia ancora più adesso, accogliendolo così facilmente, invece di fargli pagare i suoi errori del passato. Siamo davvero di fronte a due figli che devono convertirsi ed entrare in un'altra mentalità. Questo cambiamento radicale risulta come un amore da scoprire, cioè l'amore di Dio. Chi scopre questo amore che accoglie con affetto, che è tenera inclinazione alla misericordia, si inserisce in questa relazione di amore. E' questo amore che fonda l'amore fraterno. Il figlio maggiore, che pretende di essere fedele, rifiuta di entrare nella logica del padre perché è convinto di essere già dentro. Credersi a posto, avere la spavalda sicurezza di trovarsi sulla strada buona è qualcosa da evitare. Non c'è niente di più grave di questo mostruoso «avente diritto» quale appare il figlio maggiore. C'è proprio come un abisso tra la sua mentalità e quella del suo fratello o del suo papà. In realtà, la conversione più difficile è la sua. Il posto, nella casa del Padre, non lo si può 'conservare', ma soltanto 'ritrovare' giorno per giorno; e la fedeltà non è semplicemente un 'rimanere', ma un 'accettare' nell'ubbidienza fiduciosa, quotidianamente, la logica sconvolgente del Padre. Nella parabola di questa quarta domenica di quaresima manca il lieto (o la lieta) fine: ci sarà soltanto quando si verificherà l'avvenimento della conversione del figlio maggiore, che si ritiene a posto. Sia che ci riconosciamo nel figliolo prodigo o nel figlio maggiore, siamo tutti interpellati, in questo tempo quaresimale, dall'esigenza della conversione; conversione, soprattutto, come capacità di misurare i nostri passi o progetti su quelli del Padre, e capacità di condividere la sua voglia di far festa con tutti i suoi figli.
Don Joseph Ndoum

L’incontro con la misericordia del Padre

Le Fonti Francescane narrano che quando Francesco si ritirò a La Verna una notte frate Leone lo sentì mentre pregava con le mani e la faccia rivolte al cielo domandando: «Chi se’ tu, o dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vilissimo vermine e disutile servo tuo?». Questi due interrogativi sono sempre presenti nel cuore di ogni uomo che cerca l’identità di Dio e la propria. Essi sono diventati ancora più pressanti nel nostro tempo, dove il pluralismo religioso e le nuove scienze propongono molteplici risposte.

Raccontando la parabola del padre e dei due figli, inserita nel capitolo 15 definito come «il Vangelo del Vangelo», Gesù rivela il mistero di Dio e del suo amore e allo stesso tempo, come insegna il concilio, «svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione».

Chi è, dunque, Dio? Le parole di Gesù ci dicono che egli è un padre che rimane fedele al suo amore, che contiene una profonda tenerezza con una sfumatura femminile, come l’evangelista lascia intendere nell’uso del verbo splagknizomai, che richiama le viscere materne. Un padre il cui nome è misericordia ed è per questo che il figlio minore, ma anche il maggiore, rimane sempre un figlio da accogliere, amare e perdonare. Dio è, innanzitutto, fedele al suo essere padre e per questo restituisce al figlio la sua dignità, consegnandogli nuovamente i simboli della sua identità: la «prima veste», cioè quella filiale, l’anello simbolo del potere e i sandali, che i proprietari di casa indossavano al contrario degli ospiti che appena giunti li toglievano.

Chi è, invece, l’uomo? È un figlio, che rifiuta di vivere nella casa paterna, allontanandosi da essa — come il figlio minore — o non volendoci entrare, come il maggiore. Un peccatore, dunque, che però è perdonato e non è mai umiliato, perché il padre va sempre incontro, non rimane immobile nella sua dimora e soprattutto non rimprovera. Ha detto Papa Francesco: «Il Signore non solamente ci pulisce, ma ci incorona, ci dà dignità». In ciò si trova la sorgente della gioia cristiana, che nasce dal perdono che non umilia ma che anzi ricostituisce l’uomo nella sua identità filiale. Tutto ciò è sempre un dono gratuito del Padre perché nessuno può comprare l’essere figlio di Dio.

L’esperienza dell’incontro con la misericordia del Padre, che si attua in maniera particolare nel sacramento della Riconciliazione, permette all’uomo di ritrovare se stesso, perché come ha scritto san Giovanni Paolo II: «L’uomo rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore … se non lo sperimenta e non lo fa proprio». È questo il Vangelo che Gesù offre in questa domenica a quanti smarriti e confusi, come Francesco di Assisi, nel buio della notte della loro vita si domandano: «Chi sei tu Dio? Chi sono io?».
[Nicola Filippi – L’Osservatore Romano]