di Jorge García Castillo

Le celebrazioni di Natale sono una bella occasione perché, come missionari comboniani, pensiamo se davvero siamo solidali con i fratelli che più soffrono: i crocifissi della storia, i nostri fratelli che vivo in situazioni di “morte anzi tempo”. In questo cammino siamo fortunati perché abbiamo come modello e paradigma Comboni, fedele imitatore di Cristo Buon Pastore.

Roma, 03.01.2009


In America Latina è comune sentir dire che “No hay muertos ajenos” (non ci sono morti estranei). E questa è una verità solenne come una cattedrale. Così l’ha inteso anche il Concilio Vaticano II che al n° 1 della Gaudium et spes afferma: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.

Modello e paradigma per vivere questo atteggiamento è Gesù stesso. Ora, di lui dice lo stesso documento conciliare al n° 22: “Con la sua incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo senso ad ogni uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo”.

Ancora una volta Gesù trova il mondo sofferente

Pochi giorni fa abbiamo celebrato il Natale del Signore. Purtroppo anche questa volta Gesù ha trovato un mondo sofferente, situazioni di violenza e di guerra in tante parti del mondo, dove noi comboniani siamo presenti, ma non solo. Pensiamo al Sud Sudan, Eritrea, Kenya, Uganda, Congo in Africa. In Messico, dove il traffico di stupefacenti e la criminalità sono diventati un potere parallelo a quello dello stato e provocano ogni anno più morti che là dove c’è la guerra. E questo succede anche in Colombia. In Perù, una povertà endemica colpisce i gruppi umani più deboli. In certe zone di Asia e del Medio Oriente la situazione non è certo migliore, anzi.

Il Dio che Gesù ci svela in questi giorni, il Dio che in Lui si è incarnato, non è indifferente; e neanche neutrale; è un Dio solidale, che patisce, cammina con l’umanità e in modo speciale con quelli che più soffrono.

Voglio condividere con voi, riassumendo, un lungo articolo del conosciuto teologo italiano Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto. Con il suo scritto, Bruno Forte intrende rispondere ad una domanda che non è né oziosa né retorica: “Può Dio soffrire?”

Per rispondervi, e aiutare a contemplare il volto sofferente del Dio Padre e Madre, si pone “in ascolto della Sua rivelazione in tre tappe, tese a scrutare rispettivamente il volto del Dio d’Israele, il volto del Dio di Gesù e quello del Dio della Chiesa”.

E la Shekinah andava con loro

Parlando del Dio d’Israele, parte dall’affermazione che Dio ha “viscere materne”, rachamim, un Dio sempre fedele al suo amore. Per questo si domanda come il profeta Isaia (49, 14-16): “Si dimentica forse una donna del suo bambino così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?” La risposta è evidente e non a caso conclude: il Dio d’Israele è un Dio materno, che conosce la tenerezza e usa misericordia, che ci tiene sempre davanti al suo sguardo. E’ il Dio dello “zim-zum”, che si contrae; si fa piccolo e pone la sua dimora in mezzo al suo popolo. Proprio come ci si è presentato in questi giorni di Natale.

A qui Forte si ricorda di un midrash della fine del IV secolo e la cita: “In qualunque luogo furono esiliati gli ebrei la Shekinah andò con loro. Andarono in esilio in Egitto e là andò la Shekinah… andarono esuli in Babilonia, ed essa andò con loro… furono in Edom ed essa era con loro… ma quando torneranno, la Shekinah farà ritorno insieme a loro”.

Questo Dio di luce e di misericordia – aggiunge il vescovo- chiede all’uomo una sola risposta, la teshuvà, parola che si traduce con “convertirsi”, “ritornare a casa” in ebraico. E’ l’immagine che Luca ci pone d’innanzi con la parabola del figlio prodigo che “ritorna” al Padre.

Il Padre di Gesù è il Dio che accetta di soffrire

La rivelazione del Dio della tenerezza raggiunge la sua pienezza nella esperienza di Gesù che ce lo presenta con un nome di una novità assoluta: “l’Abbà”. E qui, continua Bruno Forte, ci troviamo “di fronte alla più alta rivelazione del Padre, nelle cui mani Gesù affida il suo spirito. Il Padre di Gesù è il Dio che accetta di soffrire per amore della sua creatura: non soltanto il Dio umile, il Dio della compassione e della tenerezza, ma il Dio che paga il prezzo supremo dell’amore”.

Prezzo di questo amore del Padre sarà la “consegna” del proprio Figlio che è morto e risorto per la liberazione di tutta l’umanità. Si tratta, in altre parole, di un “Deus crucifixus” la cui sofferenza è il “segno del suo amore umile, non della sua debolezza o del suo limite”, perchè non è una “sofferenza passiva… è sofferenza attiva, liberamente scelta e accolta per amore verso la persona amata”. Appunto per questo, aggiunge citando Origene: Il Padre non è impassibile! “Dio piange persino per Nabucodonosor!”.

E ancora: “Il Dio di Gesù, in quanto è agàpe, gratuito e liberissimo amore, non rimane fuori della sofferenza del mondo, quasi spettatore impassibile di essa: egli la assume e la redime, vivendola dal di dentro come dono e offerta per noi, da cui sgorghi la vita nuova del mondo. La rivelazione del cuore di Dio sta tutta qui: “Egli è colui che soffre perché ci ama, perché ci ha creati liberi e dunque si è esposto al rischio della nostra libertà ed è pronto per noi a pagare il prezzo dell’amore, attendendo con ansia e speranza il nostro ritorno, come il Padre della parabola che soffre per la lontananza del figlio amato e perduto”.

La Chiesa, solidale con i bisogni dell’umanità

Spunta quindi una conseguenza logica: la Chiesa nasce dall’amore crocefisso di Dio e del suo Figlio. Essa perciò deve amare “come” Gesù ha amato: diventare immagine dell’amore trinitario. Questa è la sua risposta missionaria, solidale con i bisogni dell’umanità. Situazione che il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer percepisce così in una poesia scritta nel tempo della sua prigionia: «Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione / piangono per aiuto, chiedono felicità e pane, / salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte. / Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani. / Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione, / lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane, / lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte. / I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza»

Forte conclude la sua riflessione con un pensiero che può aiutarci a capire il vero senso della preghiera e spiritualità missionarie: “Celebrare, pregare, non significa tanto amare Dio, quanto lasciarsi amare da Lui: in tal senso, la preghiera ci introduce nel cuore del Padre rendendoci capaci anzitutto di ricevere, di attendere il dono dall’alto nella pazienza e nella perseveranza piene dello stupore dell’amore. La preghiera cristiana, personale e liturgica, è perciò esperienza notturna più che solare di Dio: il Padre non lo vedi, né lo catturi; ti lasci piuttosto contemplare da Lui. Celebrare è lasciarsi amare da Dio, è “passio” prima che “actio”, accoglienza del mistero, prima e più che impresa umana: “pati divina”. Ed è alla scuola della liturgia, “memoria passionis et resurrectionis Domini”, che si comprende come la condivisione dell’umanità del Dio sofferente non ha nulla del dolorismo pessimista, è anzi affermazione decisa della potenza della resurrezione”.

Noi Comboniani ci stiamo preparando alla celebrazione di un Capitolo che vuole essere “speciale”. Siamo pure immersi in un processo di Ratio Missionis. E’ bene che intensifichiamo il nostro cammino di conversione al Dio-amore, padre e madre, che ci impegna a vivere da fratelli. Solo così il nostro messaggio sarà credibile.

Jorge García

Foto. Comboni di Limone. Scene di Nairobi.

Solidali con la sofferenza dell’umanità.